BABAI – La fuga dei Kosovari

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Il Kosovo. Lo Stato più giovane d’Europa. Lo Stato più povero d’Europa. Nato appena otto anni fa, il Kosovo è già dato per spacciato. Uno Stato fallito. Lo dimostra, più di ogni altro dato, l’esodo migratorio che colpisce il Paese. Nel 2014 circa trentamila kosovari hanno provato a lasciare il Paese. Clandestinamente. In autobus, proprio come Gezim e il piccolo Nori, protagonisti di BABAI, opera prima del regista kosovaro Visar Morina, premiato per la miglior regia al Karlovy Vary International Film Festival e nomination all’Oscar per il Kosovo.

Venditore ambulante di sigarette, Gezim non ha nessun presente e nessun futuro in Kosovo. Ha un figlio da mantenere, da solo. La moglie ha lasciato entrambi. Ambientato all’inizio degli anni Novanta, prima dello scoppio della guerra di Jugoslavia, BABAI, parla di povertà, di fuga, di disperazione.

È un film politico BABAI. Il Kosovo prima della guerra non è molto diverso dal Kosovo di oggi. Per il regista, è soprattutto un film sentimentale. Babai in albanese vuol dire padre. Visar Morina cala il dramma delle migrazioni clandestine nel rapporto tra un padre e un figlio. Gezim è determinato a fuggire in Germania (da adolescente Visar Morina si è trasferito in Germania) ma senza il figlio, di cui ha sottovalutato  temerarietà e impudenza.

Nori è ancor più determinato del padre. Non intende perderlo, non intende subire un altro abbandono dopo quello della madre. Gezim riesce a fuggire all’insaputa del figlio. Nori inizia il suo viaggio da clandestino sulle orme del padre. Ruba i soldi allo zio, acquista un biglietto per un autobus diretto in Germania, viaggia nel portabagagli dell’autobus, vivendo da bambino scene note, a cui ci siamo abituati e, peggio, assuefatti. Trasbordi via terra, via mare, trafficanti, gambe in marcia. Ce la fa Nori ad arrivare in Germania, ma deve fuggire di nuovo, questa volta con il padre. Non possono stare in Germania. Non hanno diritto d’asilo. Chissà per quale ragione Gezim decide di provarci in Olanda.

BABAI è ambientato all’inizio degli anni Novanta. Eppure non è cambiato molto da allora per i kosovari malgrado in mezzo ci sia stata la sanguinaria implosione della Jugoslavia e la sua “coda”, la questione kosovara.

Sembrava una success story quella del Kosovo. Lo Stato più giovane d’Europa.

Ottantasette giorni di bombardamenti NATO stroncano la pulizia etnica (un’altra) di Milosevic contro i musulmani albanesi del Kosovo, la maggioranza della popolazione. Siamo nel 1999. Quattro anni dopo gli Accordi di Dayton, che mettono fine al terribile conflitto jugoslavo. Questa volta, Stati Uniti e Europa non indugiano. Si schierano a fianco della popolazione kosovara, in nome del nobile principio della autodeterminazione dei popoli e della più volgare voglia di liberarsi dei Balcani una volta per tutte.

Nel 2008 il Kosovo fa il suo ingresso nella comunità internazionale. Non tutti lo accolgono a braccia aperte. La maggioranza, tuttavia. Centoquindici  Stati (ventitré dell’Unione europea) riconoscono che il Kosovo è, secondo i dettami del diritto internazionale, una entità statale a tutti gli effetti. Cina, India, Russia (ovviamente a fianco dei cugini serbi), Spagna, Slovacchia la pensano diversamente. Preoccupati di creare pericolosi precedenti e timorosi (soprattutto) di effetti emulatori a casa loro, dicono di no alla sovranità del Kosovo.

A otto anni dalla sua nascita, il Kosovo è uno Stato fallito. Una cuccagna per la mafia, un eldorado per contrabbandieri, criminali e trafficanti di ogni cosa: armi, droga, rifiuti tossici, prostitute e perfino organi. Otto anni fa i kosovari hanno avuto il loro Stato. Oggi farebbero di tutto per lasciarlo.

Due milioni di abitanti, la metà dei quali ha meno di venticinque anni. La metà di questi non ha nessuna possibilità o speranza di trovare lavoro. Ci vorranno circa cinquant’anni secondo stime ufficiali prima che il Kosovo raggiunga livelli di sviluppo prossimi a quelli europei. Con le politiche giuste, ovviamente. Un Paese strozzato da una disoccupazione da record, con punte del 50%, da una corruzione endemica, corrosiva e pervasiva.

Non esiste alcuna parvenza di stato di diritto in Kosovo, malgrado l’Europa abbia mai messo in piedi Eulex, la più imponente missione di nation building della sua storia. Cinque miliardi di euro risucchiati nella palude della corruzione, sia di Pristina che di Bruxelles (ricordate lo scandalo per tangenti che ha colpito Eulex?).

I Kosovari fuggono. Non dalla guerra. Non dai cetnici. Fuggono dalla miseria. Da uno Stato mai nato. La destinazione è sempre la stessa: la Germania, passando per l’odiata Serbia. La maggior parte torna in patria, qualcuno di propria iniziativa. Prima di essere respinto. L’Europa ha già troppi problemi (e troppi profughi) per potersi occupare anche dei kosovari in fuga. Il Kosovo è l’unico Paese della regione a cui la Commissione europea continua a negare il regime europeo dei visti. Spiegazione ufficiale: il Kosovo non fornisce adeguate garanzie in materia di controlli alle frontiere e contrasto alla criminalità organizzata.

Secondo le Nazioni Unite e l’Unione europea, i kosovari non possono essere classificati profughi. Non più. Quindi nessun diritto d’asilo. Per di più secondo una legge del Bundestag tedesco, il Kosovo (insieme a Macedonia e Albania) è un “paese di origine sicura”.

Tanto sicura la situazione del Kosovo però non è. Sicure, invece, sono le infiltrazioni del radicalismo islamico. Dallo scorso anno, circa duecento giovani kosovari sono partiti alla volta di Iraq e Siria per immolarsi sull’altare del grande Jihad. L’Isis ha aperto le sue filiali in Europa. È un fatto. Non solo nei sobborghi musulmani delle grandi capitali. La lunga ombra del terrorismo islamico si estende ai Balcani. Bosnia, Albania, Macedonia. Qui l’Isis conta di trovare molte reclute. Ha buone chance di riuscita, soprattutto se noi, europei, perseguiamo nel consueto, fallimentare, atteggiamento di intervenire nei Balcani quando è troppo tardi.

Nei radar dei talent scout del Califfo è finito anche il Kosovo con il suo enorme serbatoio di giovani musulmani senza speranze, con i reduci fanatici nostalgici dell’UCK, quelli (una minoranza) che non hanno mai abbandonato la mimetica, che non si sono riciclati come leader politici dei principali partiti del paese: il PDK, Partito Democratico e la LDK, la Lega Democratica. Il Kosovo è nelle loro mani. Finita la guerra, cacciato Milosevic, le milizie dell’UCK sono state lasciate libere di distruggere, saccheggiare le comunità serba. Almeno mille serbi hanno perso la vita, decine di migliaia sono fuggiti. Si sa che nei Balcani vittime e carnefici si scambiano spesso i ruoli.

Tant’è che a far luce sulle “pulizie e le contro pulizie” è arrivato un tribunale speciale kosovaro. Missione: giudicare dei crimini commessi dai soldati dell’UCK alla fine degli anni Novanta contro le minoranze etniche, cioè i serbi. Un altro passo verso la normalizzazione delle relazioni tra le due comunità, serba e kosovara, si enfatizza nelle cancellerie occidentali, dopo che dinanzi al “bastone” agitato da Bruxelles, Pristina ha dovuto cedere e riconoscere maggiore autonomia alle enclave serbe del nord e del sud del Paese. Almeno sulla carta.

Una miscela esplosiva, quella del Kosovo. Giovane, ma già contagiato dal male cronico dei Balcani, la “polveriera d’Europa …”

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