Quello che a un primo sguardo sembrerebbe un film antirusso, ABOUT HIM OR HOW HE DID NOT FEAR THE BEAR di Nariné Mkrtchyan e Arsen Azatyan, presentato in anteprima mondiale alla 48esima edizione dell’International Film Festival di Rotterdam, è in realtà uno sguardo complesso sulla Armenia post Rivoluzione di Velluto.

È questo il frame in cui si colloca ABOUT HIM OR HOW HE DID NOT FEAR THE BEAR, che pur nella serietà della trama ispirata ad un orribile fatto di cronaca, è attraversato da una sottile ironia che ben riflette il sottotraccia della moderna Armenia. Al centro del film c’è una inquietante tradizione popolare: la fiaba russa di “Ivan il Matto”, una allegoria della attuale situazione politica armena che dà al realismo sociale della trama un pizzico di particolare simbolismo.

Il film si apre con un soldato che corre di notte. Si arrampica lungo un muro e fa irruzione in casa di qualcuno. L’uomo è armato e a guardarlo in faccia si direbbe che è ben disposto ad uccidere. E cosi è. Entra in una stanza, spara su innocenti inermi. La macchina da presa lo segue, senza mostrare i cadaveri si sofferma sul volto dell’uomo. Dopo l’eccido, l’assassino si siede, con il respiro pesante e le mani tremanti tenta di portare una sigaretta alla bocca. Impiegherà più tempo a fumare di quanto ce ne ha messo a sterminare una intera famiglia. Lascia il fucile sul tavolo e fugge via. Dentro e fuori. L’uomo è sparito, lentamente il regista torna indietro per mostrare le immagini della inaudità crudeltà. Una visione olistica della morte: bambini che giacciono accanto alle loro madri, alle loro nonne; l’infame massacro di Gyumri del 2015 catturato in una unica travolgente ripresa.

La cronaca vera è altrettanto agghiacciante. Nel gennaio del 2015 Valery Permyakov, un soldato russo di stanza a Gyumri, sterminò l’intera famiglia Avetisyan (tra cui un neonato di sei mesi). Arrestato mentre tentava di fuggire attraverso la frontiera turca, Permyakov è stato condannato all’ergastolo da un tribunale armeno.

Ispirati da questo evento e dalla indignazione popolare che suscitò l’ipotesi di un processo in Russia per il militare, i due registi armeni costruiscono il loro film (un’opera in quattro atti) sul tema della vendetta ricorrendo alla musica classica di Khachaturian e ad intervalli che ritraggono lo stato d’animo interiore di un predatore che diventa preda.

Valery Permyakov, nella complessa narrazione filmica dell’evento, è simboleggiato dal personaggio della fiaba popolare russa “Ivan il Pazzo”: occhi innocenti e una stupida espressione sul volto.Quanto di più estraneo a un crimine. La rievocazione post-sovietica del trauma è resa con lunghe riprese e un simbolismo quasi biblico che evoca una certa familiarità con la recente New Wave del cinema rumeno. Per ironia della sorte, è la Rivoluzione di Velluto che ha dato ai due registi armeni l’occasione di trattare le conseguenze che quell’episodio ha prodotto nel profondo della psicologia collettiva del popolo armeno.

Diventata indipendente nel 1991 l’Armenia non si è mai emancipata (come del resto la maggior parte dei nuovi Stati ex sovietici) dal giogo dal Cremlino che di fatto per oltre un decennio ha mosso tutte le leve del potere politico, economico e militare della piccola repubblica transcaucasica fiancheggiata da frontiere ostili (e chiuse): quella turca a ovest e quella azera a est. Con Istanbul resta aperta la questione del riconoscimento del genocidio del 1915, mentre con Baku è in corso il conflitto a intermittenza per Nagorno-Karabakh. La collocazione filo russa dell’Armenia è stata garantita per oltre un decennio da Serzh Sargsyan, leader del Partito Repubblicano e convinto nazionalista (come tutti gli ex comunisti provenienti dalla ex nomenklatura sovietica). Fino all’aprile del 2018, fino a quando un moto di piazza nato in punta di piedi si è trasformato in una istantanea, non violenta e riuscita rivoluzione “incolore”, lontana dalle tinte forti delle piazze ucraine o georgiane.

Fuori dai radar dei media occidentali, migliaia di persone sotto la guida di Nikol Pashinyan, leader della formazione “Contratto Civile”, hanno destituito il padre padrone dell’Armenia smascherando il suo bluff: una riforma costituzionale che trasforma (con l’avallo di un referendum farsa) il semipresidenzialismo in vigore in un sistema parlamentare con un governo pronto a trasferirgli i poteri di Primo ministro. Ma l’escamotage (abitualmente praticato nei paesi dell’area ex sovietica) non funziona. Gli armeni sbarrano la finestra per impedire che vi rientri ciò che è uscito dalla porta: Serzh Sargsyan. In assenza di un intervento del Cremlino e in presenza del non intervento dell’esercito nazionale armeno, il satrapo è costretto a dimettersi.

Putin, diversamente da altre rivoluzioni colorate, non si è dovuto scomodare a mandare i suoi uomini. La natura tutta interna della crisi politica armena ha risparmiato a Mosca l’invio di uomini e blindati. L’Armenia (che non ha mai mostrato simpatie filoccidentali) è e resta oltre il perimetro di irradiazione dell’influenza occidentale, ancorata allo spazio post sovietico – Unione economica euroasiatica e alleanza militare – su cui Putin non ammette ingerenze.

Malgrado Nariné Mkrtchyan e Arsen Azatyan non nascondano la loro posizione politica, la gravità di questo evento traumatico tiene lontani I due registi dal (facile) populismo spingendoli a focalizzarsi sulla crisi della umanità e sulla fede. Gli autori realizzano una satira sul genere umano e sul patriarcato: grossi ragazzi che giocano con fucili e tecnologia. Una immagine della società armena di cui c’era invero bisogno.

Quando si cerca giustizia al di fuori della legge con le proteste per strada, (rappresentate con le riprese delle manifestazioni contro il governo della primavera del 2018), è all’interno del cerchio familiare che inizia il vero dramma. Quello che c’è fuori, per strada, riflette quello che accade nella casa dei protagonisti. Quando tutto crolla c’è la religione a cui appellarsi e un prete con “L’Esorcista” come suoneria del telefono. In questo conflitto di croci e fucili, ci vuole un agnello sacrificale.

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