MONOS – Dentro la nebbia della guerra

Sulla testa decapitata di un maiale resta un sorriso grottesco, un sorriso che ne descrive efficacemente la reazione di fronte all’esibizione gratuita della atrocità appena commessa e alla mancanza di comprensione per il flusso di immagini a cui si è assistito un attimo prima che si consumasse la violenza finale. Sebbene il sorriso stesso riassuma senza mezzi termini la situazione del decapitato, si potrebbe in qualche modo anche pensare che essa provochi piacere per chi “guarda lo spettacolo”, coloro che senza accorgersene si stanno avvicinano agli zombie del XXI secolo.

E in effetti pur avendo qualche difficoltà ad ingoiare quello che lo schermo gli offre, questi nuovi zombie si gettano pienamente e senza riserve nella “festa del maiale”. È questa un po’ l’idea che ci dà MONOS di Alejandro Landes, un film che vuole essere uno sguardo attuale sulle giovani guerriglie del Sudamerica, una metafora vibrante ambientata in un posto indefinito della Colombia. Una rappresentazione sofisticata, quasi musicale, di un tessuto di violenza accuratamente messo in scena che combina la profondità di The Heart of Darkness e il voyerismo cattura spettatori di The Hunger Games. Seppur oggetto di non poche critiche, MONOS è stato uno dei miei film preferiti della 19ma edizione del New Horizons Film Festival.

Dopo Porfirio (2011), un documentario sulle lotte quotidiane di un disabile viste dalla prospettiva del protagonista, Alejandro Landes, regista colombiano-ecuadoregno, questa volta sceglie (ad un primo sguardo) il genere della fiction, anche se le numerose allegorie a cui ricorre sembrano piuttosto confermare una certa continuità di fondo con il precedente lavoro.

MONOS è una organizzazione semi-mistica di giovani guerriglieri, una sorta di Hitlerjugend, pronti ad uccidere malgrado i loro nomi sembrino evocare innocenti giochi da ragazzi: Big-Foot, Rambo, Lady, Smurf, Boom-Boom. Le loro azioni militari hanno luogo in una imprecisata località di montagna, lontana dall’epicentro della guerra i cui riverberi restano per lo più sullo sfondo: uno sparo da lontano, una esplosione che crea un alone di mistero, il silenzio che segue la morte di non si sa chi.  Le giovani reclute vivono avvolte in una foschia di guerra, ballano dentro la paura che le circonda. Il loro addestramento militare sembra una danza macabra, secondo la più teatrale delle messe in scena. Coperti da una coltre di nebbia, in una sorta di “comune” all’interno di un mondo alternativo in cui il capo è il diavolo in persona dalle fattezze di un nanerottolo arrogante. Sorvegliare Doctora, una donna americana presa in ostaggio, e mantenere in vita una mucca sono le attività quotidiane dei ragazzi di MONOS.

In apparenza tutta la costruzione di MONOS può sembrare un ammonimento pedagogico. Landes crea un mondo dove i ragazzi imputriditi dalla violenza danno il meglio di sé stessi ad una sorta di setta religiosa. Un microcosmo ambientato in Colombia, un Paese dove i bambini sono spesso usati per scopi militari che di volontario hanno ben poco: cartelli della droga, milizie delle FARC-EP (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia), ma cosa anche più scioccante, come spie dell’esercito nazionale. I bambini soldato di MONOS sembrano i successori dei giovani guerriglieri delle FARC. Si intuisce che la loro “missione” è antigovernativa.

Malgrado le azioni di contrasto messe in piedi dal governo e dalle stesse FARC per mettere fine alla piaga del reclutamento di bambini soldato, il fenomeno in Colombia è ancora molto diffuso. D’altronde ciò che Narcos, la fortunata serie di Netflix, ha messo in luce, anche se in chiave romanzata (almeno fino a un certo punto), è il boom dell’industria della cocaina e dei cartelli della droga su cui il famigerato Pablo Escobar ha costruito il suo impero. Bande di ragazzini armati sono state una parte significativa del mondo di Escobar e, sebbene siano passati diversi decenni, la loro immagine è ancora attuale. MONOS non lascia spazio alle illusioni: è una vera Apocalypse Now, immersa nel grigio.

La Colombia è ancora in prima fila nel fenomeno dei bambini soldato, ma il regista non attinge alla sua identità nazionale nel ricreare l’ambientazione di quello che può sembrare un reality show. Alejandro Landes cerca invece una prova, una conferma, una immagine del flagrante delicto per rappresentare il trauma nazionale attraverso una simulazione che diventa “il Reale” allorquando i bambini diventano animali selvaggi. Quello che colpisce di più nel lavoro di Landes è l’uso della macchina da presa che rimane attaccata ai corpi dei depravati, da cui distoglie lo sguardo solo per zoomare sui loro volti. Landes segue accuratamente i movimenti della loro carne, di corpi che sembrano perdersi in convulsioni sciamaniche per poi trasformarsi lentamente in vittime della guerra. Le più orribili. Alla fine il pubblico abbraccerà il punto di vista del maiale decapitato, pietrificato dalla assurda dose di immagini feroci che raffigurano l’acutezza della guerra.

MONOS è una vera personificazione del male una riedizione della pazzia di Kurtz catturata esattamente un passo prima del blackout finale. Vorremmo distogliere lo sguardo, ma alla fine il nostro voyerismo ha la meglio, accecati da uno scenario che ci travolge. Siamo quasi di fronte al riadattamento del concetto del “Teatro della Crudeltà” di Antonin Artaud, il lampo di un cinema di sovversione che mette in scena immagini ai limiti della nostra accettazione. In un crescendo che lentamente brucia dall’interno.

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