HUNGARY 2018 – Una dittatura dietro le quinte di una democrazia

Viktor Orban ha vinto quattro volte le elezioni parlamentari ungheresi. L’ultima volta l’8 aprile 2018 battendo la coalizione democratica di centrosinistra guidata da Ferenc Gyurcsany, ex primo ministro dal 2004-2009.

Lanciato nella sua fuga in avanti per consolidare il potere, Viktor Orban ha incarnato il perfetto esemplare del populista dei nostri tempi: ha manipolato notizie, occupato mezzi di informazione, creato a regola d’arte menzogne e mistificazioni.

E soprattutto si è costruito un nemico, in linea con la attualissima strategia del negative campaigning: non proporre nulla, limitati a distruggere il nemico e se non ne hai uno, inventalo.

Non l’equilibrato e serafico Gyurcsany. Non uno qualunque. Ma George Soros, un uomo di oltre ottant’anni, che non vive in Ungheria e nemmeno in Europa, accusato di essere il principale responsabile della crisi migratoria in Europa negli ultimi anni.

Ebreo di origini ungheresi scampato all’Olocausto, miliardario arricchitosi speculando sulle crisi finanziarie che mettono in ginocchio la gente comune, George Soros, uno dei più grandi filantropi di tutti i tempi, avrebbe ordito un piano mostruoso contro gli europei: declassarli a cittadini di serie B sotto il giogo di arabi e africani.

HUNGARY 2018 – Behind the Scenes of Democracy – presentato in anteprima mondiale alla 31ma edizione dell’IDFA e per il pubblico italiano all’ultima edizione del Trieste Film Festival, ha seguito da vicino la sfida elettorale che ha incoronato Viktor Orban indiscusso leader dei populisti europei.

Il documentario di Eszter Hajdú si apre su una platea inebetita dall’arringa di Zsot Bayer, cofondatore di Fidesz (Alleanza dei giovani democratici), sul “massacro degli innocenti” in atto in Inghilterra, dove grazie all’esempio di insegnanti transessuali, nei primi mesi del 2018 oltre 1300 bambini avrebbero chiesto ai genitori di cambiare sesso e questi, cosa ancor più grave, li avrebbero assecondati.

Maschilista, misogina, omofobica, la destra estrema sfodera la virtù essenziale degli uomini veri, che naturalmente arride i leader dell’Europa dell’est, quelli dal pugno duro come Jarosław Kaczyński o Robert Fico, mentre, chissà perché, Angela Merkel e Theresa May non hanno figli e nemmeno i leader di Olanda e Belgio. Il premier del Lussemburgo, poi, è sposato con un uomo. Da noi, continua Bayer, con la couperose da contadino e il curriculum da giornalista, le nostre donne sono costrette a tingersi le bionde chiome per smorzare gli incontrollabili appetiti sessuali dei migranti.

Cosa succederà quando quattro miliardi di africani si muoveranno? Gli fa eco un uomo dalla platea con una infallibile logica matematica. Un immigrato viene con quattro mogli (in burka) e quattro figli con ognuna di loro. Sedici figli e quattro mogli. Il fratello fa lo stesso, e cosi via. Risultato? Venti persone per ogni immigrato e Bruxelles diventa più forte.

Il nesso? Nella sua manifesta illogicità è chiaro: il piano di Bruxelles e il piano di Soros sono la stessa cosa.

Le città sono tappezzate di cartelloni fotomontaggi con il volto di Soros in compagnia di Juncker o di presunti alleati con cui attraversa gaudente la rete di filo spinato con cui Orban nel 2015 ha chiuso i confini con Serbia e Croazia, bloccando la rotta balcanica via Ungheria.

Inevitabilmente HUNGARY 2018 è sbilanciato (come del resto lo è stata la competizione elettorale) sulla narrazione politica di Orban, un “gigante” al cospetto di Ferenc Gyurcsany, “piccolo” nel suo donchisciottesco tentativo di squarciare il velo della menzogna calato su dieci milioni di ungheresi.

Eszter Hajdú riesce nell’intento di renderci la portata di questa sfida, e al tempo stesso la misura della degenerazione della democrazia ungherese.

Una elezione non è libera se non c’è accesso ad una informazione equilibrata tra tutti i partiti in competizione”, non si stanca di ripetere Gyurcsany nelle strade, nelle piazze, nei mercati dove incontra la gente che non arriva a fine mese, che vive con una pensione di 90 euro (la media è di 300 euro), che non accede alla sanità, tra le peggiori in Europa per tempi d’attesa e qualità delle cure (Indice Sanitario Europeo del Consumatore.)

Una campagna elettorale dai tratti parossistici, ridicola nei contenuti, primitiva nella comunicazione, diffamatoria oltre l’inverosimile verso gli avversari, ha catturato le menti e i cuori degli ungheresi coalizzando l’intera nazione contro “l’invasione delle cavallette”, orde di migranti pronte ad occupare il Paese fino a denazionalizzarlo.

Non lasciate che Soros rida per ultimo!” recita lo slogan di un manifesto elettorale.

Immagini private di Ferenc Gyurcsany, scene di vita in famiglia si mescolano alle uscite pubbliche, il backstage ci restituisce l’immagine di un uomo equilibrato, dalle idee progressiste e i principi umanitari. Un uomo secondo cui mai e poi mai si può abdicare alla umana compassione per esseri umani che fuggono da guerre e persecuzioni senza tradire la civiltà etica e giuridica dell’Europa.

Alla vigilia del voto l’ex premier analizza le ragioni del successo di Orban, già premiato dai sondaggi. “L’ 80% degli ungheresi sono pronti a credere che i rifugiati rappresentino un pericolo per il Paese. L’Ungheria non è un posto dove un rifugiato siriano vorrebbe rifarsi una vita”.  Nel periodo di picco della crisi migratoria (2015-2016), l’Ungheria è stata terra di transito, una tappa della disgraziata rotta balcanica. 1.300 le richieste d’asilo accolte nel 2017, 280 nella prima metà del 2018. Nello stesso anno il parlamento ungherese ha approvato la legge chiamata “Stop Soros” che punisce con il carcere chi assiste immigrati clandestini.

La costruzione della menzogna ha funzionato. Basta ripeterla cento, mille, un milione di volte e diventa verità. Il motto di Goebbels è sempre valido, soprattutto se i mezzi di informazione e i centri di produzione culturale sono occupati dal potere. Ora come allora.

8 aprile, giorno delle elezioni. L’ultima occasione per battere Orban in una elezione democratica. Dietro le quinte si sta costruendo una dittatura.

La partecipazione elettorale (oltre il 63%) è stata la più alta dalla caduta del comunismo. Ferenc Gyurcsan ha promesso un ritorno alla normalità, – non giochiamo con la storia, l’odio ci chiuderà, ci porterà povertà -una affermazione del futuro sul passato, un sentiero democratico, progressista, europeista. Troppo poco di questi tempi. E non solo per gli ungheresi. Fidesz ha trionfato sbaragliando l’opposizione di centro-sinistra. Ha vinto la guerra dell’informazione, delle notizie false, declinando in chiave ungherese il mantra del “…first”, inflazionato brand dei nazionalismi populisti mondiali.

Nel quartier generale della Coalizione Democratica la macchina da presa riprende i volti densi di ombre dello staff di Gyurcsany. Malgrado i primi risultati positivi di Budapest, dalle province arriva la sentenza inappellabile. La terza vittoria di fila di Orban, con una maggioranza che rasenta il 50%.

Dal podio un doveroso ringraziamento ai “4 di Visegrad che hanno sostenuto la battaglia per l’Ungheria.

Per scaldare la piazza gremita Kossuth freedom, il canto che ha plasmato l’identità ungherese. Nel 1848 l’eroe nazionale Louis Kossuth guidò la rivolta indipendentista contro la corona asburgica. Il nobile tentativo capitolò di fronte alla potenza d’urto delle forze austro-russe della Santa Alleanza. Simboli, miti e mitologie, l’armamentario ideologico di un nazionalismo che, a differenza del suo predecessore ottocentesco, condanna gli ungheresi alle catene della caverna di Platone.

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