INTERVIEW: ESTER SPARATORE

La regista siciliana Ester Sparatore ha presentato il suo documentario Those Who Remain/Celles qui restent alla 14. edizione del Sole Luna Doc Film Festival, che illustra la difficile realtà di numerose donne tunisine i cui figli, mariti e fratelli sono scomparsi mentre emigravano in barca verso l’Italia durante la primavera araba. Il film segue una di queste donne, Om El Khir, mentre lotta per scoprire cosa sia successo alle persone scomparse e mentre si prende cura dei suoi tre figli ora senza padre.

 

Come è nato il progetto? In una intervista con Nick Holdsworth dici che il punto di partenza del film era la presentazione del libro Spazi in migrazione: cartoline da una rivoluzione di Federica Sossi.

Sì, è stato un po’ casuale: sono andata alla presentazione perché un’amica moderava il dibattito, senza sapere neanche cosa stessi andando a vedere. In questa occasione ho conosciuto la storia delle famiglie dei dispersi tunisini. Questa storia tunisina mi sembrava quasi un proseguimento di quello avevo fatto in precedenza, mio film su Lampedusa [Mare Magnum]. Mi interessava andare nella sponda opposta per vedere cosa succedeva lì. Il progetto inizialmente si chiamava, infatti, “Da una sponda all’altra”, solo in seguito abbiamo deciso di focalizzare l’attenzione sulle donne. In realtà era anche un pretesto per raccontare come le famiglie di chi parte si devono adattare all’assenza. Però, rispetto all’assenza di chi è arrivato in Europa e sta bene, il caso che ho raccontato è ancora più drammatico, perché le famiglie non hanno idea di cosa sia successo ai propri cari. Mi sono imbattuta in Om El Khir, che ha fatto di questa lotta lo scopo della sua vita. Era anche un modo per uscire un po’ dal suo guscio, per tirare fuori un carattere forte che non sapeva neanche di possedere – e quindi appunto una storia di resilienza, il modo in cui ci adattiamo agli eventi forti della vita. Om El Khir mi ha permesso di raccontare la sua storia. È sempre un privilegio poter raccontare la storia degli altri.

 

Le similitudini tra la storia che racconti e quella di Penelope mi hanno colpito, come se il tuo documentario ne fosse la versione contemporanea. Infatti, il film racconta la storia dell’attesa di una donna il cui marito se ne è andato, che non sa né se, né quando tornerà.

È un paragone molto poetico! Mi piace, con la riserva che tra le donne tunisine ci sono anche mamme e non solo mogli. Però, parlando del carattere, quest’idea mi attira. Se lei volesse rifarsi una vita sposandosi nuovamente, in questo momento sarebbe anche impossibilitata dalla legge: per la legge è ancora sposata finche non si dichiara morto il marito. È doppiamente tragica come situazione. Alla difficolta di andare avanti, di gettarsi tutto alle spalle, si aggiunge anche questa.

 

Una cosa che mi ha colpito guardando il film è che sei riuscita a sviluppare un rapporto con Om El Khir che sembra intimo e distaccato allo stesso tempo, senza mai imporre la tua presenza. Come vi siete conosciute? Come si è sviluppato questo equilibrio nel vostro rapporto?

L’ho conosciuta tramite Federica Sossi, che fa anche un lavoro d’attivista con queste famiglie. Sono andata in Tunisia con lei quando ancora non avevo né produttore, né storia, né progetto, né protagonista. Tramite Federica ho incontrato diverse donne. Tra queste Om El Khir mi piaceva molto. L’intensità del suo viso mi ha colpito immediatamente. Quello che ho fatto mi sembra come un miracolo, perché è molto difficile per una dona non musulmana, non nordafricana entrare in una realtà come questa. Ci sono riuscita perché Om El Kir ha capito subito che tipo di lavoro volevo fare. Ha condiviso con me il progetto in qualche modo. Lei ci credeva fortemente. Ha avuto anche delle difficoltà con i parenti, i vicini, che non capivano perché lei faceva il film.

Più che intimità, tra di noi si è creata una sorta di forte complicità. Avevamo tutte e due questo fine e l’abbiamo raggiunto insieme. Poi considera che io parlo un pessimo francese, come lei. Quindi immagina un po’ come erano in realtà le nostre conversazioni! Però questo non era molto importante per me, perché non ho usato interviste nel film. Come dici tu, faccio un passo indietro e osservo le cose come accadano davanti alla camera. Cerco di essere più delicata, più impercettibile possibile. Il fatto di non parlare arabo in qualche modo mi ha aiutata. È una cosa strana, però le persone si sentivano al loro agio sapendo che non capivo nulla sul momento. Per me è stato anche interessante non capire immediatamente i dialoghi, perché ho sempre pensato che gli sguardi, i movimenti, gli atteggiamenti sono molto più sinceri di qualsiasi parola. È stato un lavoro interessante anche perché era la prima volta che lavoravo in un altro paese, dove non capivo la lingua. Diciamo che tutto questo ha un po’ contribuito anche a trovare la giusta distanza alle cose. Comunque, cerco sempre di mantenere questo tipo di approccio, anche quando capisco subito cosa succede. Normalmente non amo i film dove c’è una regia chiarissima, quando anche da spettatore ti senti quasi forzato a condividere la visione del regista. A me piace che lo spettatore sia libero di farsi la sua opinione. Non voglio costringere nessuno a pensarla come me. Mostro la realtà che ho visto, è ovvio che è il mio sguardo, però cerco di essere più delicata possibile.

 

Ti piacciono i film di Frederick Wiseman?

Hai detto la parola magica! Mi sono innamorata del documentario quando ho visto per la prima volta i suoi film tanti anni fa. Mi sono detta: non è possibile, è una meraviglia! Prima di conoscere il lavoro di Wiseman, avevo fatto qualche esperienza come assistente regia in un film di finzione. Poi lavoravo in una società di produzione siciliana che faceva documentari un po’ istituzionali. Non sapevo che ci potesse essere questa forma di racconto del reale, quindi la colpa è di Wiseman se faccio documentari.

 

Ho letto che le riprese sono durate cinque anni. Come si è sviluppato questo processo?

Sì, però sono state diluite in cinque anni. Facevamo delle sessioni di riprese brevi, perché non volevo stressare nessuno, né la protagonista, né le persone intorno a lei. Era un delicato rapporto di equilibrio: sai che se fai due giorni in più, allora rischi di fare esplodere la situazione. Quindi, tra questo e il fatto che questo tipo di documentario è complicato da finanziare, era difficile girare per più di dieci giorni a volta. Alla fine, sono stata fortunata, è andata benissimo.

 

Il film segue l’attesa della protagonista, ma a volte ci sono dei momenti di rottura, come la circoncisione del figlio o la scena della manifestazione, quando le donne bloccano il traffico. Ci sono anche momenti molto poetici, per esempio quando filmi questi ragazzi che giocano, imitando l’arrivo di una nave a Lampedusa. Quali sono state le linee direttrici per lavorare sul tempo del film durante il montaggio?

Ho avuto la fortuna di lavorare con una montatrice tunisina straordinaria, Nadia Touijer. Siamo partite da un presupposto molto banale, quello di seguire la linea temporale reale, perché ovviamente non potevamo neanche falsarla più di tanto. L’idea di base era sempre di entrare e uscire della vita privata di Om El Khir. Ovviamente il rischio era di fare un film troppo serrato, perché sia la vita pubblica, sia quella privata sono ricche e intense. Quindi era importante trovare dei momenti in cui l’attenzione si allentasse. Ho avuto la fortuna di potere riprendere delle situazioni, appunto, di una poesia incredibile. La scena di cui parlavi prima, quella dei bambi che giocavano a fare i naufraghi, ovviamente non l’abbiamo organizzata. Eravamo al quartiere di Om El Khir e abbiamo visto questa pozza enorme che sembrava un lago. Fotograficamente era bella. Abbiamo iniziato a riprendere e a un certo punto sentiamo questi bambini gridare: “Lampedusa, Lampedusa”. Allora capiamo che tipo di gioco stavano facendo. Abbiamo pensato di inserire questi momenti con i ragazzini sulla spiaggia anche per creare dei momenti di riflessione. Questi ragazzini domani probabilmente saliranno sulla barca e andranno via.

Poi sul ritmo, adoro tantissimo giocare sui pieni e vuoti. Mi piace anche produrre l’effetto sonoro, come per esempio la scena sul ponte, che ho voluto fastidiosamente rumorosa. Ho avuto un po’ di problemi con i proiezionisti. Mettevano i volumi bassi e io dicevo: “No! Deve essere disturbante, deve far stare male!” La scelta era di disturbare, di essere travolti dalla disperazione di quel momento. C’è sempre anche un ragionamento sia sul suono che abbiamo registrato che sul montaggio. Il montaggio sembra sicuramente un lavoro di logica, però io vado molto a braccio. Si vede se le cose funzionano. Vuol dire che stai andando per la strada giusta.

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