SNOWDEN – Terrorismo cibernetico nella guerra fredda 2.0

Oliver Stone e Edward Snowden. Il regista pluripremiato più antiamericano di Hollywood e la voce del dissenso americano più famosa al mondo. Si sono incontrati nove volte tra il 2014 e il 2015. A Mosca, dove Snowden ha ottenuto asilo politico per la nota e colossale vicenda del Datagate, le rivelazioni sui programmi di sorveglianza di massa.

Snowden ha tutti gli ingredienti del brand Stone: politica, cospirazione, l’ipocrisia dell’eccezionalismo americano. C’è anche il timing: Snowden esce per il pubblico festivaliero (Toronto Film Festival e Festival del cinema di Roma), e a breve nelle grandi sale, nel pieno di una delle più arringate campagne presidenziali della storia americana, con uno dei candidati, Donald Trump, che incita pubblicamente lo spionaggio di uno Stato nemico: la Russia di Putin.

L’intrusione di hacker russi nella corrispondenza privata della candidata presidenziale Hillary Clinton è senza dubbio un atto di ingerenza negli affari interni di uno Stato. Una mossa ideata più per infangare la democrazia americana che per dimostrare quanto sia inquinata la competizione elettorale (terreno non certo sacro per Putin).

Mentre monta l’allarmismo (non privo di di retorica opportunista dentro e fuori gli Stati Uniti) per una nuova Guerra fredda versione 2.0, il numero due della Casa Bianca Joe Biden ha appena annunciato un possibile attacco informatico contro il Cremlino per mano della CIA. L’obiettivo sarebbe rivelare informazioni confidenziali su Vladimir Putin per screditarlo agli occhi del suo popolo. Tentativo arduo, considerato il consenso di cui lo zar gode presso opinione pubblica russa, meno sensibile alle rivelazioni scandalistiche.

Cyber war, cyber terrorismo, cyber sicurezza. Insomma l’informatica come potente arma di guerra non convenzionale, in grado di mettere in ginocchio interi stati paralizzandone le reti vitali. Infrastrutture strategiche e finanziarie esposte agli attacchi di hacker al soldo di stati nemici o di autonomi guerrieri cibernetici. Battaglie e ritorsioni lungo i cavi di internet.

Con SNOWDEN Oliver Stone mette le mani in pasta, una pasta appiccicaticcia quella della pirateria informatica.Lo fa portando sul grande schermo l’icona mondiale del diritto alla privacy, Edward Snowden, (interpretato da Joseph Gordon-Levitt); un trentenne che ha rivelato al mondo intero la grande “piovra” americana, il programma di sorveglianza di massa PRISM. Spiati non solo milioni di cittadini americani ma anche capi di Stato stranieri.

Oliver Stone confeziona un blockbuster, amalgamando aspetti politici e tecnicismi in una trama digeribile per il grande pubblico. Il tutto condito da una adeguata dose di suspence e di real-life con la storia d’amore tra Snowden e la sua fidanzata Lindsay Mills. La trama di SNOWDEN è la vita di Edward Snowden tra il 2004 e il 2013, da quando a vent’anni Edward, l’idealista, si arruola nelle Forze Speciali.

Voglio aiutare il mio Paese a migliorare il mondo.

La sua carriera militare è stroncata sul nascere a causa di un incidente alla gambe e da un fisico non proprio da marine. “Ci sono altro modi per servire il Paese“, gli suggerisce il medico della base militare del Maryland. Snodwen li scopre presto, iniziando a lavorare a soli ventidue anni prima alla National Security Agency (NSA), poi alla CIA, come agente informatico.

Perché vuole entrare alla CIA?

Mi sembra figo entrare nei sistemi di sicurezza.

Il giorno più importante della sua vita?” “L’11 settembre.

Si rivela subito un enfant prodige dell’informatica Edward Snowden, troppo prezioso per sprecarlo in un deserto per qualche pozzo di petrolio. Meglio a Ginevra, sotto copertura diplomatica delle Nazioni Unite, a dare a scovare occulti finanziatori di Bin Laden.

A ventisei anni Snowden torna alla NSA come contractor in missione a Tokyo, ad incantare (e ammonire) i giapponesi sulla potenza della sorveglianza informatica americana. I rapporti di Snowden con la NSA cominciano ad incrinarsi.

“Ha mai sentito parlare di processo di Norimberga? […] Lo scopo di Norimberga è stato evitare che altri compiti di lavoro possano diventare crimini.” (Snowden a Corbin O’Brian, suo capo e mentore alla NSA)

“Molti americani non vogliono la libertà, vogliono la sicurezza […] fra qualche anno l’Iraq sarà un buco nero di cui nessuno si interesserà più. La Cina, la Russia, l’Iran, questi sono i nostri nemici. Gli attacchi informatici sono le loro armi […]” (Corbin O’Brian)

Non ci sta Edward Snowden a piegarsi alla narrazione che vede la libertà e la privacy dei cittadini sacrificata sull’altare della sicurezza nazionale, tanto più che nessun programma di sorveglianza si è finora rivelato utile ad impedire attacchi terroristici.

“Non è il fatto di spiare la gente di più che ci può dare maggiore sicurezza, quanto il fatto che guardiamo cosi tanta gente che poi non capiamo cosa abbiamo in mano.” (Snowden al The Guardian)

Ultimo incarico di Snowden alle Hawaii, nel tunnel della NSA. Il momento più duro per l’hacker degli hacker. Epic Shelter, il programma informatico che ha ideato per la gestione dei dati sensibili, si trasforma sotto i suoi occhi in una “rete a strascico su tutto il mondo.”

Esce dal “tunnel” Edward Snowden, sottrae (nella scena più thrilling del film) miglia di file contenenti i metadati di milioni di cittadini di tutto il mondo. I più spiati, i russi. Fugge ad Hong Kong dove fa le sue rivelazione a Gleen Greenwald del The Guardian e Laura Poitras, regista di documentari d’inchiesta.

Edward Snowden oggi ha trentatré anni. Da Mosca, dove ancora vive in esilio, Snowden è il portavoce della campagna internazionale (a cui aderisce lo stesso Oliver Stone) per un trattato internazionale sul diritto alla privacy e la proscrizione della sorveglianza di massa. Per i liberal anti-establishment è un eroe, per molti repubblicani e democratici (John Kerry ed Hillary Clinton inclusi) un traditore. Per Donald Trump andrebbe giustiziato. Di certo, Edward Snowden è il simbolo attorno alla quale si raccolgono tutti i movimenti sulla difesa della privacy.

La realizzazione di Snowden è stata non meno avventurosa della vita del suo protagonista. Sceneggiatura e riprese sotto copertura (nome in codice Sasha); telefonate e email bandite, ogni dettaglio della produzione discusso a voce. Convinto che girare negli Stati Uniti sarebbe stato troppo rischioso, Oliver Stone ha deciso di filmare in Germania.

Nella scena finale Stone riesce a coinvolgere in un cameo il vero Edward Snowden.

“Ero interessato al suo aspetto emotivo. Cosa molto difficile per lui. Non è un attore.” (Oliver Stone)

“Non devo più preoccuparmi di cosa succederà domani perché sono felice di quello che ho fatto oggi.” (Edward Snowden)

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