IL PRIGIONIERO COREANO – Le due facce della Corea

 

IL PRIGIONIERO COREANO è disponibile in streaming: WATCH NOW

 

“Quando un pesce cade nella rete è finito.”

Queste sono le prime parole che Nam, un pescatore di un villaggio della Corea del Nord, mormora all’ossessivo e (ossessionato) agente della sicurezza nazionale di Seul durante il primo di una lunga serie di interrogatori, in un crescendo di violenza e vessazioni. Una mattina come tutte le altre, scandite da una semplice ritualità di gesti e abitudini,  la rete della barca di Nam (splendidamente interpretato) si incaglia, la corrente la spinge oltre il punto che segna il confine fra le due Coree, il fiume Han.

IL PRIGIONIERO COREANO, l’ultimo lavoro cinematografico di Kim Ki-Duk presentato alla 73esima Mostra del cinema di Venezia, è uno sguardo sincronico, una riflessione obiettiva e tagliente su cosa significhi oggi essere coreano. Kim Ki-Duk fa un film sul suo Paese, la Corea, un corpo unico tranciato in due dalla più pericolosa linea di demarcazione militarizzata al mondo.

L’ultima eredità delle formule “algebriche” di Yalta. Senza soluzioni in vista. Sconfitto il Giappone nel 1945, sovietici e americani separano la Corea (Provincia del Sol Levante dal 1910) in due zone di influenza. Un altro banco di prova della tenuta del “condominio globale del terrore.”

Dura poco l’equilibrio. Nel Cinquanta sovietici e cinesi “sconfinano” puntando verso Seul. L’intervento militare delle Nazioni Unite guidato dagli americani (ossia l’intervento americano sotto la bandiera ONU) ristabilisce il confine del 38° parallelo. A Nord i sovietici garanti della Repubblica Popolare Democratica, a Sud gli americani a puntellare i governi nazionalisti di Seul. Lungo il 38° parallelo le due Coree si guardano in cagnesco e non hanno mai smesso di farlo da oltre sessant’anni.

La trama del film è incalzante, amara, coraggiosa.

Nam viene scambiato per una spia; una spia (come tante) mandata dal regime di Pyongyang, il nemico storico, alle porte di casa. Lui, dal corpo coriaceo e dallo spirito inflessibile, la cui unica volontà è tornare dalla sua famiglia e (forse) nella sua patria.

Si muove a tentoni, Nam, per le strade di Seul, con gli occhi chiusi per non vedere, per non cadere in tentazione, per non essere torturato quando ritornerà in patria. E quando è costretto ad aprirgli gli occhi, la luccicante metropoli non sembra sedurlo.

Avete la libertà. Potete risolvere tutti i problemi con la libertà.”

A cosa serve la libertà se non hai i soldi?” gli dice la giovane prostituta che Nam ha salvato dal pestaggio di due clienti. Nam vuole ritornare ad ogni costo nel suo Paese. Per gli 007 della Intelligence sudcoreana Nam è una cavia. Se è una spia (ma anche se non lo è) ammetterà di esserlo. Il premio è allettante: il programma speciale per i disertori, una “rieducazione” per i fuoriusciti, una vita nuova nella opulenta Corea del Sud. Tutto a spese del governo.

Immaginiamo quanto sia duro vivere lì, a nord. Dobbiamo salvarne il più possibile da questa dittatura”

Ci crede il capo della Agenzia per la sicurezza nazionale in ciò che dice. Crede che il suo Paese debba farsi carico dei nordcoreani e crede anche che Nam non sia una spia, né reale né potenziale. Purtuttavia, non riesce tuttavia a risparmiargli i metodi brutali che il fanatico di turno del “sistema” gli riserva. Un sistema nella realtà assai ben rodato. La National Intelligence Security, nota negli anni Sessanta come Korean Central Intelligence, è stata per decenni una “fabbrica di spie”.

Nam è un uomo semplice, ma come la tensione narrativa del film rivelerà, è un uomo solidissimo nei suoi valori e nella sua umanità. Anche quando si piega (o fingerà di farlo), sotto il peso degli estenuanti interrogatori, delle percosse, dell’isolamento. Torna a casa acclamato e celebrato, il “compagno” Nam, incorrotto e abile a sfuggire alle lusinghe del capitalismo e alle false promesse della libertà. Ma è solo un attimo, è solo propaganda come tutto nella Corea del Nord. Per i custodi del comunismo Nam si è trasformato in una spia al servizio di Seul. Al Nord come al Sud le spie, vere, presunte o potenziali sono trattate allo stesso modo.

Nam è finito in una rete, inesorabilmente. Troppo strette le maglie dei sospetti, della corruzione, della paura.

Se la Corea del Nord è retta dalla ideologia che ha letteralmente strozzato il suo popolo, isolandolo dal resto del mondo (ultimo Paese nelle classifiche dell’indice di sviluppo umano), a Seul si susseguono regimi corrotti, golpisti militari, nazionalisti fanatici (sistematicamente appoggiati dagli Stati Uniti). Il Nord sopravvive solo grazie agli aiuti economici e militari di Pechino e a colpi di test nucleari, funzionali a puntellare un regime di marca orwelliana, e ad alzare la posta per un eventuale accordo che alleggerisca le sanzioni (inasprite di recente dalle Nazioni Unite) in cambio di una frenata sul nucleare.

Kim Jong Un è un “attivista” nucleare. Negli ultimi quattro anni ha fatto trentacinque lanci missilistici e tre test nucleari. L’ultimo all’inizio dello scorso settembre, in occasione del 68° anniversario della fondazione nazionale realizzata da Kim Il-sung, suo nonno. Secondo fonti militari del Sud si è trattato del “test nucleare più potente effettuato finora, con una detonazione che a ricordato Hiroshima.”

L’arte del brinkmanship, del rischio spinto fino al limite estremo, è esercizio quotidiano nelle due Coree. La divisione è cristallizzata. Lo status quo, che ingabbia i sudcoreani e affama i loro fratelli a nord, conviene a tutti i comprimari: Stati Uniti, Giappone, Cina, Russia. Oltre che, naturalmente, alla diretta interessata, la Corea del Sud.

Equilibrio delle forze, amano definirlo gli sherpa della diplomazia internazionali.

In realtà, converrebbe a tutti modificare la geopolitica della Corea. La Cina sarebbe lieta di liberarsi di questa ingente voce di spesa, ma teme rifugiati e militari americani ai suoi confini. Seul, da parte sua, la pensa più o meno allo stesso modo, anche se spende il 2,5% del suo Pil per la difesa. Il mantenimento della presenza militare a stelle e strisce nel territorio sudcoreano costa alle casse di Washington un miliardo di dollari l’anno. Una Corea riunificata ridurrebbe (tra i vari effetti positivi) le spese militari di tutti i protagonisti sulla scena, oltre ad allontanare gli americani dall’area (trentamila soldati). Cosa che sarebbe molto gradita a cinesi e russi. Nondimeno, Kim Jong Un è l’unico a smuovere le acque, agitandole, ovviamente.

IL PRIGIONIERO COREANO è un film politico, scomodo per Pyongyang non meno che per Seul. Kim Ki-Duk contrappone, senza partigianeria, due Paesi diversissimi fra loro, eppure speculari. Non fa sconti, il cineasta coreano. La nudità del suo sguardo sta tutta nelle parole di Nam ai funzionari della sicurezza del Sud quanto a quelli del Nord.

È colpa vostra se non c’è la riunificazione.”

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