ENCLAVE – L’apartheid dei serbi del Kosovo

La parola enclave non promette nulla di buono, sa di segregazione, di identità calpestate, di diritti negati. È claustrofobica la parola enclave. Gabbie con sbarre invisibili, riserve indiane, minoranze in via di estinzione.

Cosi devono sentirsi i serbi in quel lembo di territorio al confine con la Serbia, a nord del fiume Ibar, dove sono stati “rinchiusi” dopo che il Kosovo nel 2008 si è autoproclamato Stato indipendente. I serbi, i più forti, la maggioranza della Jugoslavia di Tito, i protetti della Grande Russia, i più odiati e temuti nel variegato emisfero balcanico. In Kosovo i serbi non incutono più terrore. Lo subiscono.

Il regista serbo Goran Radovanović ce ne dà uno spaccato con il suo ultimo film ENCLAVE.Un film pessimista, in linea con la prevalente filmografia balcanica. Un pessimismo di fondo difficile da mistificare.

Protagonisti due bambini, Namid serbo, Bashkim albanese. Namid è buono, Bashkim è cattivo. Partigianeria, ma anche coraggio a ritrarre i serbi dalla parte delle vittime. Siamo a Vrelo, piccola enclave serba in Kosovo, in un’aula scolastica. È il 30 aprile 2004, cinque anni dopo la fine della guerra kosovara, ultimo atto della disgregazione purulenta della Jugoslavia e un mese dopo il “pogrom di marzo” contro le comunità serbe locali.

Sotto gli occhi delle forze KFOR, (la missione militare della NATO) i veterani dell’Esercito di Liberazione del Kosovo fanno razzie. Un migliaio di serbi espulsi, moltissime chiese e monumenti ortodossi distrutti, cimiteri devastati, terre e proprietà confiscate.Un episodio di violenza etnica e religiosa per cancellare le tracce della presenza secolare delle comunità serbe-ortodosse in nome della Grande Albania.

C’è sempre qualcosa di “Grande” da realizzare nei Balcani. L’Occidente si è voltato dall’altra parte. I serbi, d’altronde, sono “indifendibili”. La scuola di Vrelo è una scuola particolare. Ha un solo alunno, Namid. Agli occhi dei bambini albanesi Namid è un privilegiato perché lui a scuola non ci va con un bus qualsiasi, ma con un blindato della KFOR.

Alla lavagna la traccia di un tema : Il mio miglior amico.

Namid non ha amici. Come fa a fare il tema? Si inventa qualcosa. In fondo è un bambino.

Non ho amici nel villaggio, ma gioco con mio nonno Mutalin che ha 86 anni e con suo figlio, cioè mio padre Voja. Lui beve sempre e litiga con il nonno, “vattene dai rifugiati a Belgrado. Io sono nato qui e morirò qui” gli dice il nonno quando è molto arrabbiato. Mia zia è fuggita a Belgrado, ma non me la ricordo …ha sposato un fornaio.. Io e il nonno giochiamo a domino, quando vinco mi dà una zolletta di zucchero…”

Questo è il mondo di Namid, solo a casa, solo a scuola, solo nel villaggio. Anche la maestra sta per lasciarlo per trasferirsi a Belgrado, mettendo cosi fine alla sua istruzione. Ovvio che voglia dei compagni di gioco, fossero pure albanesi. A Vrelo i bambini non si chiamano per nome, sono il “serbo”, l’ ”albanese”.

Invidiosi, curiosi, ostili i bambini albanesi.

“Dai, facci salire anche a noi, Namid, solo un giro.. digli che siamo serbi..che mia nonna è serba.”

Non è sufficiente il giro nel blindato per farlo entrare nel “gruppo”. L’impietosa legge della maggioranza etnica detta le sue regole anche tra i più giovani. Bambini con i difetti degli adulti. Soprattutto Bashkim, il capo banda che sa maneggiare bene le armi. Ce l’ha con tutto la galassia serba colpevole di avergli ucciso il padre. Intanto Mutalin, il nonno, è morto. Namid deve cercare padre Draza, il prete ortodosso con cui canta le filastrocche ogni mattina dentro il blindato.

“Viene con noi, ci serve il quarto per il nascondino”.

Le macerie della chiesa ortodossa offrono molti nascondigli. Come rifiutare un invito tanto atteso? Il funerale del nonno passa in secondo piano. L’odio etnico invece no. Il gioco si fa serio, roba da adulti. Bashkim ha una pistola. Vera. E spara. Spara sulla nuova campana che padre Drazda è riuscito a far arrivare al villaggio, dopo la distruzione della chiesa. L’ennesima chiesa ortodossa, testimonianza della presenza serba nel passato del Kosovo, polverizzata dagli albanesi (circa duecento tra chiese e monumenti ortodossi sono stati distrutti dal 1999). Punta l’arma contro Namid, Bashkim, costringendolo a camminare all’indietro cantando.

“Devi avere paura”

Le ultime parole prima che la campana trivellata di colpi cada dal traliccio di legno sul corpo del piccolo serbo. Suo padre nel frattempo è stato arrestato dalla polizia kosovara. Gli trovano armi in casa, sotto il letto del padre, il cui corpo esanime viene spostato impudicamente dagli uomini in divisa albanese.

“Le sue armi rappresentano il passato, Signor Voja. Ora le offriamo un futuro, le offriamo di collaborare con la nuova forza di polizia multietnica. Il suo lavoro contribuirà alla sopravvivenza della minoranza serba in quest’area.”

“No, grazie”

Reciso il rifiuto di Voja. Non c’è spazio per la riconciliazione. L’incomunicabilità che separa le due comunità è disarmante. Per i serbi il Kosovo è una sorta di terra irredenta da cui sono stati cacciati prima dagli ottomani, vincitori della famosa battaglia di Kosovo Polije (1389), poi dagli albanesi musulmani per volere del Tito, preoccupato di tenere a bada il nazionalismo serbo. Per gli albanesi, che sono maggioranza (oggi), il Kosovo era l’antica terra da riconquistare, dopo che Slobodan Milosevic nel 1989 aveva revocato lo status di regione autonoma.

Una favorevole (e miope) congiuntura geopolitica, nel 2008, contente la nascita dello Stato del Kosovo. A fare il “gangster albanese”, Bashkim si è ferito, e in ossequio alla naturale inclinazione dei bambini ad imitare i grandi, racconta al nonno di essere stato colpito da un serbo. Via, pronta a partire la macchina della vendetta. Sotto la campana, intanto, Namid inerte canticchia la sua filastrocca  “Ceny, Meeny, Miny”. Lo tirano fuori gli uomini della KFOR chiamati dall’unico che poteva sapere dove fosse finito: Bashkim. Gli salva  la vita dopo aver tentato di ucciderlo. Il primo gesto di certo più consapevole del secondo.

Tema : il mio miglior amico.

Stessa composizione, scuola diversa. Namid ora è a Belgrado, dove si è trasferito con suo padre. Non è più l’unico studente serbo. È l’unico bambino albanese per i suoi nuovi compagni di scuola. Viene dal Kosovo, tanto basta per creare un’altra enclave intorno a lui.

Il mio migliore amico: il mio migliore amico si chiama Bashkim è albanese, di Vrelo….

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