“Un altro giorno di vita, Ricardo”. Un sorriso doloroso sul volto del Comandante Farrusco, la disperata consapevolezza di chi sa che in guerra un altro giorno di vita è da accogliere come un dono da non sprecare. Anche per combattere. Le sue unità sono ridotte a pochi uomini, ragazzi rimasti a difendere, i soli, il fronte meridionale accerchiato da forze nemiche. Senza armi, munizioni e benzina, armati del coraggio che solo gli ideali possono dare.

Un altro giorno di vita nell’Angola del 1975, sprofondata all’indomani della indipendenza nazionale in una feroce e confusa guerra civile nelle cui pieghe si muove Ryszard Kapuścinski, il più grande reporter-scrittore di tutti i tempi.

ANCORA UN GIORNO di Raul de la Fuente e Damian Nenow, presentato in proiezione speciale al 71mo festival di Cannes, è la trasposizione cinematografica dell’opera più intima e personale del giornalista polacco. Documentario storico, racconto dal vero, animazione, graphic novel. Una riuscita combinazione di più stili all’interno di una trama che combina personaggi animati, interviste contemporanee, immagini attuali dell’Angola. Un altro giorno da annotare per raccontare al mondo intero la confuçao, il caos, il disorientamento della Angola 1975, dove Ryszard Kapuścinski realizza uno dei sui più importanti servizi di cronaca destinato a diventare il suo libro più famoso, un romanzo reportage che inaugura un genere a sé all’interno del giornalismo narrativo.

Nel 1974 l’Angola (un agglomerato di diverse etnie e tribù) con un decennio di ritardo rispetto alla maggioranza degli altri paesi africani, si appresta a diventare “Stato di recente indipendenza”, dopo cinque secoli di asservimento coloniale. Tredici anni è durata la guerra di liberazione nazionale contro l’occupante Portogallo di Antonio de Oliveira Salazar, che per trentacinque anni aveva impresso al piccolo Paese dal grande impero coloniale (Mozambico, Guinea Bissau, Capo Verde Sao Tomè e Principe) una identità autoritaria e fascisteggiante.

Invece del risveglio, il Paese sprofonda in una sanguinosa guerra civile, proprio all’alba della indipendenza. L’Angola passa in breve tempo dalla lotta antimperialista, alla guerra civile al conflitto internazionale, in una escalation che vede crescere gli outsiders in campo e gli interessi in partita, che trasforma il Paese in un singolare terreno della competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, un termometro con cui misurare la tenuta dell’equilibrio bipolare. La “border war”, la terza per dimensione dopo Corea e Vietnam negli anni della guerra Fredda, è durata decenni. Nel 2002 i negoziati di pace portano il conto del conflitto: 500 mila vittime, 3 milioni di sfollati, centinaia di migliaia di angolani in fuga verso lo Zaire e lo Zambia.

ANCORA UN GIORNO è ambientato tra la fine di una guerra e l’inizio di un’altra. Ryszard Kapuścinski arriva a Luanda, la città della paranoia, alla vigilia della fuga dei portoghesi. È l’unico corrispondente estero. L’undici novembre 1975, il giorno della indipendenza, mentre i portoghesi in gran fretta lasciano il Paese, esplode lo scontro per il potere fra le tre guerriglie anticoloniali, espressione delle diverse componenti etniche: il Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola (MPLA) fondato nel 1956 da Agostinho Neto, di ispirazione marxista, espressione della etnia urbana Ambundu, il Fronte Nazionale di Liberazione dell’Angolo (FLNA) voce della etnia Bakongo e del suo obiettivo di restaurazione dell’antico impero del Congo; l’Unione Nazionale per la Totale Indipendenza dell’Angola (UNITA), movimento di destra con molto seguìto tra l’etnia rurale degli Ovimbundu. Alle spalle del MLPA ci sono Unione Sovietica e Cuba castrista, Cina e Sudafrica sostengono il FNLA, “volontari” bianchi e cospicui finanziamenti americani (aiuti militari sotto la guida della CIA) foraggiano l’UNITA.

Con l’insaziabile curiosità che lo porta ad essere sempre in prima linea, in luoghi lontani e poco conosciuti, a buttarsi nel cuore più profondo delle guerre, ad auscultarne i battiti, Kapuścinski parte per il sud del Paese, per entrare nel ventre della guerra, dove si decide il futuro del Paese. Per raccontare notizie reali di gente reale, da sempre la protagonista del suo giornalismo, come il Comandante Farrusco e Carlota, i personaggi che più di ogni altro segneranno la sua esperienza angolana.

“Ricardo, il sud è una roulette russa, non portano nemmeno uniformi, non distingui amici da nemici. Gli amici del MLPA si chiamano Camerada, i nemici Irmao. Non salutare mai per primo.” (Arthur Queiroz, reporter)

Strade sterrate e polverose interrotte da file di cadaveri ammassati, corpi martoriati di donne e bambini, barbarie fratricide mascherate da ideali e ideologie. Un fronte importante, decisivo, ai confini con la Namibia del Sudafrica, nelle mani di un solo uomo, il Comandante Farrusco, un portoghese dell’esercito regolare. Un disertore che ha abbracciato la bandiera del MLPA. Il Che Guevara dell’Angola, l’eroe popolare, la faccia della causa.

“Gli attivisti del MPLA avevano il sostegno del 90% dalla popolazione, erano pesantemente armati e sostenuti soprattutto nelle periferie”, racconta Luis Alberto, un giornalista angolano al fronte.

A Balombo Kapuścinski conosce Carlota, il volto femminile dell’Angola, una guerrigliera arrogante con il kalashnikov in spalla e un progetto di nazione in mente. Vuole essere fotografata dal giornalista venuto da lontano, immortalata per non essere dimenticata, perché il mondo sappia il volto che aveva prima di andarsene. Carlota e tutti gli uomini della sua unità resteranno uccisi in un attacco dell’UNITA. La sua morte è il primo momento di una crisi professionale ed esistenziale che Kapuścinski attraverserà durante i tre mesi in Angola, in cui metterà in discussione sé stesso e il suo mestiere, indissolubilmente legati fra loro. Ma il viaggio continua, fino a superare rischiando la vita l’invisibile linea rossa che lo separa dal Comandante Farrusco.

“Il Sud Africa vuole l’Angola, hanno i fottuti dollari della CIA e sono al confine. Siamo l’unico ostacolo sulla loro strada. Sai quanti siamo? Cinquanta. Scrivi questo, è la mia ultima intervista. Benvenuto nella tua tomba.”

“Perché hai cambiato sponda?”

“Ci hanno spedito qui, il meglio dei paracadutisti portoghesi. Questi ragazzi erano il nemico contro cui avremmo dovuto combattere, ragazzi di dodici anni.”

Alternandosi alla sua controparte animata, l’ex comandante rivive in una intervista il momento della avanzata sudafricana, la disfatta, il rombo degli elicotteri.

“[…] Fu una lotta impari”, racconta Farrusco, “artiglieria, mitra, blindati. Per quattro ore fu un massacro.”

Man mano che la guerra si fa più confusa e indecifrabile, si affollano nella mente del giornalista dubbi e interrogativi. Fino a che punto può spingersi la voglia di un uomo a uscire fuori nel mondo? Fino a che punto si può raccontare una verità dalle conseguenze imprevedibili, fino a che punto un reporter può cambiare il corso degli eventi e portarne il peso? Interrogativi che li, in Angola, sul campo, non hanno risposte certe come in un’aula di studenti.

Kapuścinski vorrebbe dire al mondo che le forze sudafricane stanno invadendo l’Angola, corazzati, artiglieria, carri armati con il supporto della CIA. Ma il mondo lo nega. Vorrebbe dire che il razzismo degli Afrikaner si sta diffondendo in tutto il continente, che il MPLA è solo stato abbandonato dai sovietici, che stanno arrivando i cubani e questo, nelle parole di Henry Kissinger, significa una risposta americana. Vorrebbe dire al mondo intero dimenticate la decolonizzazione, gli ideali della “via africana al socialismo”, questa è la Guerra fredda e la Guerra fredda non finisce mai. Vorrebbe combattere la battaglia della informazione e vincerla, vorrebbe che il mondo sapesse quello che è importante sapere.

“Ricardo, se pubblichi la notizia del coinvolgimento di Cuba, Ia CIA intercetterà il tuo telex. Il tuo scoop metterà in pericolo molta gente, cambierà il corso degli eventi. Gli americani faranno molto di più che sostenere le forze sudafricane, cancelleranno l’Angola dalla cartina geografica.” (Arthur)

Secondi che sembrano secoli, un susseguirsi frenetico di volti, luoghi, cadaveri.

I have no other news, batte il telex del giornalista.

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