KABUL, CITY IN THE WIND – Quando la vita cammina a braccetto con la morte

Un autobus malandato avanza lungo una strada polverosa. Si ferma accostandosi a molti scheletri di camion arrugginiti che si confondono con la terra. Abas, l’autista in grigio, canta:
This is our beloved country
This is Afghanistan
This is the home of thieves
And conscienceless people

Poi fuma e il fumo si dissolve nell’aria lasciando dietro di sé nuvole di polvere. Ogni cosa sembra avere lo stesso colore: un indefinito grigio-marrone. Cosi appare Kabul agli occhi di Aboozar Amini nel suo KABUL, CITY IN THE WIND, debutto cinematografico presentato in anteprima mondiale all’International Documentary Film Festival di Amsterdam e premiato al CPH:DOX di Copenhagen.

Abas e i suoi due figli, Afshin e Benjamin, sono diventati le sue guide nella routine quotidiana di Kabul, che appare, ad un primo sguardo, un ostile deserto privo di vita. Kabul, la capitale dell’Afghanistan, è una antica città con oltre 3500 anni di storia e molti, troppi anni di guerre sulle spalle. Non è mai sicuro vivere a Kabul. Nemmeno oggi. Amin ha iniziato a girare il film nel 2015, durante i tre anni di lavorazione la città ha vissuto dozzine di attacchi terroristici, soprattutto in prossimità di appuntamenti elettorali: esplosioni e attentati suicidi spesso finalizzati a colpire scuole o comunità religiose. Una violenza che si inserisce in un contesto di povertà, disoccupazione, violazioni dei diritti umani (donne e bambini sono naturalmente i più colpiti), corruzione e torture. Gli afgani rappresentano il secondo gruppo di richiedenti asilo in Europa (41 mila richieste nel 2018 –Dato Eurostat).

A Kabul vivono circa 4, 5 milioni di persone, costantemente e quotidianamente in pericolo. Come ha sperimentato lo stesso regista. La sua famiglia è dovuta fuggire in Europa quando lui aveva 14 anni. Nelle sue interviste Amini ricorda spesso le esplosioni che hanno costellato la sua infanzia. Spesso è proprio la sua esperienza personale a dare spunto per rappresentare la vita in Afghanistan nei suoi film. In KABUL, CITY IN THE WIND, Amini decide di focalizzarsi sulla vita nella città alternando due storie diverse. Abas, è un autista analfabeta di circa quarant’anni. Porta il suo autobus (poco più che una carcassa) in una officina. Lotta quotidianamente per togliersi i debiti, ogni tanto va a trovare a sua famiglia.

Nello stesso momento, Afshin e Benjamin, due ragazzi di un’altra zona della città, aiutano la famiglia ad andare avanti ora che il padre è stato costretto per le minacce a fuggire a cercare riparo all’estero. Afshin si prende cura dei fratelli e degli alberi del giardino, va al mercato per le provviste, aiuta la comunità cercando di fare i lavori che un tempo faceva suo padre. Non perde mai di vista il piccolo Benjamin, il fratellino troppo piccolo per essergli d’aiuto, ma da cui non si separa mai durante la giornata.

Kabul, City in the Wind

Proprio nel momento in cui prendono forma le storie di Abas e dei due fratelli, diventa chiaro che le loro vite sono legate fra loro da un sentimento pesante che nessuno nomina espressamente, ma che è sempre lì e non li lascia mai in pace. Abas parla della paura mentre il padre porta i figli a visitare il cimitero raccontandogli della morte del suo amico in un attentato. Gli adulti parlano di perdita; un bambino conta le tombe, ma ne perde presto il conto, ce ne sono troppe. Da questo momento il film scivola in una lenta esplorazione su come la vita e la morte camminino fianco a fianco. Amini sceglie di costruire il film attraverso l’osservazione delle attività quotidiane dei protagonisti; li guarda parlare con la gente, li osserva mentre si muovono, dà voce alle loro storie.

Non accade molto sullo schermo, a parte inezie quotidiane, ma ciò che colpisce è “l’onnipresenza della morte”. Gli autisti degli autobus si scambiano battute sugli attacchi suicidi, un padre insegna a non seguire la folla dopo la prima esplosione, un bambino racconta i suoi incubi, un autista confessa i suoi dubbi sulla possibilità di rimanere vivo altri quindici anni. Improvvisi primi piani rivelano tutta la gravità dei loro volti. A volte sembra che tutti si sforzino di andare avanti, di resistere: Abas sorride e canta, i bambini trovano il tempo di fare cose da bambini, lanciano sassi, vanno in bicicletta, si azzuffano fra loro. La vita va avanti, ma i protagonisti con i loro dialoghi danno voce alle paure e alle ansie su cui poggiano le loro vite.

Amini sceglie di non mostrare le immagini di attacchi suicidi filmate durante le riprese del film. Preferisce dare spazio alla polvere e al vento. Kabul appare fredda e circondata dal vento, un vento che agita le bandiere sulle tombe e solleva polvere tutto intorno. La gente non si protegge dalla polvere negli occhi, non gira la faccia al vento. Mentre soffia, costruiscono focolai dentro blindati abbandonati. Queste immagini, i caldi spaccati familiari, i canti dei protagonisti sono la cosa più importante per Amini.

KABUL, CITY IN THE WIND stabilisce un legame fra persone che vivono tra la guerra e il terrore, dando un volto umano a una città che troppo spesso appare nei media come un insieme di morti che si susseguono, giorno dopo giorno, attentato dopo attentato.

Share your thoughts