A PEINE J’OUVRE LES YEUX – La rivoluzione dei gelsomini in Tunisia

Sono strane le stagioni del Mediterraneo. Soprattutto nella sua sponda sud.

Esplodono primavere bellissime, poi tutt’un tratto gelidi inverni. Senza i sapori e i profumi dell’estate, senza la dolce malinconia dell’autunno. È accaduto anche in Tunisia. Una coltre di brina “fuori stagione” ha ricoperto improvvisamente fiori e piante, perfino i gelsomini, che pure hanno mostrato una inattesa tempra in questo Paese.

Malconci, fragili ma ancora vivi, i gelsomini della Tunisia, il fiore simbolo del Paese, sono lì a ricordarci la forza della gioventù. Quella tunisina. Se apriamo gli occhi, “appena apriamo gli occhi”, la vediamo questa gioventù, bellissima, coraggiosa, orgogliosa.

Ce la mostra Leyla Bouzid, figlia dell’acclamato cineasta tunisino Nouri Bouzid, con la sua opera prima, A PEINE J’OUVRE LES YEUX vincitrice del Premio del pubblico alle Giornate degli autori alla 72esima Mostra internazionale del cinema di Venezia. Il film è ambientato nella estate del 2010, pochi mesi prima della rivoluzione dei gelsomini. Leyla Bouzid porta in scena la Tunisia di Ben Alì con il suo clima di oppressione, di paura, di paranoia e di soffocamento.

Non volevo fare un film sulla rivoluzione, amnesia e oblio devono essere combattute. Questa è anche la funzione del cinema.” (Leyla Bouzid)

La protagonista del film (privo di ogni riferimento religioso) è la giovane Farah. Diciottenne, appena diplomata, canta in una rock band. Canta il suo Paese.

“Il mio Paese terra di polvere… assetato implora il buon Dio… domani saremo esiliati. Sogno una scintilla che renda rosso il cielo. Appena apro gli occhi vedo quelli che vanno in esilio. Appena apro gli occhi vedo persone che si stanno spegnendo… dovunque tu vada sbatti contro un muro e ti ritrovi a girare girare, girare…”

C’è ancora Ben Alì al potere, da ventitre anni e i testi della band cadono presto sotto la lente del “Grande Fratello”. Farah e i suoi vanno oltre il consentito. Cominciano i guai, gli inseguimenti, le intimidazioni, i tentativi della madre (l’attrice Ghalia Benali, nella realtà una famosa cantante tunisina), di salvare Farah da un destino che lei stessa ha vissuto. Conosce bene fin dove può arrivare il regime. All’interno della band c’è un infiltrato.

Questa era l’estate del 2010. Prima che si alzasse il vento.

17 dicembre 2011. Mohamed Bouazizi, il venditore ambulante più celebrato al mondo, si dà fuoco. Dà fuoco a tutta la sua disperazione, Bouazizi, a tutta la sua rabbia. Giovane, laureato, senza lavoro. Come tanti giovani in Tunisia. Per sopravvivere vende frutta e verdura in strada. La polizia gli sequestra il banchetto. È un abusivo e soprattutto si rifiuta di pagare il “pizzo”.

Nella miseria il sopruso è atroce. Il suo gesto accende la miccia che incendia tutto il mondo arabo, che cambia la Storia della Tunisia per sempre.

In realtà, come lo stesso film ci mostra con una zoomata all’indietro, la resistenza in Tunisia è iniziata prima del gesto di Bouazizi; è cominciata nel 2008 con le rivolte dei minatori di Redeyef. Il padre di Farah è uno di loro. Due mesi di proteste e scioperi che anticipano la rivoluzione.

17 gennaio 2016. Ridha Yahyaoui si uccide per la stessa disperazione. Con la stessa disperazione.

Sono passati cinque anni. Siamo a Kasserine nel cuore del paese, una delle zone più povere proprio come Sidi Bouzid, da dove è partito il vento della Primavera. Al sud. Dove il tasso di disoccupazione nelle regioni è il doppio della media nazionale (30% con punte del 50). La costa fa da motore all’entroterra del paese, prevalentemente rurale. O almeno cosi è stato fino a poco fa, prima che la scenografia del terrore jihadista recidesse l’arteria principale della vita economica della Tunisia, il turismo. Due milioni di turisti in meno nel 2015.

Cinque anni e non è cambiato niente. Anzi. La vita dei tanti Bouazizi in Tunisia è peggiorata a guardare i numeri. Invece no, è cambiato tanto, tantissimo. I giovani tunisini sono di nuovo in piazza. È un fatto. Delusi e disperati perché senza lavoro. Ma le loro rivendicazioni solo in parte coincidono con quelle di cinque anni fa. È in questo “in parte” che sta il futuro della Tunisia, il bivio del suo destino.

Mentre tutto intorno era guerra (e lo è ancora) – in questi cinque anni il popolo tunisino ha cacciato da solo il suo dittatore, ha tenuto due elezioni democratiche libere e pacifiche, ha sperimentato con successo (unico caso nel mondo arabo) un compromesso politico tra forze laiche e islamiche, ha adottato (grazie a questo gioco di squadra) la Costituzione più avanzata del mondo arabo, ha ottenuto il Nobel per la Pace.

Ma, soprattutto, ha evitato, sotto i nostri occhi scettici e spaventati, il rischio di una controrivoluzione restauratrice, molto probabile all’indomani degli omicidi politici dell’estate 2013, quando Chokri Belaïd, il leader dell’opposizione della sinistra tunisina, e Mohammed Brami, leader del Movimento dei patrioti democratici, sono stati barbaramente uccisi.

Una “deriva egiziana” scampata, e va detto, grazie al pragmatismo di Ennahda (espressione politica della Fratellanza tunisina) che sulla scia probabilmente del cattivo esempio dei Fratelli egiziani, ha fatto un passo indietro acconsentendo alla formazione di un governo di coalizione dopo le elezioni del 2014.

Non tutto è opera dei gelsomini. Va detto anche questo.

La Tunisia, con la sua impronta laica e modernizzante, è sempre stata in controtendenza rispetto agli altri paesi arabi. A cominciare dai corpi intermedi, in primo luogo i sindacati (l’Unione generale dei lavoratori tunisini è stata tra i grandi protagonisti della rivoluzione) e le associazioni della società civile che hanno continuato a vivere contro e accanto al regime di Ben Ali (il quartetto del Nobel).

La Tunisia di Bourguiba era già all’avanguardia rispetto al resto del mondo arabo. Già nel 1965 alle donne era concesso il diritto di divorziare e di abortire.

I militari, poi, hanno sempre avuto un ruolo sui generis rispetto agli altri paesi dell’area, in primis l’Egitto. Meno politicizzato, meno influente. Ben Alì non ha represso nel sangue le rivolte di piazza non perché fosse migliore dei suoi omologhi regionali, ma perché sapeva di non poter contare sulla fedeltà dei militari.

Last but not least, la Tunisia non ha petrolio e questo l’ha preservata da infauste ingerenze esterne.

Oggi c’è una sola cosa che i giovani tunisini temono più dell’immobilismo economico: lo spettro di un ritorno all’autoritarismo del passato come unico antidoto al rischio jihadista. Rischio tutt’altro che immaginario visto il giro di vite (inclusi gli arresti arbitrari) dato dal governo alle libertà civili in nome della lotta al terrorismo islamista. È un fatto dalla Tunisia provenga il maggior numero di foreign fighters arruolati dall’Isis (più di quattro mila). La Tunisia confina con l’Algeria e la Libia. Ricordiamolo.

I fattori scatenanti della rivolta contro Ben Alì sono ancora lì. Corruzione e disoccupazione. La longa manu dell’establishment dell’ex presidente è dura a morire. Le proteste si allargano in tutto il Paese, ma quello che è cambiato nella Tunisia di oggi sono le regole del gioco. La conquista più importante della rivoluzione dei gelsomini è uno spazio di dibattito pubblico, politico, anche su argomenti che prima erano tabù, come la religione o il ruolo delle donne.

L’adagio del “si stava meglio quando si stava peggio” affiora sempre più in superficie. Ma è solo una tentazione. I tunisini hanno innescato un processo democratico e non lo lasceranno andar via. Oggi i giovani tunisini sono frustrati e arrabbiati come ieri, ma sono di certo più orgogliosi. Questa è la differenza tra la Primavera e l’Inverno.

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