COLD CASE HAMMARSKJÖLD – La folle indagine sul Segretario generale delle Nazioni Unite

Il giornalista e regista danese Mads Brügger è noto per lo stile provocatorio che caratterizza i suoi lavori. Brügger è solito esplorare luoghi che ribollono di tensioni sociali e politiche; il suo metodo non consiste solo nell’osservare il contesto, quanto nell’immergersi attivamente fino alle estreme conseguenze. Ricorrendo al suo carisma personale e a strategie parossistiche Mads Brügger ha sviluppato diversi progetti su Stati Uniti, Corea del Nord, Cina e Africa centrale. Il suo ultimo lavoro COLD CASE HAMMARSKJÖLD si allarga a diversi paesi africani partendo dalla notte tra il 17 e il 18 settembre 1961, dal tragico incidente aereo nei pressi di Ndola, nella allora Rodesia del Nord (ora Zambia), in cui perse la vita il Segretario generale delle Nazioni Unite Dag Hammarskjöld.

Hammarskjöld avrebbe dovuto incontrare il leader separatista del Katanga, Moïse Tshombe, per negoziare il cessate il fuoco tra il Katanga, e la Repubblica del Congo, diventata indipendente dal Belgio nel 1960. A favore della secessione della provincia del Katanga (dove si concentra la maggioranza delle ingenti risorse minerarie congolesi) e in difesa di consistenti interessi geostrategici e minerari si erano espresse le principali potenze occidentali (Gran Bretagna, Francia, Belgio, USA). Hammarskjöld, definito da John F Kennedy come “il più grande statista del nostro secolo”, unica personalità a ricevere postumo il premio Nobel per la pace, era un progressista, fermamente convinto che il Congo e l’Africa in generale dovessero affrancarsi dalla dipendenza nei confronti delle ex potenze coloniali e che fosse compito delle Nazioni Unite proteggere gli Stati di recente indipendenza dalle loro ingerenze politiche.

La sua misteriosa morte non è mai stata indagata approfonditamente, mentre negli anni hanno continuato a moltiplicarsi teorie contrastanti.

Le indagini ufficiali all’indomani del disastro aereo attribuirono ad un errore del pilota la causa dello schianto. Parallelamente prese piede il sospetto che l’aereo fosse stato abbattuto; teoria questa alimentata dalla Commissione di Inchiesta della Nazioni Unite che nel 1962 avanzò l’ipotesi che il charter su cui viaggiavano il Segretario generale e il suo staff fosse stato sabotato. Molti anni dopo, nel 2013, un’altra commissione ONU ha confermato l’esistenza di prove convincenti a sostegno della ipotesi che l’aereo delle Nazioni Unite sia stato abbattuto in volo.

Il regista Mads Brügger non è nuovo a questo generi di documentari e al contest africano. Nel 2011 ha realizzato THE AMBASSADOR, presentato in anteprima mondiale al Sundance Festival. Spacciandosi per un diplomatico dopo aver imparato che è possibile comprare questo status ha realizzato un film con il chiaro intento di portare fuori la questione della corruzione e della distribuzione del potere nelle ex colonie (Liberia e Repubblica dell’Africa Centrale).

Brügger è riuscito a portare a termine il suo lavoro, malgrado l’approccio rischioso e i metodi discutibili – come ad esempio l’uso di una telecamera nascosta – che gli hanno causato grattacapi legali e diversi tentativi di impedire l’uscita del film. Negli anni successivi Brügger è tornato in Africa (questa volta in Zambia), accompagnato da Göran Björkdahl, un investigatore privato.

COLD CASE HAMMARSKJÖLD ha iniziato da un pezzo di metallo che un giorno il padre di Björkdahl, che lavorava per le Nazioni Unite, ha portato a casa dal luogo dell’incidente in cui perse la vita Dag Hammarskjöld. Da qui si sono sviluppati quasi sei anni di indagini sfociate in COLD CASE HAMMARSKJÖLD, quarto lavoro del regista danese per il quale ha ottenuto il premio Miglior Regia tra i documentari in concorso al Sundance 2019. Riesumando un caso vecchio ma ancora molto scomodo, Brügger è perfettamente consapevole delle difficoltà che incontrerà sul suo cammino: mancanza di prove, mancanza di sostegno da parte delle autorità, mancanza di interesse da parte del pubblico.

Fin dall’inizio Brügger trasforma la storia in uno show, con un inizio ironico. Vestito di bianco, seduto nella stanza di un hotel, con le tende chiuse, il regista danese detta a due donne, due segretarie africane, che si avvicendano usado una vecchia macchina da scrivere, la storia di quello che potrebbe diventare uno dei più clamorosi casi di complotto mai verificatisi. Il tono è di chi sembrerebbe voler distrarre o fuorviare il pubblico da una storia di giornalismo investigativo molto dettagliata. Ma rivelazioni e scoperte vanno oltre l’indagine giornalistica, finendo col fare di COLD CASE HAMMARSKJÖLD un thriller politico che non approda a precise conclusioni, ma che va oltre il formato cinematografico.

Brügger presenta Hammarskjöld come un progressista, un diplomatico impegnato a favore del processo di indipendenza dell’Africa. Il compito del regista è mettersi alla ricerca di prove atte a confutare la tesi ufficiale dell’incidente.

 

Nella questione del Katanga Hammarskjöld aveva preso posizione a favore delle autorità centrali del Congo e del primo ministro Patrice Lumumba sostenuto dai sovietici. Hammarskjöld era ruscito ad avviare personalemente un negoziato tra le forze delle Nazioni Unite e le truppe del Katanga, la provincia che aveva proclamato l’indipendenza da Leopoldville (oggi Kinshasa) perchè contraria alla politica di nazionalizzazione delle miniere del governo centrale, che invece Hammarskjöld sosteneva.

La nazionalizzazione era osteggiata oltre che dal Belgio, principale detentore dei diritti di sfruttamento (con l’Union Minière du Haut Katanga), dagli Stati Uniti decisi ad impedire ai sovietici di mettere le mani sui giacimenti di uranio, e dal Regno Unito, guardiano della supremazia dei bianchi della Federazione della Rhodesia, che un Congo centralizzato e nelle mani della popolazione di colore avrebbe di certo messo in serio pericolo. Considerando gli interessi in gioco, Hammarskjöld era un personaggio indubbiamente scomodo. Brügger unisce fra loro i diversi fili che arrivano a tessere la rete del presunto complotto: l’Albertina, il Douglas DC 6 su cui viaggiava il diplomatico svedese, sarebbe stato abbattuto da un aereo katangese guidato da un mercenario belga o sudafricano, ingaggiato per combattere i separatisti.

Mentre la prova fisica, il pezzo di metallo di Göran Björkdahl si rivela essere un falso, tutto il resto sembra avallare la teoria dell’omicidio. Le prove più importanti sono le testimonianze della gente del posto, che Brügger accuratamente intreccia nel film. Persone che sono state ignorate dalle autorità durante le indagini. Man mano che la ricostruzione si sviluppa, Björkdahl arriva al suo approdo favorito: la lotta per la distribuzione del potere. Scavando negli archivi e ascoltando molte persone coinvolte nel caso, Björkdahl e Brügger procedono con le indagini fino ad allargare la cerchia dei personaggi e delle istituzioni coinvolte. Una di queste, è SAIMR, l’Istituto sudafricano per la ricerca marina, una organizzazione di mercenari collegata a molte attività segrete, alcune delle quali non dimostrabili.

Testimoni oculari dell’epoca descrivono il leader della organizzazione, Keith Maxwell, come un manipolatore, un uomo molto potente quanto fuori di senno. Quando Maxwell appare nel film, l’ambiguità della trama prende il sopravvento. Brügger aumenta il senso di confusione ricorrendo a goffe parodie del periodo coloniale, ben miscelate da serie insinuazioni sul ruolo di governi e servizi di intelligence stranieri (la CIA e la MI-6, l’Agenzia di spionaggio britannica) nella vicenda.

Ad un certo punto, Brügger ironicamente osserva di avere la sensazione di essere di fronte al “Vecchio uomo bianco con le macchie sulla pelle”. Apparentemente tutti stanno mentendo, le indagini, che partite dal presunto omicidio di Hammarskjöld approdano all’apartheid, alla suprematismo bianco e al complotto per diffondere il virus HIV, arrivano ad un punto morto. Tuttavia, la sua tesi resta quella di un gigantesco disegno in cui un gruppo di mercenari bianchi del Sud Africa non sarebbero stati solo responsabili dell’incidente aereo che uccise il Segretario generale, quanto di un piano diabolico per l’eliminazione della popolazione di colore attraverso la diffusione dell’AIDS mediante una falsa campagna di vaccinazione. L’ipotesi della cospirazione dell’AIDS è lontanissima dall’essere dimostrabile, anche se la politica di segregazione praticata dai bianchi rendono la “leggenda” piuttosto credibile agli occhi dei neri.

COLD CASE HAMMARSKJÖLD amalga interviste, ricerche d’archivio, racconti personali e divertenti rappresentazioni, a metà tra il vero-simile e la recitazione. Una tale combinazione di ingredienti può lasciare allo spettatore impressioni contrastanti, dargli la sensazione di essere manipolato. Nondimeno, la dimensione della geografia del contesto di riferimento e l’enorme quantità di fatti e personaggi chiamati in causa ci impedisce di rimanere indifferenti. Brügger usa il suo consueto stile investigativo per trattare questioni che vanno più a fondo di quello che è il tema ufficiale del film, mettendo se stesso e chi lavora con lui in situazioni imbarazzanti quando arriva a mettere in discussione le versioni ufficiali di eventi che stanno accadendo nell’Africa di oggi.

Il film si chiude con la promessa di proseguire le indagini e questo consola in qualche modo lo spettatore, la cui prima reazione è di andare a cercare in rete quello che ha visto sullo schermo.

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