LEAKAGE – Il ritratto dell’Iran attraverso la metafora del petrolio

Per il suo debutto cinematografico alla 69ma Berlinale (sezione Forum), la giovane iraniana Suzan Iravanian ha deciso di dare uno sguardo ad alcune delle questioni più calde del suo Paese attraverso la potente metafora del corpo. Girato a Shiraz, città natale della regista, LEAKAGE racconta la storia di Foziye, una donna sui cinquant’anni che, oltre a vari problemi personali, ha un segreto: dal suo corpo esce petrolio. Una osmosi inquietante collega il corpo della donna all’Iran dalle ingenti risorse petrolifere (il quarto nella classifica mondiale) che ribollono sotto la cappa delle sanzioni reintrodotte nel novembre 2018 dalla amministrazione Trump.

Attraverso una trama non priva di contorsioni e discontinuità, LEAKAGE mette prepotentemente sul tappeto il tema del petrolio, a cui fanno da contrappeso altre questioni dirompenti all’interno della teocrazia iraniana: emancipazione femminile, immigrazione, incertezza politica, turbolenze sociali. Foziye è una donna sui cinquant’anni il cui marito lavorava per una azienda petrolifera prima di scomparire misteriosamente. La donna vorrebbe emigrare in Germania, ma non riesce a soddisfare i requisiti della domanda per un visto: il suo stato civile è incerto come pure le sue finanze. Non si capisce bene quale lavoro Foziye sia in grado di fare, eppure dice di poterne fare più d’uno.

La questione della emancipazione femminile all’interno della società iraniana è il filo che lega fra loro i pezzi di una trama che a volte manca di coerenza narrativa. LEAKAGE è costruito intorno alle donne: la fragile posizione di Foziye e di sua figlia, prive di un sostegno maschile, aggiunge un ulteriore elemento di instabilità al mondo rappresentato dal film. Suzan Iravanian ci rende volutamente l’idea di una società in cui le donne sono definite socialmente in base al loro contesto familiare. Uscire da questa cornice in Iran, soprattutto se per effetto di una sentenza di divorzio, significa essere marginalizzate, stigmatizzate, respinte dal mondo del lavoro, dove le donne senza famiglia sono maggiormente penalizzate nella ricerca di una occupazione rispetto alle donne sposate.

I documenti che Foziye consegna allo sportello sono macchiati di nero. Il liquido scuro che appare nei momenti meno opportuni non viene mai chiamato con il suo nome fino alla fine del film. Un convitato di pietra, l’oro nero, con il suo 70% sul totale delle esportazioni nazionali. Il ripristino delle sanzioni statunitensi che nelle intenzioni di Trump dovrebbero costringere il Paese a rivedere la sua ingombrante presenza in Medio Oriente e soprattutto favorire un regime change, sulla spinta del peggioramento delle condizioni economiche della popolazione, colpiscono al cuore l’economia iraniana, aumentando un senso di precarietà esistenziale oramai molto diffuso soprattutto tra le nuove generazioni.

Un giorno, mentre Foziye è ad uno dei tanti colloqui di lavoro a cui si sottopone, il soffitto del suo appartamento crolla. Un’altra metafora che nelle intenzioni della regista richiama la mancanza di stabilità della protagonista e della società iraniana, sempre più frustata da un potere teocratico che impedisce alle aperture riformatrici del governo di Rouhani di estendersi dal piano culturale alla gestione del potere economico, concentrato di fatto nelle mani del clero ultraconservatore e delle sue assai poco trasparenti fondazioni. Foziye è collocata in diversi contesti della società iraniana: i servizi per l’immigrazione, l’appartamento di famiglia, una casa in un remoto villaggio tra sconosciuti. Il liquido causa problemi: Foziye è spaventata all’idea che qualcuno possa accorgersene, e al tempo stesso frustrata dal non poterlo sfruttare, finendo con l’avvelenare tutto ciò che la circonda in un crescendo paranoico che contamina tutti coloro con cui si imbatte.

Sembrerebbe il copione di un thriller, se non fosse che la regista si è mossa in senso chiaramente contrario, non volendo collocare il suo film all’interno di alcun genere. In alcune interviste Suzan Iravanian ha dichiarato che la sua intenzione era di ricreare quell’atmosfera controversa e ambigua che oggi prevale in Iran attraverso il corpo di una donna adulta che perde una sostanza misteriosa. L’obiettivo però non viene centrato, non del tutto. Il film manca di un approccio univoco alla storia, la narrativa in alcuni momenti si disperde lasciando allo spettatore una sensazione di disorientamento piuttosto che di tensione. Alcuni spunti restano inesplorati, poco approfonditi: i due uomini, il marito scomparso di Foziye e il domestico afghano che lavora nella sua casa in attesa di trasferirsi nell’altra casa della famiglia, sono personaggi di mero supporto ad una trama a cui di fatto non ci partecipano. L’evidente tentativo di tirare in ballo la spinosa questione degli immigrati afghani resta in superficie. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale per le Migrazioni sarebbero più di 700 mila su un totale di circa 2 milioni gli irregolari tornati in Afghanistan nell’ultimo anno per effetto del rallentamento economico.

Pur aprendo a immagini creative che attirano l’attenzione dello spettatore (le scene del petrolio che fuoriescono da un corpo umano inondando lo spazio circostante danno l’atmosfera a tutto il film), LEAKAGE lascia una impressione ambigua e controversa. C’è un tentativo sincero di lavorare nel contesto locale, che in maniera creativa possa riflettere l’instabilità e l’imprevedibilità dell’Iran di oggi. Ma la narrativa surreale, non supportata da un montaggio in grado di aderirvi coerentemente, lascia la storia incompiuta. Un debutto tuttavia da tenere in considerazione, perché Suzan Iravanian ha scelto un modo nuovo, in un panorama già molto variegato e originale quale quello del cinema iraniano, di rappresentare le problematiche della società iraniana.

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