13 HOURS – La maledizione dell’undici settembre

Undici come undici settembre. 13 come le ore in cui si è consumato l’attacco al Consolato americano di Bengasi costato la vita all’ambasciatore Chris Stevens e altri tre uomini nella notte dell’undici settembre 2012. 13 HOURS: THE SECRET SOLDIERS OF BENGASI è l’ultimo film di Michael Bay (il regista del blockbuster dei Transformers), tratto dall’omonimo libro di Mitchell Zuckoff.

“Il mio è un film apolitico. Ho voluto raccontare l’eroismo di sei soldati americani che in quella terribile notte hanno rischiato la vita nel tentativo disperato di salvare l’ambasciatore Stevens e altri americani.” (Michael Bay)

Suo malgrado, 13 HOURS è presto diventato quello che gli americani chiamano un hot-button political movie, un film che solleva roba che scotta. Dal punto di vista cinematografico 13 HOURS è una “americanata” e nemmeno in grande stile. Ritmi velocissimi, pieno di caricature, assordante dall’inizio alla fine.

Che Bengasi non prometta nulla di buono è chiaro dalla prima scena, dagli aerei forati a colabrodo sulle piste dell’aeroporto, dove arriva Jack, un contractor americano,  prelevato  dal  vecchio compagno Rone. “Hired help”, cosi sono chiamati i contractor, ex soldati, ex poliziotti, uomini addestrati alle situazioni più estreme, disposti a fare il lavoro duro, sempre più spesso assoldati dalla CIA per missioni ad alto rischio.

Nel 2012 Bengasi è una città da cui tutte le nazioni del globo sono fuggite. Perfino gli iraniani sono andati via. Gli americani no. Hanno troppi interessi politici ed economici nella nuova Libia, e Bengasi, la culla della rivoluzione libica, li concentra tutti.

A rappresentarli l’ambasciatore Stevens, in città in visita ufficiale per una settimana, perché “[…] l’America è qui per voi, per l’amicizia fra i nostri popoli.”

Ufficialmente Stevens è a Bengasi per mediare tra le milizie in campo che, dopo aver eliminato Gheddafi, si combattono per spartirsi la Libia e i suoi pozzi petroliferi. Non c’è solo Stevens a Bengasi in quel settembre 2012. C’è anche la CIA, in missione segreta, segretissima. A Zoolandia, cosi Ron chiama il compound dell’intelligence. Forse perché si trova accanto ad un pascolo di pecore.

C’è un legame fra le due presenze? E in tal caso qual è?

Un indizio del collegamento tra la CIA e Stevens sta in quel “Stand down”, l’ordine perentorio che Bob, l’abbottonatissimo capo della missione CIA, dà ai contractor pronti ad intervenire in soccorso dell’ambasciatore la notte dell’undici settembre 2012.

Ore 22. Quattro pick-up sfondano in pochi minuti il cancello d’ingresso principale del consolato dove alloggia l’ambasciatore Stevens, scaricano una dozzina di combattenti armati di mitragliatrici e delle peggiori intenzioni. Rapidissimi a spargere gasolio dappertutto. Alcuni di loro filmano la coreografia dell’attacco. Il vessilo jihadista tripudia. Si scatena l’inferno. Non c’è  scampo per Stevens, Smith e un altro funzionario della sicurezza regionale, gli unici nel compound in quel momento.

Da Zoolandia a poco più di un miglio di distanza dal consolato americano  si vedono le nuvole di fumo addensarsi sulla residenza di Stevens.

“Stand down”

Perché non devono muoversi Don, Jack e gli altri? Non sono a Bengasi  per garantire la sicurezza degli americani, a cominciare dal rappresentante di Obama?

Passano venti minuti da quel Stand down a quell’altrettanto perentorio (e un pò rambesco) “… Oggi gli ordini li do io…” con cui Don disobbedisce al capo portandosi dietro i suoi.

Il capo della missione segreta della CIA, quello vero, identificato solo come Bob, nega di aver mai detto qualcosa del genere. Il film non sarebbe, a suo dire, una ricostruzione veritiera degli avvenimenti di quella notte. Sarà, ma resta comunque da capire cosa ci facesse la CIA in gran segreto a Bengasi.

E pure cose ci facesse Stevens, a meno che non si voglia dar credito alla storia della “amicizia fra i popoli …“

Christopher Stevens non era solo un diplomatico molto esperto e navigato. Era molto di più. Era l’uomo degli Stati Uniti nella Libia post Gheddafi, colui che era riuscito abilmente a stringere importanti legami personali con gli esponenti più potenti (e  pericolosi) della variegata galassia impegnata nella lotta agli uomini di Gheddafi, incuneandosi con destrezza nelle faide tra i più influenti capi milizie. Sicuramente ha chiesto aiuto a qualcuno di loro la notte dell’undici settembre.

Quella notte muoiono quattro uomini. Chris Stevens, Sean Smith e due agenti americani, Glen Doherty e Tyrone Woods. Questi ultimi vittime dell’assalto a Zoolandia che nel frattempo non è più segreta. Per tutta la notte Jack, Don e gli altri, tornati alla base senza Stevens, affrontano gli incessanti attacchi dei miliziani. Un senso di imminente tragedia trasuda dallo schermo. Insieme a un gran frastuono di razzi e mortai. All’alba del dodici settembre trentasette agenti americani riescono a raggiungere l’aeroporto mettendosi in salvo.

Dalla inchiesta sull’accaduto appare chiaro fin dall’inizio che la notte dell’undici settembre 2012 si è consumato un attacco terroristico impeccabilmente congegnato. Molto plausibilmente una controffensiva per l’uccisione avvenuta qualche mese prima in Pakistan di Abu al-Libi, numero due di al Qaeda.

Le indagini della Commissione per l’Intelligence del Congresso (a maggioranza repubblicana) hanno sollevato la CIA da ogni responsabilità. La colpa sarebbe del Dipartimento di Stato e del suo capo. All’epoca dei fatti Hillary Clinton.

Siamo alla vigilia delle presidenziali. Ai Repubblicani arriva su un piatto d’argento la prova provata della fallimentare politica estera di Obama, con il suo disastroso disimpegno in Medio Oriente. Secondo le accuse dei Repubblicani, Obama sarebbe stato a conoscenza delle ripetute richieste da parte di Stevens di rafforzare la sicurezza degli americani in Libia ma le avrebbe fatte cadere per opportunismo politico.

La caduta di Gheddafi, a cui gli Stati Uniti, seppur from behind, hanno contribuito in maniera decisiva, doveva migliorare la situazione in Libia. Accogliere le richieste di Stevens avrebbe significato ammettere che Al Qaeda & C. era tutt’altro che sconfitta.

Fine della storia dell’undici settembre 2012.

Ma c’è un’altra storia, quella messa su dal Wall Street Journal che attraverso ricostruzioni e indiscrezioni ipotizza (in realtà è molto più di una ipotesi) che la presenza di Stevens a Bengasi “… era in essenza una operazione della CIA”, impegnata in un traffico d’armi e pure di notevoli dimensioni: quattrocento tonnellate di missili terra-aria (Manpads) e granate a razzo.

Non è una novità per la CIA essere coinvolta in un traffico d’armi in nome degli interessi americani. Ma se i destinatari di questo presunto carico d’armi sono i ribelli siriani, la faccenda diventa quantomeno imbarazzante. Non per la CIA, per Obama. Il presidente ha sempre sostenuto di non voler armare i ribelli siriani. Il compito della CIA a Bengasi sarebbe stato quello di riacquistare le armi sparite dall’imponente arsenale di Gheddafi e finite, nel caos successivo alla sua caduta, nelle mani di pericolosi estremisti libici.

Ad organizzare la spedizione in Siria via Turchia sarebbe stato un certo Abdul Hakem Belhadj, il nuovo rappresentante del Consiglio militare di Tripoli, già incontrato da Stevens nel 2011, durante la Primavera libica. All’epoca, il signor Belhadj era il capo del Gruppo Combattente islamico libico legato ad Al Qaeda.

Il Dipartimento di Stato e Hillary Clinton hanno negato qualsivoglia coinvolgimento americano in vere o presunte spedizioni di armi, né in Siria né altrove. Ma se un carico cosi imponente di armi era in procinto di partire da Bengasi per sostenere la guerra contro Assad, Stevens non poteva non saperlo.

Pare che l’ultimo incontro di Stevens, quell’undici settembre, sia stato con il console turco per definire il transito delle armi.

Questa tesi spiegherebbe perché la forza di intervento rapido atterrata a Sigonella, in Sicilia, non sia mai partita per la Libia. A un’ora di volo, “come saltare una pozzanghera”, ironizza Ron. Cosi come spiegherebbe perché il Predator, il drone che pure era nei cieli sul consolato di Bengasi quando l’attacco ha avuto luogo, non sia entrato in azione.

Con 13 HOURS Michael Bay ha voluto far conoscere il coraggio dei sei contractor, lo ha voluto celebrare, sottrarlo all’oblio. Sappiamo come è andata a finire quella notte dell’undici settembre 2012. Non sapremo mai con esattezza come è iniziata quella catena di eventi che ha portato alla morte di Stevens.

Dopo anni di guerre tra le varie milizie islamiste, oggi le forze laiche del generale Haftar hanno riconquistato quasi del tutto Bengasi strappandola ai Fratelli musulmani di Tripoli. L’operazione di Haftar, Karama, la lotta senza quartiere ai jihadisti di al Sharia e dell’ISIS è costata alla città più di duemila morti in due anni.

“Fratello, il tuo Paese deve risolverlo questo casino” riecheggia la voce di Ron nei cieli di Bengasi.

Share your thoughts