HOUSTON, WE HAVE A PROBLEM – La corsa allo spazio del Maresciallo Tito

Anche se è un falso ci dice molto della società in cui viviamo.”

Cosi chiosa Slavoj Žižek, uno dei filosofi più pop dei nostri tempi, nell’ultima scena di HOUSTON, WE HAVE A PROBLEM del regista sloveno Ziga Virc, in concorso all’ultimo Karlovy Film Festival. 

E quanto ciò sia vero ce lo conferma questo divertente docufilm, in realtà un mockumentary (ovvero una fiction travestiva da documentario), tutto costruito sulla dicotomia vero/falso nel mondo dell’informazione.

Con arguzia ed ironia, Ziga Virc punta il dito contro la fabbrica delle notizie che è l’informazione mediatica nell’era digitale. Instant fake sparati dalla rete nei quattro angoli del mondo, percepiti veri o veritieri perché condivisi. Fatti alternativi, post-verità costruite alla velocità della luce su cui prosperano notizie false.

La verità conta ancora qualcosa? Ha mai contato qualcosa nel tritacarne della narrazione storica? Dubbio legittimo, perché la costruzione della notizia non è esclusiva dei giorni nostri e Ziga Virc lo dimostra attingendo ad un periodo, gli anni della Guerra fredda, assai fecondo di miti e teorie cospirative. Notizie secretate, manipolate, costruite ad arte, pronte a tessere la grande tela del complottismo di quegli anni.

Due protagonisti assoluti della Guerra fredda, Stati Uniti e Jugoslavia, due miti a confronto; i primi emanatori di uno straordinario e ineguagliabile soft power, a corredo di un indiscutibile primato nel hardpower. Indiscutibile fino a quando i sovietici, nel 1957, non lanciano lo Sputnik nello spazio, mettendo in reale e concreto pericolo la supremazia americana.

HOUSTON, WE HAVE A PROBLEM parte da qui, da una storia vera, la competizione nello spazio USA-URSS, il sorpasso sovietico, l’umiliazione (ai limiti della isteria collettiva) degli Stati Uniti. La corsa allo spazio assume ritmi ossessivi, alimentata più dal fragore della propaganda sovietica che da un reale sorpasso tecnologico. Purtuttavia, tra il 1957 e il 1958, mentre continuano le passeggiate spaziali degli Sputnik sovietici, gli Stati Uniti inanellano un insuccesso dietro l’altro nei lanci dei satelliti.

HOUSTON, WE HAVE A PROBLEM attinge a filmati d’archivio brillantemente combinati con vere e proprie invenzioni cinematografiche. La più colossale di tutte, che è poi l’architrave del docufilm di Ziga Virc, la vendita agli americani del programma spaziale jugoslavo.

Ve lo immaginate John Fitzgerald Kennedy, il trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti, a comprare da un comunista per due miliardi e mezzo di dollari i segreti per battere la concorrenza sovietica nello spazio? Un bel fake non c’è che dire.

Kennedy versus Tito, due giganti. La faccia migliore dell’America, l’uomo della nuova frontiera, il primo presidente nato nel Novecento, l’immagine della giovinezza, e il generale Josip Broz detto Tito, l’uomo che ha guidato la resistenza contro l’occupazione nazi-fascista, unico leader comunista ad aver liberato da solo il paese, il fondatore della Repubblica popolare federativa di Jugoslavia, il grande capo che ha osato opporsi a Stalin salvando la Jugoslavia dalla pialla del dirigismo sovietico; colui ha ideato, per primo, una “terza via”, una versione nazionale di socialismo reale autogestito da esportare in tutto il mondo libero, quello “non allineato”, del cui movimento nel 1961 assume la guida.

Tito tendeva a considerarsi secondo solo a Stalin.

Cattivo esempio per gli altri “compagni” d’Europa, il Maresciallo indomito viene espulso dal Komintern nel 1947 per “eterodossia rispetto la centralità sovietica”. Battitore libero di indole, Tito si mantiene in mezzo ai due sistemi, lusingato da entrambi, pronto ad ammiccare all’uno o all’altro schieramento del confronto bipolare a seconda delle convenienze del momento. Anche nella competizione spaziale tra le due superpotenze.

I fatti, secondo il docu-fiction di Ziga Virc sarebbero andati cosi: finita la guerra, Tito ordina ai servizi di intelligence di sviluppare un programma spaziale sulla base degli studi realizzati da uno dei più grandi pionieri dei viaggi dello spazio, Herman Potocnik Noordung, un ingegnere austro-sloveno.

Object 505, in Croazia, il nome in codice della segretissima località (ora ridotta a un cumulo di macerie) in cui si costruisce il miracolo spaziale jugoslavo e i suoi futuri astronauti vengono fatti galleggiare in una grande vasca per abituarli, alla buona, alla assenza di gravità. E’ il denaro, infatti, l’anello debole di questa mitologia nazionale.

“[…] per noi era molto frustrante, non ci facevano credito sui mercati internazionali, non potevamo dire che ci servivano per una programmazione spaziale. […] il programma era segretissimo e tale doveva rimanere. Tito era molto ambizioso aveva grandi idee, non poteva accettare l’idea di rinunciare […] secondo studi la Jugoslavia avrebbe fatto bancarotta.” (Franc Hofner, generale in pensione dell’esercito jugoslavo).

Ecco allora la soluzione americana. Gli USA hanno i mezzi finanziari ma non la tecnologia per recuperare lo scarto con l’URSS.

“America naivety tends to believe into the secrets of others” (Slavoj Žižek)

Kennedy, appena eletto e sotto pressione dopo gli insuccessi della NASA, vuole l’affare. Le immagini di repertorio delle ripetute visite di Tito negli Stati Uniti, le telefonate con Kennedy, con Johnson, con Nixon testimoniano quanto di storicamente vero ci sia nel mockdocumentary di Ziga, negli anni più caldi della Guerra fredda. Ovvero che la Jugoslavia riceveva già dai primi anni Cinquanta aiuti finanziari e militari dagli americani, cautamente desiderosi di coinvolgere l’indisciplinato campione del comunismo balcanico in una alleanza con Grecia e Turchia sotto l’ombrello della NATO.

Il resto è fiction (siamo sicuri?), a tratti molto esilarante come la trovata del maialino lanciato in orbita, finito incolume nelle acque al largo delle coste italiane per poi essere arrostito, oppure il trasbordo segretissimo delle attrezzature del programma spaziale a bordo di navi militari jugoslave verso il Marocco e di lì per gli Stati Uniti, con Tito a capo della flotta diplomatica.

I sovietici mandano Gagarin nello spazio, (e questo è vero), gli americani soldi, tanti, alla Jugoslavia di Tito, consentendogli di gonfiare a dismisura i benefici economici del socialismo reale in versione balcanica.

Torniamo alla fiction. Gli americani si accorgono  ben presto che la tecnologia jugoslava non funziona, rubbish, roba da sottosviluppo. Con Johnson iniziano le minacce “o la tecnologia funziona o money back“. Per scongiurare il pericolo di bancarotta Tito manda in America in gran segreto (praticamente un rapimento) venti ingegneri jugoslavi impegnati nel progetto.

Ivan Pavic, il protagonista di HOUSTON, WE HAVE A PROBLEM, era fra questi.  “Era l’uomo adatto, [..] lo spacciammo per morto in un incidente stradale, gli facemmo il funerale…fu mandato in gran segreto alla NASA.” (Franc Hofner).

Gli americani capiscono che la tecnologia jugoslava non avrebbe mai funzionato. Nixon minaccia di rovesciare il regime jugoslavo, Tito escogita un’altra “bufala” : esportare a titolo di risarcimento, la Yugo, la nave ammiraglia della industria automobilistica made in Jugoslavia che avrebbe dovuto invadere il mercato a stelle e strisce.

“Buy Yugo” si rivela un altro flop. Il primo ad esserne deluso è proprio Tito.

Qui HOUSTON, WE HAVE A PROBLEM approda alla sua scontata e inevitabile conclusione: il complottiamo. Tito indebolito sarebbe stato costretto ad accettare sotto le pressioni della CIA una nuova costituzione (1974) che riconosce maggiori poteri e autonomia alle singole repubbliche. Per la Casa Bianca entità più facilmente manovrabili, per la Jugoslavia l’inizio della sua fine. A suggellarla le immagini finali del discorso di Bill Clinton in Slovenia (1999) con cui promette democrazia, diritti umani e affari “[…] we secure you freedom […] Slovenia can lead the way […]”

In realtà, l’inizio della devolution jugoslava sancita dalla nuova costituzione è una oramai ineludibile risposta alle crescenti pressioni che arrivavano dalle singole repubbliche. Dietro la mitologia del patriottismo titoista e della unicità del suo socialismo nazionale, persistevano le differenze tra i gruppi etnico nazionalisti, le cui rivalità esplodono in maniere violenta con la morte del Maresciallo, nel 1980.  

La post verità di HOUSTON, WE HAVE A PROBLEM (non estranea tra l’altro a molta parte della popolazione che componeva il mosaico jugoslavo) è ovviamente un’altra: gli americani sarebbero responsabili della disgregazione della Jugoslavia, come di tutti gli altri mali che affliggono il mondo globale, post bipolare, post industriale.  

Certo è che l’esistenza della Jugoslavia con la fine della Guerra fredda e la dissoluzione dell’URSS non era più cosi indispensabile. E questa è Verità.

E se, invece, fosse tutto vero, se la “verità fosse più strana della finzione?” Se davvero gli americani fossero stati presi per il naso in tal modo e per di più da un comunista? Se davvero la fine della Jugoslavia scorresse lungo un fil rouge che da Nixon porta dritto a Bill Clinton? No, sappiamo che questa storia è falsa. Eppure, non è inimmaginabile il contrario.

Su una cosa HOUSTON, WE HAVE A PROBLEM non lascia dubbi: la Yugo è stata davvero una delle peggiori automobili nella storia americana.

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