Pur ricordando ‘Children of Men’ (2006) di Alfonso Cuaron, HOUSE OF MY FATHERS se ne differenzia lasciando lo sciamanismo e la magia con i piedi ben piantati nel terreno del sociale. HOUSE OF MY FATHERS, con le sue molteplici allegorie, non è un film facile in cui entrare. Ma una volta che riusciamo a farlo, ci accorgiamo di trovarci di fronte ad una sofisticata rappresentazione delle turbolente e indomabili conseguenze di una guerra civile.

Presentato in anteprima mondiale alla 48ma edizione del Festival cinematografico di Rotterdam, il lavoro di Suba Sivakumaran, regista di origini singalesi trapiantata a Londra, ha innanzitutto il merito di colmare un vuoto nel cinema dello Sri Lanka: un film d’autore su un argomento con cui nessuno osa cimentarsi.

Sivakumaran porta sullo schermo la storia di due villaggi dello Sri Lanka (uno singalese e uno tamil) divisi dall’eterno conflitto che ha lacerato il Paese. Solo gli uccelli osano volare tra i confini, nessuno può superare gli steccati che dividono l’isola se non al prezzo della propria vita. Una maledizione rende tutto ancora più triste: nessuna donna potrà più mai partorire. Come ogni maledizione che si rispetti, anche per l’infertilità c’è un antidoto. Un sacrificio estremo, impensabile, inaccettabile: procreare con il nemico. La paura di vedere il proprio villaggio estinguersi convince le due comunità in guerra fra loro a mandare due dei loro rappresentanti in un viaggio di esilio nella foresta. Un uomo in guerra con i traumi del passato, una donna che a causa della guerra ha perso la sua famiglia e da allora non parla più, e un medico super partes, neutrale verso le ragioni del conflitto. Su di loro, il peso di tutto il popolo dello Sri Lanka. Il gravoso compito di assicurarne la continuità.

Nel suo inquietante viaggio attraverso le allegorie, Sivakumaran induce il pubblico a ripassare la storia, mentre affronta apertamente il trauma della guerra civile. È durato 26 anni il bagno di sangue che ha visto combattersi con ferocia estrema le forze regolari del governo e le Tigri Tamil, il movimento di lotta per l’indipendenza della comunità induista e la nascita di uno Stato Tamil nel nord est del Paese.

Dalla sua indipendenza dall’impero britannico (1948) lo Sri Lanka è malato di una interpretazione velenosa del buddismo nazionalista che ha finito con l’assumere la religione a identità nazionale, in un leale connubio di politiche razziste, di esclusione e segregazione sociale nei confronti della minoranza induista. Fino ai pogrom. Le atrocità di massa compiute dall’esercito (esistono fondate accuse di pratiche di genocidio e crimini contro l’umanità commesse dai militari singalesi) non sono mai state perseguite. La guerra ha distrutto vite, case, interi villaggi e il suo ricordo è ancora molto vivo nella identità collettiva della popolazione singalese. Formalmente il processo di riconciliazione nazionale è iniziato con la fine della guerra, nel maggio del 2009, ma le sue radici sono ancora ben conficcate nel terreno del Paese. Le ragioni del lungo conflitto restano irrisolte. Una pace vera, duratura e sostenibile è ancora lontana. Il film di Sivakumaran può però fare la sua parte nel renderla meno impossibile.

Il viaggio dei tre protagonisti è una immersione nelle allegorie che colpiscono lo spettatore con visioni spesso sorprendenti e dolorose, ma efficaci nel trasmettere il senso del trauma. Sivakumaran esplora un terreno specifico del linguaggio cinematografico e la sua capacità di illustrare la violenza, seppur in un contesto, quello del “magico”, che offre la possibilità di nuove sperimentazioni.

Il viaggio dei protagonisti diventa l’occasione per attraversare l’animo umano mostrandone allo stesso tempo paure e desideri. Ciò che è ancora prigioniero del passato viene tradotto in parole, collocato in una dimensione allegorica con molti spunti da cui attingere. Lo spettatore non ha tregua, la camera si ferma spesso sui protagonisti focalizzandosi sulle immagini del trauma misto ad un sottile erotismo che è nascosto nella loro natura umana. Quello che Sivakumaran cerca di comunicare è circoscritto in confini ben precisi, sia temporali che etnici. Solo dopo essersi guardato indietro il popolo dello Sri Lanka riuscirà a decifrare il suo futuro. Un’impresa del diavolo, per la quale, come sembra indicare il destino, i singalesi, forse, non sono ancora pronti.

HOUSE OF MY FATHERS è un compromesso tra una fiaba magica con un simbolismo piuttosto complesso e un fervido approccio alla identità nazionale e alla storia. Un film che riempie uno spazio piccolo in un campo ancor più piccolo all’interno del cinema singalese e che per ciò stesso potrebbe essere un prezzo per la riconciliazione. Teniamo le dita incrociate affinchè HOUSE OF MY FATHERS possa essere visto nello Sri Lanka, la terra cui appartiene.

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