A SYRIAN LOVE STORY – L’amore ai tempi della guerra

L’agonia di un Paese. L’agonia di un amore. Una pacifica rivolta popolare trasformatasi in un orribile, infinito bagno di sangue. Cinque anni di guerra feroce, oltre quattrocentomila morti, quasi due milioni di feriti, nove milioni di sfollati, la metà della popolazione siriana. Nulla potrà essere più come prima in Siria. Nemmeno l’amore tra Amer e Raghda i protagonisti di A SYRIAN LOVE STORY, l’ultimo acclamato lavoro del regista britannico Sean McAllister.

Una storia d’amore, di perdita e di esilio; un intreccio a tre, tra la vita della coppia, quella della Siria e quella del regista. McAllister segue (letteralmente e in diversi paesi) la vita dei due attivisti siriani della classe media di Tartus, roccaforte di Bashar al-Assad.

Amer Daoud e Raghda Hasan si incontrano per la prima volta in un carcere siriano nella metà degli anni Novanta. Sono dissidenti politici. In realtà non si incontrano, si parlano attraverso un buco scavato nel muro delle loro celle. Parlano la stessa “lingua”, quella dell’attivismo, della militanza politica, della lotta al regime. McAllister incontra Amer a Damasco nel 2011. Ascolta la sua storia, una storia d’amore. È quello che stava cercando, McAllister, in Siria dal 2008, dopo Iraq e Yemen.

Una storia fuori dalla narrazione di una Siria “dittatura funzionante”, eldorado mediorientale per turisti e uomini della borghesia commerciale.

“Conosciamo il Medio Oriente solo attraverso i tre minuti al telegiornale della sera. Ho voluto raccontare la storia di un popolo nel suo momento più drammatico, attraverso il ritratto di una famiglia nella sua dimensione esistenziale.”

Non pensava forse McAllister di trascorrere cinque anni con questa famiglia, di diventarne parte integrante e di finire in carcere a causa di questa frequentazione.

Amer è un attivista dell’OLP, Raghda, alauita come al Assad, è una militante comunista. Usciti di prigione si sposano e hanno Bob e Kaka, i loro bambini. Quando McAllister incontra Amer a Damasco nel 2011, Raghda è di nuovo in carcere per aver scritto un libro sulla repressione del regime contro gli oppositori politici. Nel clima della Primavere arabe, Raghda viene rilasciata insieme ad altri prigionieri politici su amnistia del regime. Torna a casa dalla sua famiglia, dai suoi figli, ma non è più la stessa, Raghda. Le inumane brutalità del carcere l’hanno cambiata, soffre di “emotional stress”, ammette davanti alla telecamera di McAllister.

L’anno successivo, nel 2011, l’escalation delle violenze costringe la famiglia a lasciare Tartus. Dopo una permanenza nella enclave palestinese di Yarmouk, fuori Damasco, si trasferiscono in Libano. Un tempo il Paese dei cedri era parte della Grande Siria. Ora “ospita”, su una popolazione di quattro milioni di abitanti, un milione e mezzo di rifugiati siriani. Sono sunniti, la maggior parte di loro vive sotto la soglia della povertà, con settanta centesimi di dollaro al giorno.

La disgregazione emotiva del rapporto tra Amer e Raghda è inarrestabile. Il loro matrimonio comincia a vacillare. Vanno in Francia, dove gli viene riconosciuto lo status di rifugiati. Una casa, una vita libera, al riparo dai colpi di mortaio, dalle torture del regime dalle efferatezze del Califfato. Ma per Ragdha è una vita senza senso, lontana da una battaglia che considera cruciale per la sua identità. I disturbi post-traumatici aumentano, tenta il suicidio.

Sente la mancanza di Tartus, dei suoi alberi di limoni, della vita da attivista politica.

“Ho iniziato prima della rivoluzione, non posso mollare ora.” (Ragdha)

Con un filo di voce Rashda ammette questa amara verità. L’unica che è in grado di vivere. McAllister va in Francia a trovare Amer e Raghda, a riprendere gli ultimi momenti della loro vita insieme. Davanti ai loro occhi  scorrono le immagini degli anni precedenti filmate da McAllister. Nel 2010,  nel 2011, quando si sentivano ancora una famiglia malgrado la lontananza.

Voglio uccidere Bashar con un coltello”, mormora Kaka tra le lacrime.

Ha schiacciato la Siria, ha rovinato la nostra famiglia”, le fa eco Bob.

Con le sue riprese, i suoi ascolti, la sua presenza costante, McAllister è diventato  parte integrante della vita della coppia, ne ritrae l’intimità familiare, la dolcezza del loro sentimento, l’implosione del loro amore, la fine della loro storia. Ne coglie quotidianamente il rancore reciproco, le recriminazioni. E soprattutto le delusioni, politiche e sentimentali, inscindibili fra loro. Non meno perniciose della violenza vissuta.

A SYRIAN LOVE STORY si chiude con l’ultimo viaggio di McAllister al seguito della coppia. Va a Gaziantep, in Turchia, a venti miglia dal confine siriano dove ora vive Raghda. È un consulente politico del governo di opposizione siriano. Ha scelto di fare “Che Guevara”, le rimprovera Amer. Lui è rimasto in Francia con i bambini. Incolpa Assad e la guerra della fine del suo matrimonio.

“La nostra era una grande storia d’amore.”

Entrambi hanno ragione. Entrambi hanno le loro ragioni. Raghda che continua nella lotta per il suo Paese, ancora e contro ogni eventualità. Amer che vuole avere e dare ai suoi figli una vita normale lontano da morte e distruzione. Tutti hanno perso tanto in questa guerra, che come una matrioska ne contiene molte altre: la guerra civile del regime contro il popolo; la guerra di religione tra sciiti (la minoranza alauita di Assad) e sunniti ribelli; la proxy war tra Russia e Iran, da una parte, e Stati Uniti e loro alleati, dall’altra.

Una guerra con e tra tanti gruppi combattenti: ribelli, moderati, islamisti, lealisti, curdi.

Una guerra che ha mostrato fin dall’inizio una sua specificità rispetto alle altre rivolte della regione. Innanzitutto perché è accaduta in Siria, considerata da un Occidente unanime come una eccezione positiva nel subbuglio mediorientale. Una società a lungo (forzatamente) depoliticizzata cambia sorprendentemente tono. Emergono espressioni di dissenso incoraggiate anche dagli accadimenti in Tunisia e in Egitto che rischiano di lasciare i siriani ai margini della storia.

Bashar non è quel sovrano “illuminato”, che noi occidentali (improvvidamente e intempestivamente) abbiamo pensato che fosse. Non capisce quello che sta accadendo nel suo Paese. Concede qualche amnistia, qualche apertura alle richieste alla base delle proteste, ma di fatto tratta le rivolte esplose in tutte le città del Paese come casi isolati piuttosto che come espressione di una crisi nazionale. Man mano che questa si inasprisce e la protesta da rivolta assume i connotati di una rivoluzione, Bashar passa alla tattica di caratterizzare i suoi nemici: agenti al servizio di forze straniere nemiche che muovono le fila del jihad globale. Le repressioni del regime che avevano funzionato in passato questa volta hanno prodotto l’effetto opposto azionando un vortice inestricabile di azioni e ritorsioni. La Siria ha finito col diventare davvero, grazie agli errori e orrori di Bashar al Assad, l’epicentro del disordine mediorientale.

Devo trovare le risposte alle mie domande dentro di me.”

Poche laconiche parole quelle di Raghda nel suo ultimo incontro con McAllister. I suoi occhi tradiscono una profonda commozione quando parla di Amer, Bob, Kaka.

“Quando eri un prigioniero Amer ti amava” (McAllister) 

“Tutti i siriani amano i prigionieri.” (Raghda)

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