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Nella metà degli anni 70, sullo sfondo di un complesso mosaico di fazioni religiose ed etniche (cristiani maroniti, sunniti, sciiti, drusi, palestinesi), le tensioni politiche e religiose in ebollizione sfociano in una sanguinosa guerra civile che per quindici anni (1975-1990) infliggono al Libano devastazioni e massacri su ampia scala. La miccia iniziale è lo scontro tra la fazione falangista, una milizia cristiana, e la fazione palestinese in lotta contro gli israeliani nel territorio libanese. Ben presto la guerra si trasforma in una lotta per il potere politico nazionale con diversi attori esterni, dichiarati (Siria e Israele) e non (Iran e potenze occidentali).

Più di 25 anni dopo, Beirut è attraversata da profondi cambiamenti: nuovi processi di modernizzazione, trasformazione edilizia, gentrificazione. Il nuovo volto della città sta seppellendo le tracce dell’enorme trauma collettivo, parti della terribile guerra vissuta sono ufficialmente rimosse, la loro narrazione proibita dalle autorità libanesi. In particolare, la storia dei desaparecidos, 17 mila libanesi spariti nel nulla, ma la cui ombra è ancora lì con le loro famiglie.

Il regista libanese Ghassan Halwani, nel suo debutto cinematografico ERASED, ASCENT OF THE INVISIBLE (accolto molto positivamente da importanti festival internazionali, tra cui Locarno e Toronto) lavora con questa storia e con la memoria della guerra civile. Il progetto nasce dalla sua personalissima esigenza, che è un richiamo etico, di dare voce a chi non ce l’ha più, a chi è diventato invisibile, di preservare la memoria di quella enorme tragedia nazionale e trasmetterla ai posteri. Il film è solo un tassello di questo lavoro, la trasposizione in chiave artistica del suo messaggio, all’interno del più ampio progetto politico di creare un archivio nazionale delle persone scomparse.

Il lavoro di ricerca che Halwani mette al centro di ERASED si imbatte in molti ostacoli, innanzitutto il tempo che gioca a favore della polizia libanese e contro la verità. Partendo dalla consapevolezza che il racconto ufficiale delle migliaia di sparizioni sta soffocando un trauma che non ha modo di “esplodere”, il film esplora il tema attraverso diversi approcci, ognuno dei quali rappresenta un pezzo di questa storia congelata. Halwani compie l’esperimento di trasformare le immagini dei desaparecidos connettendole e disconnettendole allo stesso tempi con le persone reali.

Le scene di apertura del film mostrano due persone animate mentre camminano attraverso uno spazio vuoto inesistente. Più tardi capiremo che si tratta di due desaparecidos. La sequenza successiva porta gli spettatori in una situazione completamente opposta: una fotografia di alcune strade di Beirut ritrae la scena cancellata di un uomo mentre viene rapito. La fotografia conserva tracce reali delle persone rapite e prelevate da un mondo che invece non sembra affatto reale. Il solo modo per capire almeno una parte di questa storia è ascoltare i racconti dei suoi testimoni. Quando le persone perdono connessione con il mondo diventano immagini e la loro umanità si dissolve.

Halwani condivide la sua storia personale: “Trenta anni fa, ho assistito al rapimento di un uomo. Da allora è sparito nel nulla. Dieci anni fa ho visto la sua faccia mentre camminava per strada […]”

Solo successivamente sarà chiaro che non si tratta di una persona reale, il volto lacerato era parte delle immagini di un poster della mostra che è poi diventato il punto di partenza di Halwani. Da questi poster prende le mosse una importante scoperta: una singola fotografia separata da tutte le altre non dice nulla della persona. È solo insieme e in connessione con le altre che la singola fotografia di una specifica persona può far pensare a quanto accaduto. Halwani cerca di fare di più, di riportare in vita le personalità. Inizia con il raschiare i cartelloni in strada, strato dopo strato fino a trovare brandelli, pezzi di carta stratificati come un bassorilievo.

I cartelloni non parlano, ma Halwani gli dà voce, scrivendo meticolosamente, secondo la tecnica propria dell’indagine forense, i nomi delle persone sotto ogni fotografia. Il film si dispiega lentamente, con molta attenzione a ciascun dettaglio, il suo sfondo sonoro è fatto di rumori ambientali che sottolineano il ritmo meditativo man mano che la storia si sviluppa. Uno dei più importanti suoni nel film viene dalla carta: densi strati ritagliati dal muro con un coltello e poi grattati e gettati via per lasciare posto a quello che c’è dietro.

Halwani utilizza una serie di metodi per far rivivere le immagini che vede e conservarle nella sua memoria: scava nelle mura della città, trasforma lo spazio fisico conservandone la memoria; maneggia fotografie e crea una (ri)-animazione di diverse persone cercando di dare loro almeno alcuni minuti di vita. Questa esistenza simbolica non può naturalmente riportare realmente le persone in vita, ma riesce nel trasmettere l’assurda realtà che esiste in Libano: le persone sparite non sono mai state dichiarate ufficialmente morte e ostacoli impediscono di indagare sulle fosse comuni per riportarle alla luce. Non hanno potuto lasciare questo mondo malgrado non esistano più. Non possono essere liberate né da vivi né da morti.

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