L’immane tragedia che ininterrottamente si consuma nel Mediterraneo è “materiale prezioso” con cui continuano a cimentarsi autori, registi e storyteller da prospettive (e con esiti) diversi fra loro. Storie incredibili, immagini simbolo, racconti neorealisti alimentano un a produzione oramai copiosa che talvolta offre approcci e visioni fuori genere.

È questo il caso di MORE (Daha), pregevole debutto cinematografico di Onur Saylak all’ultimo Karlovy Vary Film Festival, che punta la macchina da presa sugli artigiani del Male, i trafficanti di clandestini, i Caronte che traghettano da una sponda all’altra dell’Egeo folle indifferenziate di uomini in fuga da guerre, persecuzioni, miserie della nostra umanità, come quella siriana. Ispirato all’omonimo romanzo di Hakan Günday, MORE è un film brutale, crudo, impietoso, che colpisce dritto allo stomaco di noi spettatori temprati (colposamente?) alle rappresentazioni mediatiche del dolore di migranti dai volti scarni e occhi spauriti.

Un film che riesce magistralmente e meglio di altri a trasmettere il senso della portata della sconfitta epocale che l’umanità tutta sta vivendo nel Mediterraneo, da culla a tomba della Civiltà. MORE ci immerge in un degrado esistenziale dove i rapporti sono codificati all’interno della rigida dinamica vittima-carnefice, dove l’unica forma di comunicazione (a prescindere dalla incomunicabilità linguistica) è la violenza. Un degrado che sovrasta primeggiando le acque smeraldine dell’Egeo, che si aprono e si chiudono su un orizzonte promettente, incontaminato dalle viscere marce di Kandali, il villaggio sulle coste turche, dove transitano i migranti. Sono per lo più siriani, uomini, donne e bambini. Oggetti nelle mani di passeur senza scrupoli.

Ahad e Gaza, padre e figlio, nessuna figura femminile nelle loro vite, se non prostitute e profughe disgraziate che tra un trasbordo e un altro finiscono stuprate da Ahad e i suoi compagni. Spregiudicato, amorale, rozzo, violento, Ahad è un anello della grande catena del traffico di esseri umani tra Turchia e Grecia. Nel suo furgone, ufficialmente dedito al trasporto di frutta e verdura, accatasta rifugiati siriani prelevati dalle mani di altri trafficanti traghettatori, li stipa nello scantinato del suo garage prima di buttarli in mare su un’altra bagnarola alla volta delle acque greche, da dove proseguiranno lungo la rotta balcanica.

Chiusa ufficialmente nel marzo del 2016 a seguito del discusso accordo tra Turchia e Unione europea, in base al quale tutti i migranti e i profughi irregolari arrivati in Europa (principalmente nelle isole greche) dovevano essere respinti sul suolo turco. L’applicazione dell’accordo (dal valore di sei milioni di euro per la Turchia di Erdogan), che di fatto ha esternalizzato la politica migratoria europea, ha bloccato migliaia di migranti nei Balcani, su cui è ricaduto il peso maggiore della chiusura delle frontiere dell’UE. Ad averci guadagnato dalla chiusura della rotta balcanica, rimpiazzata da sentieri alternativi di accesso all’Europa (via Serbia, Bosnia-Erzegovina, Albania, Macedonia) sono stati naturalmente i resilienti contrabbandieri di merce umana.

Balkan Route

Gaza ha 14 anni, è un ragazzo sveglio, un diligente attendente degli ordini del padre, “l’uomo più importante del mondo”, un carceriere efficiente: pane, acqua, un secchio per i loro bisogni e il minimo di aria per non morire. Ogni tanto una pulita. Li osserva, li scruta con i suoi occhi taglienti e brillanti come lame affilate. La cisterna prigione è il suo spazio di potere su una massa inerme e impaurita di persone. In fondo, le agonie dei migranti sono sempre le stesse.

Non sempre tutto fila liscio, a volte ci scappa il morto, come il bambino che Ahad lascia morire asfissiato nel cassone del camion un attimo prima di stuprare la madre in una delle scene più feroci del film in cui Onur Saylak riesce a trasmetterci non solo la violenza subita dalla donna contro cui, da dietro a una porta, si scaglia la furia animalesca del padre, ma anche di cui è vittima Gaza che per non sentire le urla si tura el orecchie accasciandosi sul pavimento della sua stanza. Non può impedirlo il Male, quindi finge di non sentirlo. Pochi gli sprazzi di umanità: gli aeroplanini di carta lanciati ai bambini dall’altra parte della botola, nel ventre della Turchia; il tentativo (prontamente fermato dal padre) di difendere il corpo di una migrante dal rituale delle visite notturne degli uomini del clan.

Gaza è educato al Male, anche se è un bravo studente e ha superato l’esame di ammissione per la scuola superiore a Istanbul, anche se negli interstizi tra il Bene e il Male c’è un libro di Jack London, perché ci sono solo due cose di cui Gaza si puoi fidare nella vita: il padre e il denaro. Questo gli ha insegnato il primo. Le guerre dall’altra parte del Mediterraneo con frotte di uomini in fuga offrono un bel po’ di guadagni. Gaza è solo un ragazzo, poco più che un bambino, diventato adulto troppo in fretta. La radice del Male è troppo profonda per poter essere estirpata, troppo debole il barlume del Bene, troppo fioca la voce della ribellione urlata a suon di rap “Colpiscimi mille volte, colpiscimi sulla testa mille volte uomo nero, è sempre come fosse una sola volta”.

La morte di Ahad per mano di altri commercianti di uomini non cambierà il corso della vita di Gaza. È difficile fuggire da una prigione di cui sei il custode. Nel Mediterraneo a naufragare non sono solo le vite dei migranti.

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