TEN YEARS JAPAN – Il Giappone sogna la pecora elettrica?

Dopo il successo sorprendente di film audaci che ritraggano un futuro distopico in chiave di critica politica e sociale come TEN YEARS, il controverso film su Hongkong (2015), ci sono state altre rappresentazioni del genere su Tailandia, Taiwan e Giappone. L’ultimo, TEN YEARS IN JAPAN (prodotto dal vincitore della Palma d’Oro a Cannes 2018, Hirokazu Koreeda), diversamente dal Ten Years hongkonghese, non mostra l’inquietudine spaventosa su ciò che potrebbe accadere o non accadere nel prossimo futuro, commenta piuttosto il recente passato e dà una immagine molto realistica, e in qualche modo surreale (o forse il contrario?). C’è tutto il Giappone pre-Reiwa (la nuova era inaugurata dall’ascesa al trono del principe ereditario Naruhito): invecchiamento della società, effetti del progresso tecnologico, trauma post-Fukushima, paura della Corea del Nord.

TEN YEARS JAPAN è diviso in cinque brevi film, cinque storie di cinque registi diversi ambientate nel futuro. Storie, queste, che non solo intendono smuovere la società ma anche chiudere con il passato e ammonire sul futuro. Proprio ora che l’imperatore Akihiko ha abdicato ponendo fine all’era Heisei, TEN YEARS JAPAN, presentato all’ultima edizione del Far East Film Festival, potrebbe rappresentare il passaggio da questa fase alla nuova, mettendo in scena una sintesi olistica della modernità del Giappone. Anche se sono spesso scettico sui film antologici che raccontano più storie in una, nel caso TEN YEARS devo dire che questo format non solo arriva al momento giusto, ma offre anche una riflessione sugli attuali problemi del Giappone attraverso la rappresentazione di una realtà alternativa.

Il primo episodio “Plan 75” (regia di Chie Hayakawa) ritrae cosa accadrebbe se venisse attuato l’omonimo piano di pensionamento-eutanasia, una risposta “perfetta” al problema dell’invecchiamento della società giapponese. In questo tetro, eppure iperrealistico docu-dramma, Hayakawa tocca una delle cause dei molti mal di testa del governo di Shinzo Abe: il Giappone sta sperimentando un “super-invecchiamento” della popolazione, il cui 25% ha più di 65 anni. Un numero che secondo le stime raggiungerà un terzo nei prossimi 30 anni, senza che alcuna soluzione di profili all’orizzonte. Ci sono molte ragioni alla base di questo dato, tra cui il basso tasso di natalità e le alte aspettative di vita (attualmente il Giappone è in testa nella classifica mondiale), ma anche la pressione lavorativa e la mancanza di tempo per la famiglia contribuiscono a dare ragione dell’invecchiamento dei giapponesi. “Plan 75” di Hayakawa (probabilmente il racconto più realistico di tutto il film) tratteggia una distopia che non sarei sorpreso di vedere nella realtà del Giappone, fuori dalla finzione cinematografica. Contemporaneamente gli ideatori del piano mostrano un tratto tipicamente giapponese (e in giapponese si direbbe: nihon rashi): una educata passiva aggressività, una apatica disponibilità a rimanere pacifisti. Mentre ci mette di fronte ai condizionamenti che spesso i tempi esercitano sulla società, “Plan 75” ci mostra nel contempo gli eccessi del suo conformismo. L’obiettivo del regista sono gli anziani con reddito basso, spesso malati e senza alcuna speranza. Semplicemente un peso per una società che ambisce all’ideale. Anziani che finiscono con l’andare via con una ammirevole armonia mentale, lasciando che il mondo cada proprio come i fiori di ciliegio.

 

Il secondo episodio “Mischevious Alliance” (di Yusuke Kinoshita), è quello che più degli altri si ispira alla famosa serie televisiva di fantascienza Black Mirror. Una visione futuristica di società in cui il sistema Al (Artificial Intelligence) di lettura del cervello promette di controllare i giovani e tutti i loro comportamenti, prevenendo cosi eventuali crimini (c’è una certa atmosfera da Psycho-Pass, la serie animata giapponese ideata da Gen Urobuchi), e indirizzandoli verso un futuro radioso. C’è un ragazzo che oppone resistenza al sistema (allontanandosi cosi dalla “realtà”), mentre cerca di liberare un cavallo dalla stalla. Diventando un ribelle sembra voglia dire: i piccoli passi contano sempre. L’idea di Kinoshita del futuro, in apparenza estremamente ingenua (chiaramente ispirata a Minority Report), è in qualche modo allarmante, se solo pensiamo che un sistema del genere esiste in Cina. Il Giappone ha lanciato una startup che sviluppa videocamere con il sistema Al per identificare taccheggiatori prima che rubino. Anche i protagonisti di Un Affare di Famiglia di Hirokazu Kore-eda potrebbero essere identificati da Al che non riconoscerebbe la moralità sottostante alle loro azioni.

Seguono poi i racconti “Data” di Megumi Tsuno e “The Air We Can’t See” di Akiyo Fujimura – la più sottile e delicata descrizione (in perfetto stile Kore-eda) della influenza della tecnologia. “Data” ci racconta la storia di una giovane adolescente che attraverso l’“eredità digitale” ottiene tutti i dati della madre, morta all’improvviso. Ne viene fuori una valanga di storie passate che scuotono la sua identità e la portano ad interrogarsi sull’attuale rapporto con il padre. Più che un racconto di fantascienza, Tsuno inserisce all’interno di un dramma familiare il tema della digitalizzazione della privacy. I ricordi dei defunti dovrebbero essere digitalizzati? La regista evita risposte facili, si “limita” a farci venire fame nel vedere i protagonisti risucchiare rumorosamente, e con piacere, il loro ramen, mentre discutono di eredità digitale e aspettative di vita.

“The Air We Can’t See” è dedicato al disastro nucleare e ai suoi effetti post-traumatici. Un altro problema di cui la società giapponese è ben consapevole. In quella che sembra essere una storia post-Fushima, il regista Fujimura si focalizza su una giovane donna che vive sotto terra con altri sopravvissuti. Non è mai stata fuori all’aperto, l’immagine che la donna ha del mondo è interamente basata sui racconti degli altri. Quando, da un’audiocassetta, ascolta i suoni degli uccelli e degli alberi la sua vuota routine si riempie, inizia a chiedersi cosa c’è dall’altra parte. La giovane, completamente catturata dall’incantesimo della natura, inizia a immaginare come sarebbe vivere lì fuori. Mi sono venuti in mente “The Land of Hope” e “The Whispering Star” di Sion Sono quando le sequenze di Fujimura diventano improvvisamente oniriche e potenti nel rappresentare il desiderio di un bambino che il mondo torni ad essere a colori. “The Air We Can’t See” non è un racconto sui traumi né contiene un messaggio anti-nucleare. Piuttosto è il ritratto di una ragazza entrata nel mondo degli adulti che può riassumere l’infanzia come il ripetersi di disastri di questo tipo. Ogni anno i giapponesi scelgono un segno kanji per indicare la conclusione dell’anno e riassumere gli eventi accaduti negli ultimi dodici mesi. Nel 2017 è stato il ‘nord’ (kita), simbolo della paura collettiva verso la Corea del Nord, i suoi missili e i suoi test nucleari condotti a nord dell’isola di Hokkaido.

A chiudere TEN YEARS JAPAN, “For Our Beautiful Country” di Kei Ishikawa, un allarmante rappresentazione delle conseguenze di questi eventi a livello di guerra internazionale, presentando un futuro dove il Giappone è ancora in guerra e i giovani sono spinti a diventare kamikaze dei loro tempi. Una commedia nera, politicamente schierata (più di tutti gli altri racconti), che sembra voler indicare la via ai giapponesi per salvare il loro “bel Paese” dai rischi di un rinato militarismo, allorquando gli slogan di una famosa artista (figlia di un eroe di guerra), incaricata di attirare i più giovani alla guerra in terre straniere, vengono scartati dal ministero della difesa. Di certo, fra tutti i racconti, “For Our Beautiful Country” è il più critico nei confronti del governo.

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