Mentre il terrorismo è una delle questioni più gravi del XXI secolo e ridurre le sue cause dovrebbe essere una priorità internazionale, diversi modi di combatterlo sono diventati giustificazioni artificiali per praticare l’oppressione. È cosi nel caso del regista ucraino Oleg Sentsov che notoriamente combatte con questa oppressione in Siberia contro la falsa accusa di terrorismo da parte delle autorità russe, ed è cosi per un milione di uiguri (turcofoni musulmani), vittime di un simile, se non peggiore abuso di potere in Cina.

Sono concentrati nello regione autonoma uigura dello Xinjiang, nella estrema periferia della Cina occidentale, dove vivono dodici milioni di musulmani tra uiguri e kazachi e dove è in atto un vero e proprio esperimento di ingegneria sociale basato su una sistematica campagna di repressione culturale e religiosa dei cittadini musulmani, giustificata dalla necessità di stroncare focolai di terrorismo ed estremismo religioso (islamico), che alimenterebbero, secondo la vulgata cinese, movimenti separatisti.

Lo Xinjiang ha vissuto ondate di violenze e disordini prima negli anni Novanta, a ridosso della implosione dell’Impero sovietico e del conseguente indipendentismo dell’Asia Centrale, e poi nuovamente nel 2009, quando quasi duecento persone, prevalentement di etnia han (il 90% della popolazione cinese), sono morte nelle rivolte scoppiate a Ürümqi, la capitale della regione, in risposta a decenni di discrimianzioni da parte delle autorità centrali. Da allora l’intera comunità uiguri è diventata sospetta dell’estremismo e separatismo agli occhi del Partito comunista cinese. Sorveglianza e repressione sono state le contromisure immediate messe in campo da Pechino. A cui si è accompagnata una progressiva (e drastica) politica di de-islamizzazione della comunità musulmana.

Ma è solo nel 2016-2017 che la de-islamizzazione è andata oltre ogni confine legale, razionale o morale. Tra il 2013 e il 2017 gli arresti sono aumentati di oltre il 300%. È stato vietato praticare la religione islamica, portare la barba o indossare il velo. Perfino digiunare durante il Ramadan. Nessuna tolleranza per il benchè minimo richiamo all’islamismo. I più elementari diritti umani sono calpestati ogni giorno, a cominciare dalla differenziazione tra cittadini di prima classe, i cinesi han, e tutti gli altri.

Considerando la difficile situazione all’interno della Cina in questo momento e inoltre l’improvviso ritiro di ONE SECOND di Zhang Yimou e BETTER DAYS di Derek Tsang Kwok-Cheung dall’ultima Berlinale, era ovvio che il debutto cinematografico di Wang Lina, A FIRST FAREWELL avrebbe attirato molta attenzione. E cosi è stato, anche se alla cerimonia di premiazione la Cina era rappresentata da A DOG BARKING AT THE MOON di Xiang Zi (che ha vinto il premio Teddy Jury Award) e SO LONG, MY SON (con gli attori Yong Mei e Wang Jingchun che hanno vinto l’Orso d’Argento migliore attore e migliore attrice). A FIRST FAREWELL, vincitore del premio Generation Kplus alla 69ma Berlinale, si colloca giusto nel mezzo tra la questone uguira e l’approvazione della censura cinese.

Isa è un ragazzo uiguiri che conduce una doppia vita. Da una parte è un bambino che cresce in un piccolo villaggio dello Xinjiang, dall’altra Isa si prende cura della madre malata di mente e della casa in cui vive, in condizioni molto modeste, con l’intera famiglia. Suo fratello maggiore è in procinto di partire per frequentare la scuola superiore e suo padre ha bisogno di lui per poter lavorare di più. Nella raffigurazione di Wang Lina della vita rurale degli uguiri cinesi la famiglia è una benedizione e un fardello.

All’inizio del film c’è una discussione dietro le spalle di Isa: un giovane uomo chiede al padre se può lasciare il villaggio per vedere la città. La risposta è un secco no. Se i giovani partono, chi si prenderà cura dei genitori che invecchiano? Il giovane si rivela essere un amico stretto di Isa, Kalbinur, spinto dalla madre a lasciare la città per imparare meglio il mandarino. Sulla famiglia di Isa grava per tutto il film il peso di decidere se ricoverare o meno la madre. Il discorso propagandistico del padre non convince il figlio. A Isa non importa se lo Stato è un secondo padre che si prenderà cura di sua madre. L’istruzione è un altro tema caldo nel film di Wang Lina, anche se ritratta fredda come la morte. L’insegnante di mandarino della scuola locale è l’unico accenno al fatto che qualcosa di sbagliato stia succedendo fuori dal piccolo villaggio. I suoi metodi violenti di insegnamento e il modo in cui umilia sia gli studenti che i genitori, colpevoli dei cattivi voti dei loro figli (il film si focalizza sul caso di Kalbinur) lascia intendere chiaramente la spinta ad imparare il mandarino per le migliori opportunità di lavoro che offre (il punto di vista della madre di Kalbinur).

Nello Xinjiang l’islamofobia è ai massimi livelli, sia dentro che fuori nei cosiddetti “campi di rieducazione”, costruiti nella regione dello Xinjiang su ordine di Xi Jinping, il Segretatio generale del Partito comunista cinese. Centri di rieducazione simili a quelli della Cecenia dove si rieduca la comunità LGBTQ (un’altra pratica politica che accomuna la leadership politiche russe e cinesi). Persone portate via con la forza, persone che spariscono, arrestate arbitrariamente, mandate nei campi di rieducazione, torturate. Entrambi gli esperimenti sono fortemente criticati, soprattutto dall’Occidente. Ciononostante, quello che rende questi campi di rieducazione unici è la loro ufficialità.

Nell’agosto del 2018, la Commissione per la Eliminazione della Discriminazione razziale delle Nazioni Unite ha affrontato pubblicamente la “questione uiguira”. Numerosi rapporti di esperti sui diritti umani e di organizzazioni umanitarie (tra cui la China Human Rights Defenders di Hong Kong) accreditano a circa un milione gli uiguri detenuti senza alcun fondamento legale o tutela giuridica in campi di indottrinamento e rieducazione. In quell’occasione, le autorità cinesi hanno ammesso per la prima volta l’esistenza di queste strutture definendole campi di istruzione e formazione professionale finalizzati a favorire l’uscita dalla povertà della popolazione locale.

“Il film è dedicato alla mia città Shaya, Xinjiang”, ha dichiarato la regista Wang Lina. A FIRST FAREWELL è il primo film in quasi tre decenni ad essere girato nella Regione autonoma uigura dello Xinjiang. E, indipendentemente dal suo contenuto, si può parlare apoliticamente degli uiguri in questo momento?

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