ABLUKA – La follia nella Istanbul di Erdogan

Altro che i curdi, i militari, o l’ISIS (ex amici su cui ha perso il controllo). I nemici di Erdogan sono i cani, cani randagi, che a branchi circolano per le vie di Istanbul. Ce lo svela ABLUKA (Follia), l’ultimo film di Emin Alper, premio speciale della giuria alla 72esima Mostra internazionale del cinema di Venezia.

ABLUKA ci rende in chiave metaforica (peraltro perfettamente riuscita) l’immagine di una Turchia oramai in guerra con se stessa, prima ancora che con infidi vicini e musulmani infedeli. Ambientato in un tempo indefinito, ABLUKA è un film buio, angosciante, a tratti apocalittico. A farla da padrone nelle squallide periferie di Istanbul, la pioggia (ininterrotta) e i cani. Nemici da catturare, da eliminare, contro cui si mobilitano le autorità, perfino i servizi segreti. Forse, eliminando i cani randagi, finiranno anche le misteriose deflagrazioni che si stagliano sul cielo della città di Istanbul…

Una città su cui aleggiano paranoia e schizofrenia, dove nessuno si fida di nessuno. Un clima da guerriglia psicologica domina i rapporti fra i protagonisti, due fratelli e mezzo  (si, perché il terzo compare alla fine con un casco in testa e non si capisce da quale parte della barricata stia…).

Kadir e Ahmet, entrambi strumenti nelle mani del Potere. Loro malgrado. Ad Ahmet tocca braccare i cani randagi. A Kadir, il compito di spiarlo. Assicurarsi che Ahment e quelli come lui facciano il loro dovere. Kadir è (anche lui) uno strumento del Potere. Un galeotto trasformato in una spia. Ce n’è bisogno, perché non tutti stanno dalla stessa parte. Dalla parte del Bene, dalla parte del Sultano. Ahment si lascia intenerire da un cane, decide di salvarlo. Passa dalla parte sbagliata.

Mai abbassare la guardia, non solo con cani. Anche con i fratelli. Soprattutto se questo fratello è amico di sospetti terroristi che disseminano bombe per la città.

Violenze diffuse, silenzi, sospetti, complicità. Questo è davvero il clima che si respira oggi in Turchia? Nella Turchia campione e modello da imitare, da esportare in tutto il mondo islamico? Un tempo, forse.

È innegabile che lo strumento della paura e l’arma del terrorismo (imbattibili nelle campagne elettorali) abbiano consentito all’AKP e al suo leader, Recep Tayyip Erdogan, di vincere le ultime elezioni dello scorso novembre (2015). Due settimane prima, durante una manifestazione pro curdi e contro Erdogan, novantasette persone sono state uccise da due bombe.

Non c’è stato bisogno di dare la caccia ai cani. Nessuna vera indagine è mai partita. Solo un po’ di rumore. Lo stesso che si è sentito dopo gli ultimi attentati di Diyarbakur e di Suru¢. Per Erdogan e i suoi c’è già un colpevole. L’ISIS, magari con la complicità del PKK. Poco conta che i curdi sono i più validi combattenti anti-ISIS e che verso le milizie del Califfato Erdogan abbia chiuso (fino a qualche mese fa) non uno, ma entrambi gli occhi.

Che ci siano di mezzo i servizi segreti con  tutto il loro sottobosco di gregari? Sanno fare ben altro che occuparsi di cani randagi.

ABLUKA è una metafora icastica delle angosce e delle paranoie di un popolo che oramai è in guerra con se stesso e con la sua identità. Quale? Quella della Turchia moderna costruita da Atatürk o quella islamista e conservatrice di Erdogan? La crisi dei turchi è esistenziale,  prima  ancora che politica.

La parabola dell’erdoganismo si è compiuta. Partito bene, cresciuto meglio, Erdogan è in picchiata libera verso il discredito e l’isolamento internazionale. Da leader indiscusso, Erdogan, il taumaturgo del boom economico, colui che ha costretto perfino i più scettici (quelli che oggi si sfregano le mani) ad ammettere che sì, forse è possibile un Islam democratico e dinamico, ha finito col diventare un comprimario di cui l’Occidente farebbe volentieri a meno, se non fosse a capo di un Paese strategicamente troppo rilevante e troppo esposto alle ondate di profughi.

Negli ultimi due anni Erdogan pare sia stato colpito dalla stessa follia schizofrenica che aleggia sulla Istanbul di ABLUKA.

Pensava che gli Stati Uniti avrebbero rovesciato Bashar al Assad. Ha sbagliato. Quando lo ha capito, ha pensato che lo avrebbero fatto i jihadisti. Ha deciso di sostenerli e ha sbagliato di nuovo. Inspiegabilmente, non ha fatto i conti con Putin. Poi ha cambiato bersaglio, i curdi siriani. E visto che sono curdi, ha riaperto il “dossier PKK” (mandando in fumo il faticosissimo processo di pace in atto con la guerriglia di Öcalan). Altrettanto inspiegabilmente non ha considerato che per l’Obama i curdi, siriani e non, sono indispensabili nella lotta all’ISIS.

Zero problemi con i vicini, il motto della politica estera turca degli ultimi anni si è completamente ribaltata nel suo opposto. Un ginepraio di problemi con i vicini. Eterogenesi dei fini o più semplicemente imperizia strategica, fatto sta che Erdogan è riuscito a inimicarsi tutti. Erdogan ha scommesso sulle primavere arabe e ha perso, ha scommesso sulla sunnizzazione (a guida turca) del Medio Oriente e ha perso, ha scommesso, con poco afflato a dire il vero, sull’Europa e ha perso.

Con i cani randagi ha vinto.

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