EYE IN THE SKY – I raid americani su al-Shabab

Sacrificare una vita per salvarne cento? Dilemma irrisolvibile per la finitezza umana. Questo è il grande tema che solleva EYE IN THE SKY, l’ultimo lavoro di Gavin Hood uscito nelle sale italiane con il titolo IL DIRITTO DI UCCIDERE. 

La questione non è da poco perché il titolo nella versione italiana (pratica, per altro, tutta nostrana…) sposta l’attenzione e il senso del film più che sui droni (l’eye in the sky) e sul loro uso, sulla scelta etica, sulla legittimità politica, militare e morale di sacrificare una vita innocente per salvarne tante di più.

Le regole di ingaggio sull’uso dei droni parlano chiaro. Il loro impiego è subordinato all’impossibilità di eseguire la cattura e alla certezza, quasi assoluta, di non produrre vittime tra i civili. È nel quasi che si nasconde il diavolo.

Attorno a questo dilemma si snoda, in modo asciutto ed efficace, tutta la trama di EYE IN THE SKY. Sulla opportunità di operazioni di questo tipo. È questa la decisione che devono prendere (e la prenderanno) un paio di generali e alcuni pezzi grossi, molto grossi, della politica mondiale.

Siamo in Kenya. Anzi no, siamo in tre Paesi diversi, Stati Uniti, Gran Bretagna e Kenya, da dove militari, politici e burocrati partecipano, attraverso un monitor, alla esecuzione di una missione delicatissima: scovare e catturare tra i più pericolosi esponenti di al-Shabab, alias una delle maggiori espressioni del terrorismo islamico in Africa.

Guerra 3.0. Tutto avviene in remoto.

La base da cui deve partire il drone è in Nevada (la dirige Gavin Hood in persona nei panni del colonnello Walsh). A Pearl Harbour, invece, c’è l’Intelligence americana. In campo, in carne e ossa, un somalo, Farah (l’oramai famoso Barkhad Abdi), al servizio degli americani.

“Abbiamo il numero 2, 3, 4, 5 della lista autorizzata dal Presidente. Dobbiamo agire.” ordina il comandante Powell (Helen Mirren) che dirige tutta l’operazione da una base inglese.

La lista è la famosa kill list, l’elenco dei terroristi da colpire, approvata periodicamente dal Presidente degli Stati Uniti su proposta del Consiglio di Sicurezza nazionale. I numeri 2 e 3 di questa lista, gli obiettivi più importanti della missione, sono una coppia di cittadini britannici converti all’Islam e soprattutto al terrorismo sanguinario di al-Shabab.

Guardiamolo meglio al-Shabab. In arabo vuol dire gioventù.

Il gruppo ha notevoli capacità di azione e di affiliazione (al Qaeda, Isis). Nel suo curriculum il massacro alla università di Garissa lo scorso anno (in cui sono stati barbaramente trucidati 148 studenti di origine cristiana) e l’assalto al centro commerciale Westgate di Nairobi, nel 2013.

Braccio operativo della Unione delle corti islamiche, il gruppo che aveva sottratto ai “Signori della guerra” il controllo di gran parte del Paese, (compresa Mogadiscio) e instaurato la sharia, fino all’intervento militare dell’Etiopia nel 2006, al Shabab ne raccoglie l’eredità radicalizzandola. Inizialmente il gruppo conquista il sostegno di buona parte della popolazione presentandosi come il liberatore della Somalia dalla truppe etiopi e come guardiano della identità islamica del popolo somalo.

Un patrimonio che viene però ben presto dissipato. Al-Shabab si trasforma in un movimento terroristico, si affilia ad al-Qaeda, ne abbraccia i metodi sanguinari (anzi li supera), adotta una interpretazione purista della Sharia che allontana molti dei simpatizzanti. Vietato fumare, ascoltare musica, guardare la tv. Tutte pratica lesive della religione islamica secondo il wahabismo. I somali sono per lo più sunniti e sufiti (più tolleranti dei salafiti wahabiti).

Marginalizzato in Somalia dalla missione Amison (la forza militare dell’Unione africana in Somalia) e decimato dai raid dei droni americani, al-Shabab si sposta in Kenya dove, oltre che la contiguità territoriale, a fargli gioco sono malgoverno, corruzione (servizi segreti in testa), nepotismo, radicalizzazione, nonché la crescente marginalizzazione della comunità musulmana (il 10% della popolazione). Dal 2012 centinaia di kenioti musulmani sono stati reclutati da al Shabab per compiere attentati suicida contro la popolazione cristiana.

Si capisce che catturare i numeri 2, 3, 4 e 5 di al Shabab non è cosa da poco. Se poi in mezzo a loro c’è la Signora Hallen (la vera ossessione del Colonnello Powell), allora nulla può far saltare la missione. Né la nazionalità degli obiettivi (due inglesi e un americano) né la presenza, nei paraggi del covo da colpire, di una bambina, Aisha, che vede il pane nella zona sotto il controllo dei miliziani di al Shabab.

Se il primo ostacolo si risolve facilmente perché secondo il Segretario di Stato americano, scomodato al telefono mentre è in Cina alle prese con la sua “diplomazia del ping pong” (letteralmente), “i terroristi hanno perso il diritto di essere cittadini americani; sono nemici degli Stati Uniti“, la faccenda della bambina è invece assai più complicata.

“This changes things.”  (Generale Benson)

La missione iniziale è catturare, non uccidere. Poi diventa uccidere. Ad ogni costo. Anche al costo della vita di Aisha. Perché le immagini riprese da Ringo, il simpatico scarafaggetto telecomandato che svolazza nel covo di al Shabab non lasciano dubbi né spazio a tentennamenti vari. Le regole di ingaggio devono cambiare perché  gli uomini di al Shabab stanno indossando esplosivo, molto esplosivo, pronti a compiere un attacco kamikaze “in nome” di Allah.

This changes things.”

Già. Un’altra complicazione che si aggiunge alla presenza della bambina, sempre lì, con il suo banchetto a vendere il pane.

Diamo la caccia alla Hallen da sei anni. Non possiamo farla uscire dalla casa.” (Comandante Powell)

Alla War Room di Londra, dove è riunito il capo del Gabinetto di Governo inglese, la fanno meno semplice.

“Possiamo uccidere cittadini inglesi in un Paese alleato non in guerra?”

“Possiamo autorizzare una missione con danni collaterali al 65%?

Non c’è tempo, c’è pochissimo tempo per decidere. Il drone di tempo ne impiega pochissimo per arrivare a colpir il bersaglio: 50 secondi. Aspetti politici, militari e morali si intrecciano inestricabilmente fra loro.

Come siamo messi con la bambina?” (Comandante Powell)

Per lei il 65% di possibilità di morte.” (Sergente Mushtaq)

Dobbiamo scendere.” (Comandante Powell)

Dozzine di altre bambine saranno in pericolo se non colpiamo, se perdiamo i nostri obiettivi … pronti a colpire di nuovo.”  (Comandante Powell)

Gli americani premono per l’azione. Gli inglesi esitano. Non perché siano più buoni. Sono solo più preoccupati delle reazioni dell’opinione pubblica.

“Se al Shabab uccide 80 persone in un centro commerciale tutto il mondo sarà con noi, ma se uccidiamo una bambina avranno vinto loro.”

I militari, Benson e la Powell, fremono. Per loro politici e burocrati stanno perdendo tempo, preoccupati più di scaricare il famoso barile (pesantissimo con una decisione del genere) che salvare vite umane.

“Non dica mai ad un soldato che non sa quanto può essere disumana una guerra.” (Generale Benson)

Scende, finalmente scende la percentuale stimata di “danni collaterali”, cioè di possibilità che la bambina sia gravemente (e mortalmente!) colpita dal lancio del drone.

” … al di sotto del 50%…se miriamo in questo punto, più in fondo alla casa. Sono previsioni, Comandante, solo previsioni anche se spostiamo la direzione del drone.” (Sergente Mushtaq)

“Certo, sono previsioni. Lei ha fatto tutto il possibile per salvare la bambina e questo la esonera da ogni responsabilità tenente. Nel rapporto scriva danni collaterali stimati al di sotto del 50%.” (Comandante Powell)

In Nevada c’è la base da cui partono i droni. Li, all’interno del compoud in mezzo al deserto, si consumano i momenti più toccanti. Il pilota colonnello Watts e un aviatore semplice, Carrie Gershon, una giovane donna. Completamente isolati dalle stanze del potere politico e militare. A loro spetta solo muovere il joystick.

Perché ti sei arruolato?” (Gershon)

Ho fatto tanti debiti all’università. L’aviazione mi garantiva un lavoro.” (Tenente Watts)

Farah, l’agente somalo, cerca disperatamente di salvare la bambina. Amir, il bambino a cui ha chiesto di comprare tutto il pane di Aisha, corre, corre come il vento, ma non basta. Cinquanta secondi sono troppo pochi pochi perché la bambina ripieghi il suo banchetto e si avvii verso casa. Colpita, e poi colpita di nuovo da un secondo missile Hellfire perché l’Intelligence dalle Hawai ci dice che la Hallen è sì ridotta a brandelli, ma non è ancora morta. Anche dal corpo della bambina arrivano ai monitor flebili eppur inequivocabili segni di vita. Il secondo lancio e l’ultimo respiro di Aisha tra le braccia del giovane padre. Lui che aveva costruito un bellissimo hula hoop per una bellissima bambina, che la chiamava tesoro e la metteva in guardia da quei fanatici là fuori… non farti vedere da loro, giocare è proibito

Usciamo dal cinema certi di due cose. I droni di vittime innocenti ne fanno, eccome. Lo ha dovuto ammettere anche Obama che ha fatto dei droni il principale strumenti operativo della sua “dottrina”.

Il film di Gavin Hood ci invita a riflettere. Nostro malgrado. Questo è il suo grande merito, oltre all’aver saputo mettere in campo, acriticamente e in modo magistrale, tutte le posizioni dei decision-maker, in tutta la loro potenziale validità. Inevitabilmente, finito il film, diremo la nostra su cosa era giusto fare e cosa era sbagliato. Saremo inclini, di certo, a prendere una posizione dal punto di vista morale…

Quale? Siamo sicuri di sapere cosa avremmo fatto al loro posto, al posto di ognuno dei protagonisti? Quale sarebbe stata la nostra scelta morale?

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