DEPTH TWO – Crimini nei Balcani

Braccia, gambe, resti umani emergono dalle profondità delle acque del Danubio, lungo il confine tra Serbia e Romania. Tutto intorno, possenti montagne si specchiano nelle acque inquietanti e torbide del Danubio, avvolte in una atmosfera onirica come fossimo in un quadro di Böcklin. Una prefetta ambientazione noir fa da sfondo a DEPTH TWO, il docufilm del regista serbo Ognjen Glavonic, vincitore del Premio Miglior Lungometraggio all’ultima edizione del Festival dei Popoli di Firenze.

Un noir balcanico, si diceva, con tutti gli ingredienti del thriller ad alta tensione, una suspence crescente alimentata dalla assoluta assenza di volti. Non facce, ma voci che rendono visibile l’invisibile.

Una buona prova della cinematografia balcanica, poco avvezza al genere thriller-noir-investigativo, se non fosse che DEPTH TWO è una storia drammaticamente vera, orribilmente accaduta, vergognosamente sottaciuta.

Ognjen Glavonic la riporta alla luce attraverso le testimonianze di vittime e carnefici di un (ennesimo) efferatissimo crimine commesso nei sanguinari Balcani anni Novanta.

DUBINA DVA (titolo originale) si apre nel 2001 in Kosovo, sul Danubio. Un pescatore vede un oggetto che galleggia nelle acque del Danubio.

«Non era la prima volta che un veicolo finiva nel Danubio, probabilmente era una Mercedes.»

La voce fuori campo è di Bole, un poliziotto chiamato sulla scena, complice, suo malgrado, di questo orribile vicenda.

«Ci è voluto molto per tirarlo fuori […], il sommozzatore mi fa: “Bole, ci sono gambe umane che vengono fuori dalla parte posteriore.” Anch’io ho notato mentre il veicolo veniva tirato su due piedi e un braccio […] Ho informato immediatamente il giudice del distretto municipale, mi ha detto che non era sua competenza e ha lasciato la scena. Hanno mandato un camion pieno di bare di legno. Cosa ci facciamo con 12 bare? In tutta la nostra regione non c’erano bare a sufficienza per tutti quei corpi. Ero fuori di me. Ho chiamato un altro distretto e poi il mio superiore al Ministero dell’Interno il Generale Djordjevic. L’ordine di Djordjevic era di non seppellire i corpi nel villaggio, ma di caricarli in un camion e trasportali a Belgrado. Abbiamo tirato fuori tutti i corpi, li abbiamo adagiati uno ad uno sulla sabbia. Gli altri li tiravano su caricandoli sul furgone. Come una catena di montaggio. Dall’ufficio del Generale Djordjevic ho ricevuto l’ordine di eseguire un compito molto importante, un compito di Stato. Dovevo trasportare tutti i corpi caricati a Batajnica, alla periferia di Belgrado. C’erano le forze NATO nella zona, eravamo in guerra, potevamo dare nell’occhio con quel furgone a rimorchio. Cosi abbiamo coperto con la vernice le lettere sulle portiere del furgone a rimorchio. Al loro posto: Prizren Slaughter House. Mi hanno detto che tutti quei corpi erano di vittime dei bombardamenti NATO e che la loro identificazione sarebbe avvenuta dopo la fine della guerra.»

No body, no crime.

«I corpi sono stati tirati fuori ad uno ad uno. Sono stati contati in base alle teste o ad altre parti del corpo. In tutto cinquantatré corpi più tre teste. Anche una bambina di sette o otto  anni con un quaderno dell’UNICEF nello zainetto e una bambola.»

I morti rinvenuti, le parti dei loro corpi restituite dalle oscure profondità del Danubio, appartengono a kosovari albanesi. All’epoca del crimine, nel 1999, erano cittadini serbi. Trucidati da serbi.

“A Belgrado ho contattato una persona che mi ha detto cosa fare. Dovevo andare a Skopje, lì mi avrebbe aspettato una Golf. Dovevo solo seguirla, senza fare domande. Superata Skopje ho guidato fino a Janeevo, dove mi aspettava la polizia locale […] Hanno caricato i corpi su un trattore, poi mi hanno fatto vedere il terreno da scavare. Abbiamo lavorato per giorni. I corpi erano sparsi, non li ho contati ma erano molti. Il poliziotto mi disse che non dovevo dirlo a nessuno, altrimenti sarei sparito e pure mia moglie.”

Slaughter House.

La casa del massacro, il luogo dove si consuma l’eccidio. La parte più dura e cruda di DEPTH TWO per immagini e testimonianze. Una, in realtà, quella di una donna, Shyhrete Berisha. Il suo racconto, come sempre accade con le sopravvissuti di simili carneficine sono sempre inverosimili nel loro orrore, tanto da sembrare parti recitate in un film.

«Ora chiedete a Daddy Clinton di aiutarvi» dicevano soldati serbi.

Già, Daddy Clinton … l’interventista riluttante. Contrario fino alla fine, Bill Clinton ad inviare American Boys in quel ginepraio che sono i Balcani. L’Europa spinge all’intervento, ha capito (tardi e per poco) che i Balcani sono una faccenda di cui deve occuparsi. Tirato per giacchetta il presidente americano accondiscende ad un intervento militare aereo in Kosovo per fermare la pulizia etnica di Milosevic contro gli albanesi.

La NATO inizia a cambiare pelle: un intervento attivo e fuori area è la sua prima prova post Guerra fredda.

I bombardamenti della NATO durano nove settimane, durante le quali Clinton non smette mai di rassicurare gli americani che non ci saranno boots on ground.

Di quanto ne fosse convinto non è dato saperlo, fatto sta che rumors insistenti (e piuttosto accreditati) raccontano di operazioni di addestramento delle forze del Kosovo Liberation Army da parte della CIA.

L’ipotesi di una escalation militare in Kosovo resta sul tappeto della maggior parte delle cancellerie europee, e Milosevic deve averla considerata molto probabile, tanto da fargli alzare bandiera bianca. Ai suoi uomini un ultimo “compito”: cancellare le tracce dei pogrom contro i kosovari albanesi, farne sparire i corpi, ucciderli due volte.

Più di ottocento corpi sono stati rinvenuti in fosse comuni scavate fuori l’area urbana di Belgrado, a Batajnica e Bajna Basta (rapporto di Amnesty international). I corpi sono stati esumati e trasportati in Serbia in camion refrigerati.

Ci sono prove che molti cadaveri sono stati cremati nella fonderia di Mačkatica. Crimini di Stato, senza dubbio alcuno. La Serbia di Milosevic ha primo ordinato i pogrom, poi il loro occultamento.

No body no crime.

“Ero amica della moglie di Zoran, eravamo andate a scuola insieme, la stessa classe di economia. Conoscevo Zoran molto bene, lo avevo visto spesso a Suva Reka. Conoscevo tutti, non erano poliziotti in divisa ma uomini in uniforme nera” racconta Shyhrete Berisha “[…] Il 25 marzo tre poliziotti serbi bussano alla porta. Stavamo dormendo. Erano armati, hanno urlato, strattonato mio marito. credevano ci fossero americani nella casa. Fino a qualche settimana prima quella grande casa era stata la sede della rappresentanza dell’OSCE, arrivata a Suva Reka l’anno prima. […] Sperate che i vostri americani vengano a salvarvi ora?, ha detto un uomo in divisa. Poi ha sparato tre volte, in tutte le direzioni, un inferno. Eravamo soprattutto donne e bambini, siamo scappati fuori temevamo che bruciassero la casa con noi dentro. Tutti i nostri uomini sono stati uccisi dietro la casa. Ci hanno fatto entrare nella pizzeria qui accanto e hanno lanciato due bombe attraverso la finestra, poi hanno mitragliato tutto. Erano tutti morti. Sono entrati a controllare […], poi è arrivato un camion a caricare i corpi con una carriola. Quando hanno visto che ero viva mi hanno sparato, hanno pensato di avermi ucciso. Mi hanno scaricato molte pallottole. Ancora oggi ho le schegge dentro il mio corpo. Ho finto di essere morta, non ho guardato quando ci hanno caricato i nostri corpi sul furgone. Avevo due catene al collo, le hanno strappate. Pensavano fossero di valore, per loro valevano più di una vita umana. Mio figlio Gramos era vivo non si erano accorti di lui all’inizio perché la giacca lo copriva. Per poco, poi gli hanno sparato. Sono saltata giù ferendomi alla fronte.”

“Quando ho saputo del furgone nel Danubio” racconta Bole “sono andato subito alla polizia di Belgrado. Si sono congratulati con me e mi hanno detto: «da ora sei in pensione». Ho avuto un appartamento dal Ministero degli Interni, mi sono trasferito per venir via da Batajnica,  mi ricordava solo brutte cose. Non potevo  continuare a vivere a Batajnica dopo quello che avevo fatto.”

Esumazioni dei corpi a Batajnica sono iniziate nel 2001. Due sentenze del Tribunale dell’Aja per i crimini nella ex Jugoslavia hanno condannato diversi ufficiali di polizia per aver occultato il crimine e trasportato i corpi dal Kosovo a Batajnica. L’allora capo del dipartimento di sicurezza del Ministero degli interni serbo, Vlastimir Đorđević, è stato condannato a 18 anni di carcere.

Nel 2001 e 2002 sono state rinvenute due fosse comuni per un totale di 705 cadaveri di civili uccisi in diverse località del Kosovo. Per molti anni le autopsie e i rilievi sui corpi delle vittime sono stati realizzati nel tunnel sulle rive del Danubio. Una volta identificati sono stati trasportati in Kosovo e consegnati alle loro famiglie.

Nessun procedimento giudiziario è stato mai avviato per individuare i responsabili  di questo massacro e dare giustizia alle vittime. In Serbia oggi è ancora un mezzo segreto di cui molti ignorano l’esistenza. Anche per questa ragione è nato un memoriale virtuale Batajnica Memorial Initiative, un sito web che informa, ricostruisce, racconta la terribile storia di Batajnica, delle sue fosse comuni, delle sue manipolazioni, della omertà che circonda questa carneficina balcanica.

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