DEAD SOULS – Le anime morte di Wang Bing

Cosa fare con un capolavoro di difficilissima distribuzione come DEAD SOULS opera fiume di Wang Bing? Dobbiamo considerarlo un rara avis del grande schermo per un pubblico limitato o relegarlo alle piattaforme VOD dedicate al miglior cinema d’autore? Per quanto il fatto che distributori come Icarus Films e Grasshopper Film While abbiano acquistato i diritti di distribuzione per l’America del Nord sia stata una sorpresa, l’uscita del film resta comunque limitata a quasi un anno di distanza. Non voglio e non ho l’autorità per rispondere a questa domanda, ma è bene tenere in mente che c’è un problema nella costruzione del film di Wang Bing: il tempo. Non è possibile infatti dissociare la forma dal tempo in DEAD SOULS perchè sia il regista che i suoi protagonisti ne hanno poco. Sono settuagenari, ottuagenari, addirittura nonagenari. Hanno poco tempo a loro disposizione per raccontare le loro storie e poco ne ha anche Wang Bing. Ma se quest’ultimo ha avuto la possibilità di ascoltarli, di registrarli e presentarli, restituendoci una grande quantità di testimonianze, dall’inizio del film fino alla sua uscita qualcosa si è perso: il tempo. Eterno sullo schermo secondo il famoso “complesso della mummia” di André Bazin.

La Campagna dei Cento Fiori (1956-1957) è stato un periodo di liberalizzazione della vita cultuale e politica cinese durante il quale il Segretario del Partito Comunista cinese Mao Zedong incoraggiò i cittadini ad esprimere liberamente le loro opinioni sul regime attraverso critiche e proposte. Dopo il presunto cambiamento nella metà degli anni Cinquanta, il movimento comunista internazionale scoprì le carte e il regime maoista iniziò la “Campagna anti-destrista”, un processo di rieducazione (in realtà di eliminazione) dei nazionalisti (anche chiamati “destristi”) e di chiuque altro fosse ritenuto “antirivoluzionario”. Il principale obiettivo erano gli intellettuali, incoraggiati ad esporsi durante la precedente campagna (maggiori dettagli si possono trovare nelle trascrizioni del famoso discorso di Mao del 1957, “On the Correct Handling of Contradictions Among the People”). Un numero compreso tra 550.000 e 1.300.000 di persone furono mandate nei campi per essere rieducate con il lavoro.

La ricerca di Wang, che lo ha condotto ad intervistare circa 120 sopravvissuti dei campi di lavoro a Jiabiangou, nella provincia di Gansuand, e nel campo di Mingshui, l’ultimo questo ad essere aperto (autunno del 1960), ha prodotto circa 600 ore di materiale. 3200 dei cosiddetti “anti-rivoluzionari” furono mandati in questi campi, solo 500 di loro sono spravvissuti alle durissime condizioni e alla mancanza di cibo. La versione finale di DEAD SOULS, di circa 500 minuti, segue la cronologia originale delle interviste selezionate in un modo tale da rendere un discorso che non ha la pretesa di essere esaustivo. Wang Bing costruisce un interessante pezzo di cinema diretto, senza mai o quasi rielaborare i movimenti della macchina da presa mentre sta intervistando i sopravvissuti. Le sue domande rivelano ciò a cui Wang è interessato: le storie di prigionieri anonimi che non sono morti durante la campagna di Mao, e i piccoli ma cruciali dettagli delle storie di sopravvivenza.

La prima intervista, ad esempio, ci mostra il sopravvissuto Zhou Huinan e sua moglie Gao Guifang discutere su come Zhou fu definito un “destrista”. Come molti altri che seguiranno, lui non era anti-maoista, si era solo dichiarato contrario ad alcune pratiche del partito, tra cui il dogma del 5% – la dichiarazione di Mao secondo cui il 5% dei cittadini cinesi erano criminali e pertanto dovevano essere denunciati. Come racconta Zhou Huinan “[…] se non riuscivamo a scovare questo famoso 5% di malfattori da un gruppo, eravamo automanicamente etichettati come “conservatori destristi”.

L’intervista successiva presenta il fratello di Zhou Huinan in gravi condizioni, propabilemente nel suo letto di morte. E cosi accade che il funerale di Zhou Zhinan è la prima occasione in cui lo stile intervista viene interrotto. Ce ne saranno altre, come quando Wang Bing visita la località dove si trovava il campo di Mingshui, esplorando i resti dei campi, degli scheletri, della violenza, della storia e della memoria. Attraverso questi contrasti il film crea una tensione tra i sopravvissuti che sono intervistati e quelli che non sono sopravvissuti, che devono essere cercati in questi luoghi. Una dinamica tra i morti e coloro che stanno morendo.

Quasi tutte le interviste sono abbastanza intime. L’intimità delle loro case rende il trauma collettivo della campagna contro i destristi (che appartiene alla sfera pubblica) una questione privata da trattare con calma, silenziosamente. In famiglia. La famiglia è il concetto chiave delle testimonianze dei sopravvissuti. Essere considerato un destrista e per questo deportato nei campi di lavoro era una questione di famiglia, la morte una tragedia per tutti i suoi componenti. Molti sopravvissuti riconoscono che è solo grazie alla loro famiglia che ne sono venuti fuori. Wang Bing sceglie di illustrare la storia di un prigionero deceduto, Pei Zifeng, accusato di essere un destrista nell’agosto del 1958 e mandato a Jiabiangou dove morì due anni dopo. Wang usa una fotografia della famiglia di Pei, una lettera trascritta e una scansione dell’originale. Ancora una volta la famiglia è usata un pò come un archivio, che custodisce e restituisce materiale storico, non solo testimonianze orali.

“Il cinema può creare l’illusione che qualcuno sia ancora vivo solo per rendere ancora più forte l’effetto della sua morte alla fine“, ha detto Camille Bourgeus nella sua recensione di DEAD SOULS. Il lavoro di Wang Bing ci fa pensare a Sloah di Lanzmann o alle opere di Chantal Akerman. In termini di “urgenza del tempo”, invece, DEAD SOULS può essere affiancato all’ultimo film del regista giapponese Kazuo Hara, Sennan Asbestos Disaster, in cui la rivelazione della morte produce sullo spettatore l’effetto proprio inteso da Camille Bourgeus. Ciononostante l’approccio di Wang sembra essere più umano, a tratti poetico. “È la fine. Voglio morire il più presto possibile. Morto soffrirò di meno”, dice Gao Guifang undici anni dopo essere stato filmato per la prima volta a Wang Bing. Una lunga ripresa di lei che giace nel suo letto, seguita da un altro letto di morte che lo spettatore percepisce al suono stridente del ticchettio di un orologio.

C’è l’intervista molto interessante del 2016, a Cao Zonghua, il quale in un breve momento di complicità, dice: “Credo che non appena tu arrivi, loro ci guardano. Sanno che stai venendo da me. Sanno sempre quando viene qualcuno da me.” Wang Bing gli chiede come sia possibile, come fanno a saperlo. “Non lo so, ma lo sanno.” Chi sono? Cao sta forse insinuando che è spiato da qualcuno? Si specula oramai da tempo sul fatto che la campagna anti-destrista sia un argomento sensibile per l’attuale dirigenza cinese. Io aggiungerei un’ulteriore riflessione: non è forse vero che il termine “campi di rieducazione” è tremendamente attuale, ancor di più a partire dal 2016? I campi di de-islamizzazione cinesi non rendono l’argomento ancor più “indesiderato”?

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