Tra i film più interessanti della 24.esima fortunata edizione del MedFilm Festival di Roma, SOFIA di Meryem Benm’barek, premio miglior sceneggiatura nella sezione Un Certain Regard dell’ultimo Festival di Cannes. La storia di una maternità fuori dal matrimonio nel contesto conservatore della società marocchina. GeoMovies ha incontrato Meryem Benm’barek in occasione della sua presenza a Roma per il MedFilm Festival.

 

Meryem, tu hai vinto il premio Migliore Sceneggiatura Un Certain Regard a Cannes. Come ci si sente ad ottenere alla prima opera un premio cosi importante? Una sorpresa e anche una grande responsabilità, immagino.

Quando ho vinto il premio non ho realizzato subito. Devo dire che non ho provato gioia in quel momento. È stato un momento di sollievo, perché ho lavorato tantissimo a questo film che ha avuto molte difficoltà di realizzazione. Per trovare i finanziamenti, ad esempio. E la responsabilità…si, per il prossimo film. Invero mi sono bloccata, completamente paralizzata. Forse per le aspettative della gente, come dici tu. E questo in effetti mi ha bloccato, ho avuto paura a tal punto che non volevo più fare altro film. Non è tanto il premio che mi ha destabilizzato quanto l’uscita del film, le attese della stampa, del pubblico. Mi ha stressato molto. Non c’è niente di peggio per paralizzare un artista e la sua libertà creativa.

 

Il film è uscito in Marocco?

Si.

 

Come è stato accolto?

Il pubblico in generale ha reagito bene al film. Ho fatto una tournée per una settimana in diverse città. In Marocco ci sono due stampe. La stampa arabofona che è letta dal popolo, dalla classe media, e la stampa francofona, destinata alla élite. La stampa arabofona ha capito il film, ha capito che SOFIA mette al centro della trama la frattura sociale, il ruolo della borghesia e dei soldi nella società contemporanea marocchina. La stampa francofona, invece, ha scritto poco sul film, non ha mai parlato dei veri temi del film. Piuttosto è rimasta ferma alla figura di Sofia, ai cliché. Ad esempio, che lei non parla francese. Il cuore del film è la critica alla borghesia marocchina, è chiaro. Una critica che si manifesta anche attraverso la lingua. In Marocco si parlano due lingue, l’arabo e il francese.  Il francese è parlato dalla borghesia. Il divario sociale si manifesta anche dal punto di vista della lingua.

 

Il film è tratto da una storia vera?

La storia si basa su diverse storie di cui sono venuta a conoscenza. Lo spunto più importante è venuto dalla vicenda di una persona che conosco. Ho sentito i racconti, le voci di medici, ostetrici, persone addentro al sistema degli ospedali.

 

L’idea che la maggior parte di noi ha del Marocco è quella di un Paese liberale, progressista, a tratti moderno all’interno del contesto dell’Africa araba. C’è un sovrano che ha adottato un nuovo codice della famiglia, le donne non hanno bisogno di un guardiano per sposarsi come accade in molti altri paesi arabi, è stata adottata una legge che punisce la violenza contro le donne. Fino a che punto è reale questa nostra visione del Marocco?

Si, è vero molta gente pensa questo. Il Marocco è un paese molto turistico, molto frequentato dagli occidentali. Ci sono molti espatriati che appartengono per lo più alla borghesia marocchina. Per la gente della borghesia la vita in Marocco non è molto dissimile a quella di chi vive in Florida o a Miami. Non certo per Sofia o per Omar, i protagonisti del film. Il Marocco è un Paese in evoluzione, le cose stanno cambiando. La gente ricca vive una maggiore libertà rispetto agli altri. La libertà viaggia su due binari diversi.

 

Quanto le donne sono nemiche delle donne in Marocco? Ci sono stati diversi movimenti femministi che hanno partecipato attivamente alle proteste del febbraio 2011, ma è ancora molto forte la resistenza al cambiamento da parte delle stesse donne ancora legate alla tradizione, al conservatorismo religioso all’interno di certi strati sociali. A quanto pare non c’è un fronte comune, compatto delle donne marocchine.

Certo, c’è una pluralità di femminismo in Marocco, come del resto in molti altri paesi. C’è un femminismo borghese, uno più popolare. Il film è una critica al primo femminismo. Il personaggio di Lenah, ad esempio. All’inizio del film è molto generosa, poi vediamo che la pietà, la commiserazione la portano a mettersi su un piano superiore, più alto, ad esercitare una sottile violenza psicologica, tanto che Sofia le dirà «chi sei tu per dirmi cosa fare.»  La stessa Sofia può essere vista come vittima ma anche come carnefice in un meccanismo sociale molto complesso.

 

Il prossimo film di Meryem Benm’barek?

Sarà girato in Francia, probabilmente una storia d’amore. Il tema sarà sicuramente un certo turismo sessuale che esiste nel Paese da parte di donne francesi verso gli uomini arabi e africani. Il film sarà ambientato nel periodo della decolonizzazione algerina. In quel periodo molti algerini arrivarono in Francia e furono colpiti da una campagna di diffamazione che li dipingeva come predatori sessuali, uomini pericolosi che violentavano le donne. È un fantasma che si è sviluppato nella testa della gente. Gli uomini arabi, gli uomini neri e la loro sessualità. Una sorta di sessualizzazione di questi uomini.

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