INTERVIEW: AHMED HAFIANE

Ahmed Hafiane, famoso attore tunisino, noto al pubblico italiano per alcuni film di successo  (La giusta distanza, La nostra vita, Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, etc.), protagonista di FATWA, ultimo film di Mahmoud Ben Mahmoud con cui si è di recente aggiudicato il premio Miglior Attore alle Giornate del Cinema di Cartagine, il più importante festival cinematografico tunisino.

FATWA è un film drammaticamente attuale sulla radicalizzazione religiosa in Tunisia.  Ambientato a Tunisi nel 2013, anno difficilissimo per il Paese, all’indomani degli omicidi politici di Mohamed Brahmi e di Chokri Belaïd, con l’emergere, in tutta evidenza, del tentativo da parte dei fondamentalisti islamici di bloccare l’adozione di una costituzione ritenuta troppo occidentale nel suo impianto. La storia di Brahim, un padre che torna in Tunisia da Parigi, dove vive, per la morte tragica del figlio Marouane. A Tunisi, ad attendere Brahim il doppio dolore di scoprire che il figlio nel frattempo era entrato a far parte di un gruppo di salafiti estremisti.

 

C’è un conflitto generazionale nel film, il padre che emigrare in Europa mentre il figlio vuole restare nel suo Paese. Ahmed anche tu hai lasciato la Tunisia e vivi in Europa. Posso chiederti se e in che misura ti sei ritrovato nel personaggio di Brahim?

Da padre, anch’io come Brahim, mi sono ovviamente immedesimato nel suo personaggio. Ma anche come cittadino tunisino che vive all’estero, musulmano di fede ma non ideologizzato. Per me l’Islam non è una ideologia. Anche il regista, Mahmoud, ha detto se non fosse per il titolo Fatwa, il film potrebbe essere la storia di un semplice musulmano. Al centro c’è la separazione di una coppia, la disgregazione di un nucleo familiare, che è umanamente una cosa sacra. Il personaggio di Brahim l’ho sentito particolarmente nella sua difesa per la vita. Nel film c’è tanta umanità, oltre allo sfondo politico e ai fatti di cronaca del 2013. Posso dire che per il regista era l’aspetto più importante nella costruzione del film.

 

E c’è anche un conflitto di genere. Tu hai uno scontro verbale molto acceso con la madre di tuo figlio, la tua ex moglie Loubna, sul rito funebre di Marouane che tu vorresti secondo la tradizione mentre Loubna, da donna laica impegnata pubblicamente  contro la tradizione, è contraria.

La maggior parte dei tunisini si sentono arabi, musulmani ma aperti allo stesso tempo. Per Brahim Loubna rappresenta una forma di laicità quasi ‘estremista’, nel senso che propone qualcosa che non è sentito, condiviso dal contesto culturale e sociale della Tunisia. Ci sono anche molte convergenze, molte affinità tra l’ex coppia. Innanzitutto il dolore per la perdita del figlio e per il suo indottrinamento islamista. Il film, come ho detto, mette al centro la coppia, il dialogo tra una madre e un padre su un problema molto sentito in questo momento: il rischio di perdere i propri figli a causa della fascinazione dell’estremismo religioso. In proposito, c’è una testimonianza importante di un giornalista tunisino che sta scrivendo un libro su un dialogo con sua figlia strappata allo stesso rischio. Questo padre è stato accanto alla figlia per due anni e mezzo prima di recuperarla del tutto.  In questo senso il nucleo familiare è un punto importantissimo nella società.

 

Possiamo dire che in FATWA ci sono le tre anime della Tunisia di oggi: un musulmano moderato, un laico, rappresentato da una donna, e un giovane salafita. Chi è il vero protagonista del film?

Il protagonista della drammaturgia è Brahim, ma la vera protagonista di tutto il film è la Tunisia, la Tunisia che soffre, la Tunisia ferita. La ferita di Brahim e Loubna è la ferita di tutto il Paese per i suoi figli rubati, sacrificati ad una causa inutile e assurda come quella del terrorismo internazionale. L’idea del film è proprio di raccontare la sofferenza dei musulmani moderati che hanno patito e ancora patiscono il terrorismo.

 

Qualche giorno fa un giornalista free lance, Abderrazak Zorgui, si è dato fuoco proprio come Mohamed Bouazizi nel 2011. Le ragioni sono le stesse: disoccupazione, povertà, immobilismo sociale, delusione per il nuovo corso politico del Paese. Un secondo atto della Rivoluzione dei Gelsomini?

Non è ancora chiaro cosa sia accaduto realmente, pare che il giovane abbia minacciato di darsi fuoco mentre sia stato qualcun’altro a farlo realmente uccidendolo. C’è un’indagine in corso. Naturalmente è un fatto molto grave che divide l’opinione pubblica tra chi è nostalgico del regime di Ben Alì, chi auspica il ritorno al potere del partito islamico e chi sostiene lo sforzo che il Paese sta facendo verso la democratizzazione e modernizzazione della sua società e delle sue istituzioni. Io sono fra questi e sono ottimista.

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