BURNING BIRDS – La lunga guerra dello Sri Lanka

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BURNING BIRDS, ultimo lavoro cinematografico del regista Sanjeewa Pushpakumara premiato come miglior film al Festival internazionale sui diritti umani di Ginevra è una denuncia cruda e senza veli della dura condizione delle donne che vivono in contesti di guerra.

Essere donna in guerra. É tutto nel volto serrato di Kusul (la brava Anoma Janadari), nei suoi silenzi eloquenti (i dialoghi del resto sono ridotti all’osso in tutto il film), nel suo portamento stoico, dignitosamente doloroso. Ha ingaggiato una prova di forza con il destino, Kusul, e l’ha persa.

Una vita di povertà la sua, con otto figli in un villaggio dello Sri Lanka nordorientale. Una povertà che diventa miseria, come spesso accade quando si perde la dignità. Kusul ci prova a conservarla come donna e come madre, anche quando, in una delle immagini più forti del film, cerca di tirarsi qualche goccia di latte dai seni emaciati per sfamare i figli ridotti allo stremo, dopo che i paramilitari hanno portato via Salun, il marito pescatore.

Non è una sorpresa, se lo aspettava Kusul che sarebbero venuti a prenderlo.Ce lo aspettavamo anche noi, del resto, già alla prima scena del film quando la radio annuncia “…I militari hanno ripreso la cattura dei ribelli di sinistra, la resa volontaria concessa ai ribelli è finita, gli arresti sono ripresi.”

Siamo nel 1989. Nello Sri Lanka, “isola splendente”, impazza una feroce guerra civile – dichiaratamente scoppiata nel 1983, ma in realtà in corso da oltre un decennio a quella data – tra il governo dello Sri Lanka e le Libera­tion Tigers of Tamil Eelam, alias le Tigri del Tamil, il movimento separatista che ha rivendicato fino alla sua sconfitta la creazione di uno Stato tamil autonomo.

Il numero dei morti oscilla tra le 70, 80, forse 100 mila vittime; una guerra che l’opinione pubblica internazionale ha a lungo colposamente ignorato, relegandola nelle retrovie delle scaramucce esotiche, lontane dai riflettori dei media e, soprattutto, dagli scacchieri strategici del mondo civile. Quel mondo civile che dimentica sempre ad ogni longitudine e latitudine il peso della guerra sulle donne.

Il bianco delle vesti, le litanie del sacerdote indù, i dondolii delle donne. L’ultimo addio a Salun (alla sua foto perchè il corpo giace in una fossa comune) e Kusul inizia il suo viaggio alla ricerca di un lavoro per nutrire i suoi otto figli e la assai poco simpatica suocera.

Un viaggio che va diritto all’inferno, inesorabilmente, tappa dopo tappa, un gradino più in basso in direzione dell’annientamento. Prima in una cava a spaccare pietre (e mani) tutto il giorno, poi in un mattatoio a spazzare budella e carcasse di animali.

“Nessuna donna ha mai lavorato qui”,  le dice il capo.

No, certo, non è un lavoro per una donna, ma Kusul lo fa, in silenzio, sotto lo sguardo penetrante dei colleghi. Presto (e prevedibilmente) finisce vittima delle loro violente attenzioni. Il branco si accanisce, lo stupro di gruppo è il preludio della caduta di Kusul nell’orribile mondo della prostituzione.

Tra i clienti anche l’uomo che ha prelevato Salun, il “capetto” dei paramilitari a caccia di presunti sovversivi nel contesto di una guerra che nasce dalle tensioni etniche tra la maggioranza singalese e buddista, e la minoranza Tamil, induista, proveniente dall’India del Sud. Nei primi decenni dell’Ottocento gli inglesi decidono di trasferire un bel pò di Tamil sull’isola di Ceylan (come si chiamava lo Sri Lanka ai tempi dell’impero britannico) come manodopera nelle coltivazioni di tè. Un’altra eredità della insipienza dell’uomo bianco.

I Tamil sono un popolo con la loro storia, tradizioni, cultura, lingua. E con una loro nazione, il Tamil Eelam, nel nord-est dell’isola, dove si concentrano da sempre. Dopo l’indipendenza dagli inglesi, nel 1948, la situazione della popolazione tamil peggiora. La classe dirigente del nuovo Stato, prevalentemente singalese, non riconosce diritto di cittadinanza ai tamil delle piantagioni. Restano stranieri presenti illegalmente sul territorio.

Nel 1972 con la nascita della Repubblica dello Sri Lanka il singalese viene dichiarato lingua ufficiale e il buddismo religione di Stato. Nel 1977 il primo pogrom contro i Tamil, seguito da quello del 1983 (a quanto pare pianificato dallo Stato centrale come ritorsione per l’uccisione di alcuni militari dell’esercito) che segna il passaggio da un conflitto infido e sotterraneo allo scontro aperto tra il governo e le Tigri.

Una guerriglia di prim’ordine quella delle Tigri, che ha monopolizzato, con metodi efferatissimi, la guida del movimento secessionista (tutt’altro che omogeneo) eliminando chiunque mettesse in discussione l’obiettivo ultimo: la creazione di uno Stato Tamil. A pagare il prezzo più alto del purismo ideologico della lotta, come sempre, la popolazione civile.

I Tamil sono stati vittime due volte: del governo che li ha discriminati e perseguitati perché tamil, e degli stessi ribelli che per anni hanno reclutato forzatamente giovani e bambini. Soprattutto questi, a migliaia.

Nel 2008 presidente Mahinda Rajapaksa lancia un’ultima e decisiva offensiva militare (costata circa 20 mila morti) contro le Tigri. É difficile tirare le somme umane di un conflitto durato trent’anni, il cui epilogo con la sconfitta delle Libera­tion Tigers of Tamil Eelam e l’uccisione del suo leader, Vellupillai Prabhakaran, è stato l’iceberg delle barbarie.

La lista degli orrori è equanime. L’esercito non ha lesinato l’uso della artiglieria pesante nelle offensive contro i ribelli (e civili); sulle Tigri, dal canto loro, pesa l’infamia, indelebile, di essersi fatti scudo di migliaia di Tamil impedendo loro di accedere alle “zone di sicurezza” istituite dall’esercito lungo la costa nordorientale.

Secondo stime ufficiali delle Nazioni Unite, durante l’attacco finale sono state uccise tra le 40 mila e le 70 mila persone. Entrambi gli schieramenti son stati accusati di crimini di guerra. Il governo Rajapaksa (in carica dal 2005 al 2015) ha sempre negato recisamente ogni imputazione, rifiutando, sotto il pretesto della sovranità nazionale, il visto di ingresso agli esperti nominati dal Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, incaricati di indagare sulle responsabilità delle peggiori atrocità commesse durante il conflitto.

Il finale di BURNING BIRDS è di genere, con una ricercata teatralizzazione. Enfasi sul paesaggio, sui colori, sulla casa in fiamme dinanzi allo sguardo fermo di Kusul.

É uscita dal carcere, dove nel frattempo è finita insieme ad altre prostitute, e tutto intorno a lei è vergogna. Lo sguardo sprezzante della figlia maggiore, che ha lasciato la scuola per sfamare i fratelli, la vendetta della suocera che (con una punta di eccessiva drammatizzazione) si impicca ad un albero, il cartello alla porta di casa “Nessuna tolleranza per le puttane”, la furia accecante con cui Kusul si accanisce sul corpo avvolto nel sonno dell’uomo che ha tradito suo marito.

BURNING BIRDS, la lunga guerra dello Sri Lanka.

La sua fine probabilmente è solo nel 2015 con l’uscita dalla scena politica di Rajapaksa, l’uomo della vittoria sulle Tigri, sconfitto alle elezioni da Maithripala Sirisena, leader del Partito della Libertà, singalese appoggiato anche dalla maggioranza dei tamil.

Le speranze di un vero processo di riconciliazione nazionale, seppur lungo e complesso, che il nuovo corso politico aveva alimentato, si sono ben presto infrante contro l’inatteso voltafaccia di Sisirena, che ora si rifiuta di collaborare con il Consiglio per i diritti umani dell’ONU(contrariamente all’impegno assunto all’inizio del suo mandato) per l’istituzione di un tribunale internazionale sui crimini commessi durante la fase finale della guerra.

L’unico in grado, forse, di spegnere per sempre il fuoco dell’odio sull’ “isola splendente.”

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