INTERVIEW: NARGES ABYAR

Le donne contro il terrorismo

“Il vero tema del mio film non è il terrorismo ma il contrasto tra amore e ideologia: quando questa si trasforma in radicalismo, arriva a colpire anche gli amici e parenti più stretti. Un terrorismo che ci è molto più vicino di quanto non sappiamo, e da cui anche una persona che amiamo può essere colpita”.

A parlare è la regista Narges Abyar, autrice del film WHEN THE MOON WAS FULL, pluripremiato nel febbraio scorso al Fajr Film Festival di Teheran e appena uscito nelle sale iraniane. Il film è centrato sulla storia del gruppo terroristico Jundallah, attivo tra il 2003 e il 2012 tra il Pakistan e l’Iran, lungo i porosi confini del Sistan e Balunchistan, regione iraniana a maggioranza sunnita. Si tratta di un jihadismo contiguo ad Al Qaeda, che ha come primo obiettivo gli sciiti e ha compiuto centinaia di attentati tra i civili e militari iraniani. Nel film sono alcuni personaggi maschili, parte di una stessa famiglia, a farsi possedere dal demone del radicalismo violento.

Ma quale ruolo possono svolgere le donne per frenare la deriva del radicalismo di derivazione wahabita, che attinge alla versione più tradizionalista dell’Islam sostenuta in Arabia Saudita?

“Le donne possono svolgere un ruolo fondamentale nel ridurre la violenza in luoghi contaminati dal terrorismo. Il governo sta cercando di valorizzare questo ruolo dando alle donne incarichi pubblici in queste zone di confine, come quelli di sindaco e governatore locale.”

Infatti, emerge da fonti ufficiali, in questa zona vi è la percentuale più alta di incarichi pubblici ricoperti da donne di tutto l’Iran. Anche se – riconosce Negar Abyar – si tratta di zone in cui il controllo maschile sulla donna è molto forte, e molte famiglie sono contrarie a far studiare le proprie figlie. Ma proprio il fatto che sia il governo centrale a dare alle donne questi poteri – aggiunge – le aiuta ad acquistare consapevolezza dei propri diritti e combattere per questi. Ovviamente è una strada molto difficile da seguire, non solo in Iran ma in tutto il mondo. La donna deve fare molto più di un uomo per dimostrare la propria forza e competenza.

Il radicalismo religioso si sviluppa soltanto tra la popolazione sunnita della regione?

Nel Sistan e Baluchistan vi è anche una componente sciita, ma il problema di una mentalità chiusa e tradizionalista e la tendenza al radicalismo esistono in entrambe queste componenti, risponde ancora la regista, causa anche alcune forze esterne che alimentano odio e divisioni. E in questo, aggiunge, ha una responsabilità anche il governo centrale, che ha lasciato quelle zone di confine povere e senza prospettive. In effetti la regione del Sistan e Baluchistan, dove la maggioranza della popolazione è di etnia baluci, risente di un ritardo di sviluppo economico e sociale, anche se nuove prospettive si aprono grazie ad una zona di libero scambio che beneficia di ingenti investimenti indiani in campo infrastrutturale e industriale. E grazie anche al potenziamento del porto di Chabahar, funzionale ad un asse commerciale tra l’India e l’Afghanistan e l’Asia centrale, che passi in territorio solo iraniano e non pakistano.

Ma per ora il tessuto sociale resta molto tradizionalista, con le donne ancora lontane dalla emancipazione raggiunta nelle aree urbane e in altre zone del Paese. Da regista donna, come vede la condizione delle donne in Iran?

“Le donne hanno bisogno di un comportamento civile, e di una presa di coscienza dei propri diritti. Una parte delle nostre donne non ne sono consapevoli, ma la maggior parte di loro non vuole avere in questo campo interferenze esterne. Si tratta di problemi legati alla cultura locale, e come tali vanno affrontati. Quanto al velo, per esempio, io mi copro i capelli per mia convinzione, ma credo che ogni donna debba poter scegliere se farlo o meno.”

Proprio per avere difeso alcune donne che si erano ribellate all’obbligo del velo l’avvocatessa Nasrin Sotoudeh ha di recente subito una pesante condanna, 33 anni secondo quanto riferito dal marito e dalle organizzazioni per i diritti umani, e di cui lei dovrà comunque scontare la pena più lunga, 12 anni.

“Non sono una giurista e non so con esattezza perché Nasrin Sotoudeh debba affrontare una sentenza del genere, ma quando ho sentito che le hanno inflitto 12 anni di carcere ho messo un post su Istagram in sua difesa. Perché questa condanna? In tutto il mondo ci sono donne attiviste”.

Con quali fondi ha potuto realizzare questo film, che dura oltre due ore?

Non con finanziamenti del governo, che le avrebbero imposto – risponde – un maggiore controllo sull’opera. “Affrontavo un tema sensibile e ha cercato solo finanziamenti privati – sottolinea -. Se non avessi fatto questa scelta non avrei potuto, per esempio, far dire ad un mio personaggio che all’origine dei problemi del Sistan e Baluchistan ci sono la povertà e la mancanza di opportunità per i giovani”.

Problemi che, combinandosi in una pericolosa miscela con il radicalismo religioso e spinte autonomiste e separatiste, anche dopo la scomparsa di Jundullah hanno continuato a fare di questa regione tra Iran e Pakistan una zona, su entrambi i lati del confine, molto insidiosa. Lo dimostra il perdurare stillicidio di attentati rivendicati da altre sigle, fino a quello del febbraio scorso in cui sono stati uccisi una trentina di Pasdaran.  In quella occasione, quando a rivendicare l’attacco era stato un gruppo legato ad Al Qaeda, le autorità iraniane avevano accusato forze straniere di sostenere i terroristi, indicando anche negli Usa, in Israele e in altri Paesi produttori di petrolio i maggiori responsabili del terrorismo in Medio Oriente. Un fenomeno che, osserva ancora la regista, ha preso piede nell’area mediorientale, osserva infine la regista, per un insieme complesso di motivi, fra cui quello che in questa regione è stato più veloce e a tappe forzate quel percorso verso la modernità durato quattro secoli in Occidente.

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