INDUCED LABOR – Quanto vale il tuo passaporto?

Occorre inventarsele tutte se il destino nel cercare la sua via ha deciso di farti nascere in uno dei paesi in basso alla classica mondiale della libertà di movimento.

Se la cicogna ti ha planato sul suolo di un Paese dal “passaporto debole”, ti sarà preclusa la libertà fondamentale di viaggiare, spostarti, muoverti per il mondo. Ti sarà precluso il diritto naturale alla mobilità. Sarai uno dei tanti milioni di cittadini “prigionieri” nel loro stesso Paese, salvo affidarti al contrabbando mafioso di esseri umani o disporre di un bel po’ di soldi per comprarti il “passaporto giusto”. Il bene più prezioso dell’era globale.

A questo tema politico, pesantissimo, si è ispirato Khaled Diab, giovane regista egiziano autore di INDUCED LABOR, una commedia brillante dai toni e drammatica nei contenuti.

Siamo al Cairo, nell’affollato ufficio consolare dell’ambasciata americana. Una galassia di personaggi tipo ridicoli, ridicolizzati, inverosimilmente reali. Una falsa coppia di gay, un falso cristiano (in realtà è un musulmano), un falso medico. E poi c’è la verità di Hessin e di sua moglie Iba che aspettano, come tutti gli altri, un visto per lasciare l’Egitto.

Due emisferi divisi da un vetro che separa chi ha il potere di decidere del destino altrui e chi nella benevolenza di questi spera. Il Potere nel nostro caso ha le fattezze di un tronfio impiegato americano dalla barba bionda e la verità in tasca: “Tutti gli egiziani mentono, li conosco oramai”.

Hessin, uomo dalla apparenza bonaria e dalle miti maniere, e Iba, incinta di due gemelli, hanno percorso meticolosamente tutte le strade percorribili per ottenere, legalmente, un visto di ingresso negli Stati Uniti. Più volte si sono sottoposti al trito rituale delle attese, delle interviste, dei documenti, aggiungendo ogni volta un pezzo in più all’intelaiatura necessaria a reggere la domanda per ottenere l’agognato visto. Hessin ha aperto una attività commerciale, vende libri per bambini, Iba un conto in banca. E per essere convincente, Iba un po’ di soldi se li è portati dietro nella borsa.

Ma non basta nemmeno stavolta. Per l’intervistatore americano dalla barba bionda i due coniugi non hanno i requisiti. L’ennesimo rifiuto non coglie di sorpresa Hessin che in ambasciata ci è entrato con un piano B … e un fucile.

Se a lui è capitata la sorte di nascere in Egitto, Paese il cui passaporto è al 57esimo posto nel Passport Index, la classifica globale dei passaporti che consentono maggiore mobilità, ai suoi figli dovrà andar meglio. A qualsiasi costo. Anche farli nascere davanti agli occhi di tutti, occhi sconosciuti, egiziani come americani. Anche alla presenza dell’insopportabile impiegato americano dalla barba bionda.

Una mendace interpretazione del concetto di extraterritorialità proprio delle ambasciate (in realtà si dovrebbe parlare di esenzione dalla giurisdizione dello Stato territoriale) autorizza il nostro protagonista a credere che il 14esimo emendamento della Costituzione americana (lo jus soli che fa dei bambini nati negli Stati Uniti automaticamente dei cittadini americani) si applichi anche ai suoi figli, se solo nascessero in quell’ufficio ostile. Sappiamo, invece, che non basta il primo vagito all’ombra della bandiera a stelle e strisce per fare di un nascituro un cittadino americano.

Ma Hessin non lo sa, lui vuole che Iba prenda una pillola al momento giusto, un attimo dopo che dalla bocca dell’impiegato dalla barba bionda prenda forma la parola “respinto”.

Un parto indotto, un travaglio artificiale e quella parola torna al mittente. Ma le cose vanno storte, anzi stortissime, che peggio non potrebbero. Il parto è l’esperienza più personale e intima che una donna possa avere. Iba ha gettato la pillola nel water, il travaglio non arriva, Hessin passa al piano B: un fucile con cui prende in ostaggio tutti i presenti dando vita ad una sitcom a tratti grottesca, a tratti surreale che strappa accenni di risate schiacciate da una tristezza di fondo che ci invade nel vedere un uomo buono gentile che si trasforma in un carceriere (altrettanto buono e gentile) diventando, suo malgrado, protagonista di un caso da ultima ora: un terrorista che rischia di mettere in serio pericolo le relazioni tra Egitto e Stati Uniti.

Fuori dall’ambasciata, muso contro muso il console americano e il capo della polizia egiziano, mediatore per casacca il primo, muscoloso e rambesco il secondo (con una evidente allusione alla violenza della polizia egiziana). Per la folla assemblata dinanzi all’edificio, Hessin è un eroe, un uomo che sfida il sistema (entrambi quello americano e quello egiziano) per dare ai suoi figli un futuro diverso dal suo.

Bambini, prigionieri dietro sbarre invisibili, vittime in Africa come in Medio Oriente o in Sudamerica di muri e recinzioni, materiali o immateriali che siano. Bambini che non hanno il passaporto giusto perchè nati dalla parte sbagliata (la più estesa) del Muro invisibile dell’apartheid globale, in un mondo dove, paradosso della globalizzazione, la libertà di movimento è un diritto ereditario: secondo il Passport Index ne godono per “diritto di nascita” i cittadini di dieci, quindici paesi (Giappone, Germania e Stati Uniti in testa) i cui passaporti sono i più forti in assoluto, consentendo libero accesso a circa l’80% del mondo: free visa access o, in caso, concesso in maniera molto semplice all’arrivo.

Eppure, nel 1948 la solenne Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo la libertà di movimento l’ha estesa (art. 13) ad ogni individuo il cui “[…] diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese” è fondamentale e inalienabile. Per tutti gli individui, indipendentemente da dove provengano, dal colore della loro pelle, dalla lingua che parlano e dalla religione che praticano.

INDUCED LABOR ci mostra con leggerezza che non è affatto cosi, che il diritto degli individui alla mobilità è negato spessissimo. Ancor più, il film mette l’accento sui bambini, sui minori a cui è rifiutata la cittadinanza, sui muri di Trump, sulle famiglie spezzate.

Sarà il finale, in un susseguirsi vertiginoso di eventi, ad azzerare le possibilità dell’agire umano di imporsi sul librarsi della cicogna che batte le ali possentemente, incurante che al mondo esistono passaporti forti e passaporti deboli.

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