SONITA – Storia di una rapper afgana

In Iran le donne non possono cantare. Non da soliste. Malgrado abbia visitato il Paese, non lo sapevo. Nemmeno in Afghanistan è consentito. Il contrario, in questo caso, mi avrebbe sorpreso. L’Afghanistan non è un Paese per donne. Lo sa bene SONITA la protagonista dell’omonimo film documentario di Rokhsareh Ghaemmaghami, premiato al Sundance Film Festival 2016 come Miglior Documentario Internazionale e al Biografilm Festival nella sezione “Nuovi Talenti”.

Sonita ha quattordici anni, è afgana e vive a Teheran. Fa parte di quei quattro milioni di afgani che hanno trovato rifugio in Iran. Un esodo che risale ai tempi della invasione sovietica dell’Afghanistan, nel 1979, e mai interrotto “grazie” all’oscurantismo del regime dei talebani che ne è seguito, e alla occupazione degli Stati Uniti del 2001, che non è mai riuscita a “normalizzare” il Paese.

Rokhsareh Ghaemmaghami conosce casualmente Sonita nella sede di una organizzazione umanitaria impegnata in programmi di sostegno a favore di ragazzi afgani. Moltissimi sono ragazzi di strada. Sonita è una di loro, clandestina, come la maggior parte. Vive in una stanzetta con la sorella e i suoi due figli. Per sopravvivere fa le pulizie.

Ma sogna Sonita, sogna tanto.

“La sua capacità di sognare, in contrasto con la realtà terribile della sua vita, mi ha colpito tantissimo. Qualsiasi ragazzo nelle sue condizioni è portato a perdere la fantasia, ma non lei. La sua ambizione era fortissima.” (Rokhsareh Ghaemmaghami)

Sonita sogna di diventare una superstar. Una rapper. E come ogni rapper che si rispetti, dà voce a tutta la sua rabbia. Difficile farlo in Iran, figuriamoci in Afghanistan, dove sotto il regime dei talebani (durato ufficialmente 13 anni) alle donne era vietato andare a scuola, uscire di casa da sole o apparire in pubblico senza burqa. Ribellarsi a queste regole, o semplicemente disattenderle per distrazione, causava pene corporee fino alla lapidazione pubblica.

“Voglio cantare quello che ho nel cuore e far arrivare il mio messaggio ovunque.”

Un messaggio di denuncia, di disperazione, di sollevazione. La sua voce vuole essere l’arma di tutta la sua generazione, di tutte le donne indifese dell’Afghanistan, che spesso ha incontrato con il volto tumefatto e l’animo a pezzi.

Donne violate, sfregiate, vendute.

A Sonita non è destinata sorte diversa. A darle la notizia direttamente la madre, arrivata da Herat per riportarla a casa. C’è un ottimo affare in vista, un marito disposto a pagare novemila dollari per averla. I soldi servono al fratello di Sonita …. per comprarsi una moglie!

“Come può vendere sua figlia?” (Ghaemmaghami)

“È la tradizione nel nostro paese. Anche io mi sono dovuta sposare in questo modo. Non ero felice ma questa è la nostra vita.” 

Ha ragione. Nove donne su dieci in Afghanistan subiscono violenza fisica e psicologica e sono costrette a sposarsi. Secondo le Nazioni Unite il 15% delle donne afgane sono date in moglie prima dei quindici anni, malgrado la legge stabilisca il limite di sedici anni. Il 60% di tutti i matrimoni sono forzati.

Sonita fa l’unica cosa che le dà conforto: scrive una canzone, la porta in uno studio di registrazione. Ci vogliono troppi soldi e non convince. “Sei brava”, le dicono “ma non ancora speciale.”

E poi è donna, Sonita. Per cantare da solista deve avere un permesso speciale del governo. Come averlo se non esiste nemmeno per lo Stato iraniano? In Iran è arrivata da bambina con la famiglia, in fuga dai talebani.

Nella Repubblica islamica si concentra, dopo il Pakistan, la più numerosa comunità di afgani di etnia hazara. La leggenda vuole che siano i discendenti di Gengis Khan. Con i persiani gli hazara condividono la stessa lingua, la stessa cultura e soprattutto la stessa religione, lo sciismo.Naturale che dal 1979, con la nascita della teocrazia sciita di Khomeini, l’Iran diventi per gli hazara un porto sicuro contro le persecuzioni dei talebani afgani.

Solo novecentocinquantamila (dati UNCHR) di questi tre milioni di afgani è regolarmente residente in Iran. Gli altri sono sans papiers (anche se nati in Iran), esclusi dal diritto d’asilo dopo il giro di vite dato dalle autorità iraniane negli ultimi anni. Dal 2012 fornire assistenza, cibo e protezione agli afgani irregolari è reato.

All’improvviso migliaia di afgani sono clandestini in luoghi in cui risiedono da decenni. Vivono da reietti, continuamente molestati dalla polizia, costretti a fare i lavori più duri. Non hanno accesso all’istruzione né alla sanità. Il governo di Teheran una alternativa però gliela offre: combattere in Siria con le Guardie rivoluzionarie iraniane. La presenza di combattenti afgani in Siria non è più un tabù. Sono presenti ovunque, ad Aleppo, Homs, Hama, lungo i confini con Israele. La divisione afgana delle Guardie rivoluzionarie Fatemioun è la seconda in ordine di grandezza (la prima è Hezbollah) sul fronte pro Assad.

Per convincere gli afgani a combattere, Teheran sventola la bandiera della difesa dello sciismo e dei sui luoghi sacri; molto più persuasiva, in realtà, è la promessa (?) di essere regolarizzati a cui fa da contraltare la minaccia (!) di essere espulsi. Purtuttavia, se Atene piange, Sparta non ride, è il caso di dire. Perché per i talebani (sunniti di etnia pashtun) gli afgani che provengono dall’Iran sono nemici da eliminare. Le donne invece sono merce da comprare, con le buone (pagando) o con le cattive (sequestrandole).

Rokhsareh Ghaemmaghami è sempre più coinvolta nella lotta di Sonita per la libertà. Riesce a fare un accordo con sua madre: paga 2000 mila dollari per ritardare la partenza della ragazza. La madre non può tornare a Herat a mani vuote.

Nel 2014 grazie alla sua musica e ai suoi testi Sonita diventa famosa. Da timida adolescente aspirante rapper si trasforma in una attivista impegnata e di successo grazie a DAUGHTERS FOR SALE, il suo video che in poco tempo fa il giro del mondo. Un video di forte impatto, Sonita indossa un abito da sposa bianco su uno sfondo nero, il volto pieno di lividi e sulla fronte un codice a barre, come una merce da supermercato.

“Let me whisper to you my words. So no one hears me speak of selling daughters. My voice shouldn’t be heard, as it’s against sharia … “

Dal 2001, anno dell’intervento americano che ufficialmente pone fine al regime dei talebani, si sono avuti miglioramenti nella condizione delle donne in Afghanistan in termini di accesso all’istruzione, alla partecipazione sociale e politica alla vita del Paese. Sessantanove donne sono state elette alle ultime elezioni parlamentari, mentre è salito a circa tre milioni (da cinquantamila) il numero delle ragazze che vanno a scuola. Tuttavia, quella afgana continua ad essere una società fortemente patriarcale, con una forte persistenza di pratiche oppressive nei confronti delle donne e di gravi violazioni dei diritti umani. Secondo Human Right Watch l’87% delle donne afgane sono vittime di abusi nel corso della loro vita.

Grazie al suo video Sonita attira l’attenzione di una Ong americana, Strongheart Group, che la sponsorizza per ottenere un permesso studio negli Stati Uniti. Nell’Utah, alla Wasatch Academ, Sonita studia musica e canto.

Al sicuro dai talebani, dai bombardamenti, dal padre e dalla madre. Fosse stato per lei sarebbe sposata ora, in Afghanistan, con un talebano magari. Insieme alla Strongheart Sonita ha lanciato una campagna internazionale, “Sonita’s Dream”, per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sul tema dei matrimoni forzati.

Pensa di tornare in Afghanistan un giorno. A combattere per i diritti delle donne.

“Il mio Paese ha bisogno di persone come me.” (Sonita)

Di certo. Ancor più se consideriamo che gli Stati Uniti, dopo quindici anni, si apprestano a lasciare l’Afghanistan. Ai talebani.

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