MADAME COURAGE – L’apatia dei giovani algerini

La Primavera araba dei giovani algerini si chiama Madame Courage, alias compresse di Artane, droga. Ne circolano molte, probabilmente, tra gli oltre otto milioni  di giovani algerini a cui lo “spirito paternalistico” di Abdelaziz Bouteflika, al potere da diciassette anni, ha tolto ciò che nemmeno il destino più avverso riesce a sottrarre ai giovani: la speranza.

Omar, il protagonista di MADAME COURAGE, ultimo film del cineasta algerino Merzak Allouache presentato alla 72esima Mostra internazionale del cinema di Venezia per la Rassegna Orizzonti, con il suo silenzio assordante (non parla quasi mai) ci trascina in una Algeria immota, apparentemente senz’anima. Ma gli occhi di Omar, immensi e disperati, un’anima ce l’hanno, eccome. Dolcezza, miseria, sensibilità, rassegnazione si alternano fra loro. Omar fa lo scippatore per drogarsi. Come molti altri ragazzi in altre parti del mondo.

Se non fosse che qui siamo in Algeria, Allah Akbar, un paese dove, non diversamente che nel resto del mondo islamico, incombe la minaccia dell’Islam radicale.

A volte Omar riesce anche a comprare cibo da portare a casa, una baracca dove vive la sorella prostituta (anche nel mondo islamico i ragazzi si drogano e le donne si prostituiscono!) e la madre incollata al televisore, ipnotizzata dalle voci dei muezzin da cui si distoglie solo per inveire contro il figlio.

Si contano centinaia di canali islamici, in Algeria. Al Jazeera è stata chiusa più di dieci anni fa. La televisione resta proprietà di Bouteflika. Non c’è molto altro da vedere. Delle intricatissime trame in atto per la successione di Bouteflika (degne della sceneggiatura di House of Cards) e dell’ennesima prova di forza tra potere politico e apparato militare, gli algerini sono all’oscuro.

La quotidianità di Omar si consuma tra scippi, strada, droga, sguardi furtivi e innocui inseguimenti a Selma (una ragazza a cui ha scippato la mano di Fatima e di cui si innamora). MADAME COURAGE mette in scena la disperazione di una intera generazione, quella di Omar, che ha perso il controllo sulla propria vita.

Eppure la quotidianità di Omar è fatta anche di coraggio, come quando spara fuochi d’artificio davanti all’abitazione di Selma. Quel coraggio che gli algerini, “apatici alla rivoluzione”, non hanno avuto a differenza dei loro coetanei tunisini, egiziani, siriani, libici.

I giovani algerini no, preferiscono passeggiare per il lungo mare di Mostaganem (dove è ambientato il film), aspettando che petrolio e gas pompino un’altra tornata di sussidi.

Sono come narcotizzati. Dalle pasticche di Artane? O dalla assenza di una identità personale e collettiva? Non l’identità forgiata dalla lotta alla occupazione coloniale che si tramanda in nome di un passato cristallizzato. L’identità propria di una generazione, quella dei giovani. I giovani algerini non hanno fatto la guerra alla Francia. Ne hanno sentito parlare a casa o a scuola. Come di un totem, un simulacro che giustificherebbe la singolarità algerina (nazionalismo autoritario) nel mondo arabo.

A cinque anni dall’inizio delle Primavere arabe, il più grande Paese del continente africano, l’Algeria, si rivela immune al girone dantesco in cui ad uno ad uno sono caduti tutti i paesi del mondo arabo mediterraneo e medio orientale. L’Algeria si regge sui trami. La sua stabilità si basa sul “pouvoir”, la fitta quanto impenetrabile rete clanica (servizi segreti, esercito, mondo affaristico) tessuta intorno a Bouteflika che mantiene congelata l’Algeria, sospesa tra un passato orgoglioso (la guerra d’indipendenza) e uno sanguinario (il Decennio nero).

I giovani algerini sono fortunati (?). Bouteflika è riuscito ad evitargli lutti, carceri e torture, ad assicurargli una vita “normale”. Diversamente che dai loro coetanei della regione. I giovani algerini, forse, non possono apprezzare. Ma i loro padri si. Quelli che hanno vissuto il dramma dell’estremismo islamico, gli orribili anni Novanta, la sporca guerra con oltre duecentomila morti e migliaia di desaparecidos. Una ecatombe, anticipatrice dei giorni nostri, necessaria a stroncare manu militari la jihadizzazione del Paese, probabile dopo la vittoria elettorale del FIS, il Fronte di Salvezza islamico alle elezioni nel 1992. Le prime elezioni davvero libere dopo l’indipendenza dalla Francia. Un precedente per il mondo arabo, l’Algeria.

Ecco cosa può succedere ad ammettere i partiti islamisti alle elezioni. Peccato sia sfuggito agli egiziani. Un precedente anche perché le formazioni jihadiste algerine, dopo “l’anteprima in casa”, si riversate nelle regioni vicine saldandosi con altre formazioni terroriste fino a costruire la centrale di Al Qaeda per il Maghreb islamico.

Il Decennio nero ha traumatizzato il Paese, fino a renderlo asfittico. Gli algerini temono le derive islamiste dei sommovimenti popolari. Nel dubbio, preferiscono sacrificare i secondi. Diffidano, e molto, di un imprecisato “Islam moderato”. Dalla guerra contro la Francia gli algerini hanno ereditato il pouvoir, dal Decennio nero Bouteflika e la sua Normarly. Qualcosa di cui (apparentemente) gli algerini sono molto orgogliosi. Normarly in Algeria è apatia rivoluzionaria, depoliticizzazione della società, immobilismo, torpore, paura, corruzione, paralisi politica, istituzionale, economica.

Già, perché il petrolio è in caduta libera e sarà sempre più difficile calmierare le istanze sociali. E tenerle fuori dalla vita politica.

“Il flagello dell’islamismo radicale e la corruzione hanno afflitto la società algerina per decenni. Madame Courage vuole accendere un campanello d’allarme sul futuro di un Paese a rischio di una rivolta politica e sociale di cui nessuno può prevedere la portata.” (Merzak Allouache)

Omar ha occhi stupendi. Assopiti. Allah Akbar. Comodo credere che sia tutta colpa di MADAME COURAGE.

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