Nero, indo, golpista di bassa estrazione sociale. Hugo Chavez non era proprio l’idealtipo della élite venezuelana. Ora che la rivoluzione bolivariana cominciata vent’anni fa sembra arrivata tragicamente al capolinea, IL CREPUSCOLO DEL SOCIALISMO MAGICO di Michele Calabresi è un documentario molto efficace (oltre che di eccezionale attualità globale) per ripercorrere le tappe che hanno portato il Paese con le più grandi risorse petrolifere al mondo all’attuale collasso economico, politico e sociale. Il Venezuela non produce, non importa, non esporta, vive un disastro economico che è diventato un dramma umanitario, con circa 300 mila persone sono a rischio di vita per la mancanza di medicinali, una carenza ormai cronica di alimentari, un esodo di oltre tre milioni di persone negli ultimi tre anni (dato Nazioni Unite), il più alto tasso di inflazione al mondo (prossimo al milione).

IL CREPUSCOLO DEL SOCIALISMO MAGICO, diviso in sei capitoli (Leadership e antipolitica; Le due sinistre; Opposizione: dal golpe al voto; Chávez e i lavoratori; La democrazia partecipativa; Petrolio e socialismo magico) ripercorre con immagini e interessanti interviste (realizzate in Venezuela tra 2009 e 2013), ai diversi esponenti della sinistra radicale e riformista del Venezuela- sindacalisti, sociologi, politici, intellettuali –  le fasi di ascesa e il declino del chavismo, la parabola politica di una delle figure più rappresentative e ingombranti del Sud America.

Una figura indissolubilmente legata alla psicologia collettiva del Paese di cui è stato presidente dal 1999 al 2013.

“In Venezuela la psichiatria è fondamentale per l’analisi politica, il carisma per dirla alla Weber gioca un ruolo fondamentale nella politica venezuelana”. (Carlos Hermoso, vicesegretario del partito Bandera Roja)

Il documentario si apre a Caracas nel dicembre 2012. L’America Latina prega per la guarigione di Hugo Chavez. O almeno una parte di essa. Il popolo chavista vestito di rosso, in una amalgama di singhiozzi, preghiere e canti, ascolta i messaggi di augurio di guarigione dei presidenti di Paraguay, Equador, Bolivia. Sempre a Caracas, nel marzo 2013, una folla gremitissima piange il suo leader al grido di “sono chavista e antimperialista”, mentre i capipopolo assicurano che no, non possiamo permettere che la rivoluzione perda.

È una questione identitaria, sostiene la storica Margatita Lopez Maya tra i testimonial del documentario, “c’è chi si ritiene peronista e chi chavista, per identità, e quando succede è un fenomeno destinato a durare.”

Hugo Chavez ha anticipato i temi dell’onda populista che avrebbe investito il globo nel ventennio successivo. La voce tuonante della messianica promessa di (irrealizzabile) riscatto dei poveri, in un Paese dove la povertà era uscita da tempo dal dibattito politico; il Don Chisciotte contro i mulini del predatorio vicino a stelle e strisce.

“Chavez ha toccato un nervo sensibile di un popolo che nei vent’anni precedenti era stato abbandonato”, spiega Teodoro Petkoff, giornalista, ex guerrigliero, tra i fondatori del MAS (il Movimiento al Socialismo), il raggruppamento riferimento socialista e democratico di alternativa critica alla ideologia comunista di matrice sovietica.

Il chavismo prende forma negli anni Novanta, incuneandosi nella profonda delegittimazione del quadro politico rappresentato principalmente dai partiti dell’Acción Democrática (AD) e il Comité de Organización Política Electoral Indipendiente (Copei) – rispettivamente di orientamento socialdemocratico e cristiano-sociale, che dal 1958 governavano il Paese con una sorta di “compromesso storico” (il Patto di Punto Fijo).

È il decennio liberale culminato nella crisi del 27 febbraio 1989, nel ′Caracazo′, il saccheggio di Caracas, il terreno fertile del chavismo. La lunga crisi economica iniziata alla fine degli anni Sessanta con il calo degli introiti petroliferi culmina nella peggiore crisi finanziaria della storia del paese, costringendo il presidente Caldora ad adottare il pacchetto di misure draconiane del Fondo Monetario Internazionale. I venezuelani non ci stanno, non possono accettare misure di austerity da un governo super-corrotto.

Le proteste Caracazo sono uno spartiacque nei rapporti tra cittadini e Stato. Tre anni dopo Chavez fallisce con l’ascesa al potere, il tentato colpo di Stato del 1992 lo porta diritto in carcere ma solo “per ora”, perché il vincolo carismatico tra leader e popolo si è oramai stabilito, il fossato tra popolo e classe politica, popolo ed élite è stato scavato.

“[…] crisi economica, inflazione, aumento del costo dei trasporti. I tagli sono stati i motivi determinanti per il successo di Chavez […] se non fossimo passati per il decennio neoliberale la forza espansiva della rivoluzione bolivariana sarebbe stata minore.” (Teodoro Petkoff)

Chávez fonda, nel 1997, il Movimiento Quinta República (MVR) imponendosi alle elezioni presidenziali dell’anno successivo con la promessa di uscire dalla trappola del petrostato, un Paese incredibilmente ricco (di petrolio) con una povertà diffusissima: in una parola attuare rilevanti programmi di redistribuzione della ricchezza e riduzione dell’enorme malessere sociale. Il caudillo militare costruisce il suo progetto politico in carcere dove trascorre due anni, e da dove tesse il filo di una rete a maglie larghe aprendo il dialogo con le due anime della sinistra venezuelana: personalità di sinistra che negli anni Sessanta-Settanta avevano scommesso (perdendo) sulla guerriglia anti-imperialista-modello cubano per rovesciare con una rivoluzione socialista le élite affaristiche del Paese e il mondo nella nuova sinistra democratica e progressista incarnata dal MAS, parte della quale poi destinata a spostarsi su posizioni liberali.

Quando esce dal carcere, Hugo Chávez, è un punto di riferimento politico nazionale, appoggiato anche da militari e intellettuali. “Chavez comincia a governare per gli esclusi e non per i gruppi economici, una rottura assoluta con il passato insieme al tema della sovranità nazionale sulle risorse contro l’economia liberale […].” (M. Lopez Maya)

La critica alla democrazia rappresentativa, che era diventata partitocrazia, la priorità del debito sociale rispetto al debito economico, le misure di nazionalizzazione economica sono la rupture, la fine della luna di miele di Chavez con i gruppi economici, cultuali, con i media. Ma c’è un’altra componente nel suo progetto elettorale che rende unica quella esperienza e il dramma che si consuma in questi giorni. Chavez non ricompatta solo l’universo della sinistra, ma attira al suo epicentro i militari nazionalisti. Con l’alleanza civica–militare Chavez occupa il Paese, non solo lo spazio della sinistra.

Nel suo secondo mandato (2001-2007) Chávez avvia lo scontro con un’opposizione disposta a ricorrere a qualsiasi mezzo pur di far cadere il governo. Inasprisce l’atteggiamento da sempre estremamente muscolare verso i sindacati, fino a negare la contrattazione collettiva e lo stesso diritto di sciopero. Nel capitolo Potere antisindacale vediamo i rappresentanti dei lavoratori divisi sulla ondata di scioperi del 2002-2003, culminati con la serrata degli imprenditori petroliferi. C’è chi ritiene tra gli intervistati che c’è bisogno del sindacato e chi no, perché Il socialismo versione XXI secolo ha eliminato la contrapposizione.

“A Chávez la cosa che costava di più era sedersi e portare avanti una contrattazione collettiva. Lui imponeva magari un aumento salariale, ma l’idea di negoziare gli era totalmente aliena”. (Orlando Chirino, sindacalista rivoluzionario)

Alle elezioni del 2006 l’opposizione non si presenta di fronte alla possibilità di venire spazzata via dal Parlamento. Alle presidenziali Chavez vince con il 63% dei voti.

Capitolo VI Petrostato e socialismo magico. “Non si può capire il Venezuela senza capire che è uno stato petrolifero, Il petrolio ha plasmato lo Stato. Una disgrazia, un Paese che vive di rendita ha una forza immensa […] può schiacciare qualsiasi dissidenza […] uno stato petrolifero ha la caratteristica di rendersi indipendente dalle forze della società […].

La maledizione delle risorse è arrivata a costituire circa il 95% delle entrate venezuelane grazie alle esportazioni, il 60% delle risorse del bilancio. I titoli finali de IL CREPUSCOLO DEL SOCIALISMO MAGICO ricordano: “Il 5 marzo 2013. Nicolás Maduro annuncia alle televisioni la morte del presidente Hugo Chávez Frías. 14 aprile 2013. Nicolás Maduro è eletto presidente con il 50,61 per cento dei voti.” Alla fine del 2014 i prezzi del petrolio iniziano a crollare, il governo non può mantenere le importazioni necessarie alla domanda interna di prodotti di prima necessità. Il tasso di inflazione nel 2014 è aumentato al 68,5% (Banca centrale del Venezuela), nel 2015 arriva al 180,9%, i generi alimentari aumentano del 305%.

Il Venezuela è entrato nel gioco delle grandi potenze globali con le sue risorse di petrolio. La sua è anche una crisi geopolitica con lo scontro di sistemi contrapposti sul piano politico, economico e valoriale. Il Venezuela è finito nella “trappola del debito” la Russia e la Cina controllano già le risorse minerarie del Paese. Per la Russia il Venezuela è il suo principale debitore, la Cina ha un credito di 60 miliardi di dollari. I militari controllano tutto il resto.

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