ASFALTO – Camionisti in guerra nel Mediterraneo

Ci sono anche loro tra le vittime del Mediterraneo in fiamme. Camionisti, vita grama la loro. Divorano chilometri di asfalto, trasportano cibo e medicinali, spesso fino all’ultima “frontiera”, dove non si può (più) arrivare in altro modo. Più le guerre divampano, più i camionisti sono indispensabili, più la loro vita è in pericolo. Molto spesso ultima speranza di sopravvivenza di donne e bambini intrappolati in città fantasma, i camionisti di guerra attraversano paesi brutalizzati nella loro esistenza, disintegrati nella loro identità, cannibalizzati nelle loro frontiere.

Una roulette russa oramai la vita dei camionista di guerra, bersagli di cecchini impazziti nel mood generale di guerre impazzite, vittime di fuochi incrociati di indistinte fazioni, oggetto di estorsioni di poliziotti di regime e miliziani improvvisati, costretti a compiere deviazioni impervie per evitare check point di sedicenti taglia teste e occupanti dell’ultima ora.

Camionisti di guerra che macinano ASFALTO, titolo dell’ultimo film documentario del regista libanese Ali Hammoud. ASFALTO è un ritratto contemporaneo e reale delle vite di due camionisti, Derar Nsseir, libanese, e Mohamad Ahmad, egiziano, sulle cui vite dietro a un volante si ripercuotono le guerre che con diversa intensità si consumano lungo tutta la sponda sud del Mediterraneo.

6.40 del mattino. Un aereo sta per decollare. Destinazione Ammam. A bordo c’è Derar Nsseir, camionista di professione, ora camionista di guerra. Per anni ha attraversato con il suo Norfolkliner la Siria, direzione Golfo Persico. Ha rifornito le ricche oil monarchies della prelibata frutta e verdura libanese. Apprezzatissime nell’altra metà del mondo arabo, quello con un reddito medio pro capite che viaggia intorno venticinquemila dollari.

Ma ora le cose sono cambiate, molto e in peggio. Terribilmente in peggio. Dal 2011, il big bang delle Primavere arabe, che per diversi paesi di quel mondo ha significato l’inizio della discesa verso il baratro. Per nessuno tanto profondo e macabro quanto per la Siria. Per Derar (e per moltissimi altri camionisti libanesi) questo ha significato difficoltà, perdite e rischi. Di vita innanzitutto.

Nella fase iniziale della guerra siriana, i camionisti libanesi si sono rivolti a quelli siriani assoldandoli per prelevare i loro tir in zona franca, lungo il confine siro-giordano, attraversare l’impervio suolo siriano e lasciare i tir al confine di Nasib-Jaber con la Giordania. Una volta arrivati in aereo in Giordania i trucker libanesi prelevavano i camion al confine e proseguivano verso Arabia Saudita e paesi del Golfo. In questa sorta di job sharing dell’emergenza, il rischio maggiore era ovviamente a carico dei siriani, che all’inasprirsi della guerra hanno alzato la posta fino a rendere i costi insostenibili per i libanesi. Derar è tra questi.

“Il mio volo è arrivato tardi. Sarebbe stato più facile se mi avessi aspettato a Jaber (confine giordano con la Siria) invece di tornare indietro a Al Omari (confine giordano con l’Arabia Saudita). […] Non è colpa mia, ma tu pensi che arrivo con un taxi o con un razzo? Se decollo alle 14 arrivo alle 16.30 e alle 19 sono li. È uno sforzo per risparmiare tempo. Ci vogliono due ore di aereo! Perché diavolo non mi hai aspettato a Jaber?”

L’autista siriano ha fatto di testa sua e ora a Derar tocca andare al confine di Al Omar a ridosso dell’Iraq per recuperare il suo tir. Paga 250 dollari all’autista siriano ma lui ne vuole 700. I rischi di rimetterci la vita sono troppi alti.

“Il mio camion trasporta verdura, non oro.” (Derar)

Già, ma in Siria c’è la guerra, o meglio tante guerre. Anche per un autista del posto è difficile “imboccare la strada giusta.” Ai camionisti libanesi è toccato presto, ob torto collo, passare per la Siria, esponendosi agli attacchi aerei delle forze di Bashar al-Assad e dei suoi alleati russi, ai miliziani di Al Nusra o di Daesh, lungo strade lastricate di pericoli non meno insidiosi dei campi minati.

Tantissime sono le storie sulle sofferenze dei camionisti libanesi che hanno usato normalmente la Siria per trasportare prodotti agricoli verso i paesi del Golfo. Storie di estorsioni, sequestri, razzie da parte dei siriani. Molti i tir libanesi bloccati lungo il confine tra Siria e Giordania, nella zona franca, dopo che l’avanzata dei ribelli ha costretto Amman a chiudere il confine. Lo stesso si è verificato lungo il confine tra Giordania e Arabia Saudita.

Anni dietro a un volante, Derar, da solo a ingoiare strada, con i suoi pensieri e suoi sogni a tenergli compagnia.

“Sogno di diventare presidente o primo ministro […] è un sogno che mi tiene compagnia, raramente accendo la radio o la musica […] mio padre era un camionista, guadagnava bene. All’inizio ho fatto il tassista, poi ho deciso di seguire le sue orme. Guadagno bene, subito e in contanti. Ho iniziato 25 anni fa, ero ancora giovane.  Sono andato a Dubai, ho iniziato lì  […]”

«Ora non possiamo più prevedere cosa ci succederà nelle zone che attraversiamo, all’improvviso spari di cecchini, è un miracolo se riusciamo a passare da vivi. Non c’è riparo, un posto dove nascondersi lungo queste strade possiamo solo continuare a guidare […]. La corruzione è aumentata moltissimo in Siria, ad ogni check point mi chiedono 1000, 1500 lire. “Perché ti devo dare questi soldi?” Ti chiedono di scendere, nessuno che ci protegge. A chi li denuncio? Ci stanno spennando.»

Non è la prima volta d’altronde che i confini tra Libano e Siria creano “problemi”. Gli Assad hanno sempre usato questo confine per armare i libanesi ai tempi del dominio siriano sulla terra dei Cedri (1975-2000).

Libia, altro fronte caldo, altra eredità di quel mirabilis 2011 che ha rivoluzionato per sempre l’assetto mediorientale. Mohamad Ahmad, camionista egiziano. La sua destinazione è il Sudan. Con l’escalation della congerie di violenze in Libia e il signoraggio delle varie milizie sui check point di confine, i camionisti egiziani sono costretti a tornare in Egitto e deviare su altri mercati.

Racconta la sua vita al volante, Mohamad, mentre i colori dell’alba avvolgono il succedersi incalzante di dune e palme.

“Mi sono sposato nel 1984, poi nel 1988, e poi ancora nel 1989 con la mia attuale moglie. Se Dio vuole mi sposerò per la quarta volta.” (Mohamad)

La sosta con altri camionisti, un appuntamento fisso. Tè e sigarette. Dicono che ci saranno nuove manifestazioni di protesta. Ma Mohamad non è d’accordo.

“Dovremmo badare ai fatti nostri, abbiamo bisogno di guadagnarci da vivere […] Manifestazioni per sparare….no sono finite[…]”

Tè, sigaretta e poi di nuovo a bordo, a macinare chilometri. Si è fatto giorno.

“Sono senza carburante. Mi devo mettere in fila per alcune ore per fare benzina. E poi magari arriva il mio turno e i distributori sono a secco. Siamo tutti nervosi, in fila cosi, ad aspettare per ore… In Libia tutti ci vogliono vendere carburante. Ci pregano di fare il pieno, non sanno che farne. Già con Mubarak eravamo spesso a secco, ora con il nuovo regime è addirittura peggio.” (Mohamad)

“Perché c’è una manifestazione il 30? Per cambiare il regime? Perché? […] Cosa succede Signor Morsi? Meritiamo giorni migliori per aver resistito trent’anni a Mubarak.”

“Sono un mucchio di truffatori, di furfanti” – dice un altro camionista – “Se Dio vuole l’esercito li spazzerà via […]. Il nostro Paese è stato governato dall’esercito dai tempi dei faraoni. L’Egitto non è un posto né per i fratelli musulmani né per altri.”

Ipse dixit.

Fronte siriano. Nell’aprile 2015 gruppi armati hanno catturato il confine di Nasib dopo duri combattimenti con l’esercito governativo. Tra le vittime anche i camionisti libanesi. Sarebbero mille secondo la radio di Stato libanese, rimasti intrappolati nei combattimenti con i loro carichi di frutta e verdure. Alcuni hanno perso i camion, altri sono stati catturati. Nel frattempo la Giordania ha chiuso le sue frontiere con la Siria e l’Arabia Saudita. Un cul de sac, non si può andare né avanti né indietro.

“Le merci vanno a male, stanno lì per giorni. La colpa è dei giordani non dei siriani – dovevo andare a Dubai […] prima non era cosi, scaricavamo il sesto giorno in Kuwait. Ora non riusciamo a passare il confine.”

Il caso di Jedah, una vera e propria discarica secondo la televisione libanese, ha spinto il governo libanese ad intervenire.

“In Turchia i camionisti sono al sicuro, si imbarcano in navi verso altri paesi con facilità […]”

Nel marzo 2013, dopo mesi di paralisi è stata inaugurata una linea di traghetti per autotrasportatori; attraverso il Canale di Suez raggiunge il porto di Deba in Arabia Saudita e di Aqaba in Giordania.

Dall’altra parte della regione, per i camionisti egiziani non è cambiato molto. Ognuno con la sua storia causata dalla instabilità politica, la crisi libica, la ricerca di nuovi mercati.

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