THE JOURNEY – Il viaggio dell’Irlanda del Nord verso la pace

 

IL VIAGGIO (THE JOURNEY) è disponibile in streaming: WATCH NOW

 

Il cinema, si sa, ha licenza di fingere. Distopie diventano utopie, sogni impossibili si materializzano in tangibili realtà, radicate animosità si trasformano in solide amicizie. In virtù di questo suo potere taumaturgico, il cinema può celebrare la pace dopo la guerra, accantonandone, per un attimo, le atrocità per scovare una umanità incontaminata, che diventa il centro della sua narrazione. E cosi può essere accadere che acerrimi nemici, di una acerrima guerra, diventino, se non proprio amici, sinceri costruttori di pace.

È accaduto più o meno questo a Ian Paisley e Martin McGuiness, protagonisti di THE JOURNEY di Nick Hamm presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia. Ian Paisley e Martin McGuiness, interpretati rispettivamente da Timothy Spall e Colm Meaney, sono l’Irlanda del Nord, i Protestanti contro i Cattolici, gli Unionisti britannici contro i Repubblicani autonomisti, l’esercito di Sua Maestà contro l’Irish Republican Army (IRA).

Due personaggi diversissimi fra loro, due sono nemici irriducibili, irreprensibili nelle loro convinzioni. Bigotto e inflessibile Paisley, fondatore della Chiesa presbiteriana dell’Ulster, abilissimo nel miscelare toni apocalittici a invettive anticattoliche, a dar voce allo strisciante estremismo protestante. Nel 1988, da parlamentare europeo definisce Giovanni Paolo II  l’Anticristo e il Vaticano il centro di un complotto volto a soggiogare l’Europa intera.

Figura di spicco dell’IRA negli anni 70 e 80, e successivamente del Sinn Fein (l’ala politica del movimento armato), McGuiness arrestato nel 1973 per traffico d’armi,  è l’uomo che ha fatto tacere le armi. In comune i due hanno l’ostinata convinzione di essere dalla parte giusta della Storia.

La Storia dell’Irlanda.

Questione che risale alla notte dei tempi, a quelli di Oliver Cromwell ad essere precisi, quando, nel 1650, la prima rivolta dei cattolici fu stroncata sul nascere. Dopo travagliati anni di lotta armata tra l’IRA, deciso a cacciare gli inglesi con la forza, e l’esercito britannico, nel 1921 Londra si piega, riconoscendo dell’indipendenza d’Irlanda a cui impone, al tempo stesso, la divisione a nord con la creazione della Provincia dell’Ulster a maggioranza protestante.

La riconquista delle “terre irredente” diventa la nuova battaglia dell’IRA, al prezzo di uno spargimento di sangue direttamente proporzionale all’intensificarsi delle discriminazioni civili e politiche ai danni delle minoranze cattoliche dell’Ulster. L’escalation del terrorismo irlandese tocca il suo apice negli anni 70, quando l’IRA esporta la sua strategia terrorista in Europa e il Sinn Fein è messo al bando dal governo britannico.

Negli anni 80 è Margaret Thatcher il nemico numero uno dell’IRA. Nel 1981, Bobby Sands e altri nove detenuti politici si lasciano morire di fame nel carcere di Maze in segno di protesta per il mancato riconoscimento dello status di prigionieri politici.Per la Lady di Ferro sono e restano “criminali”.

Ma è proprio Maggie, a sorpresa, ad additare l’unica via percorribile per mettere fine ai Troubles, i giorni più bui della storia irlandese. I più sanguinari. Nel 1985, un anno dopo l’attentato di Brighton, da cui esce miracolosamente indenne, la Thatcher sigla un accordo con gli irlandesi riconoscendo a Dublino un ruolo (seppur consultivo) nel governo dell’’Ulster. Un punto di non ritorno. Un tradimento per gli Unionisti di Ian Pasley.

”Agnelli sacrificali per calmare gli appetiti dei lupi di Dublino.”

Ha nomi diversi la pace nell’Irlanda del Nord. Per i repubblicani è l’Accordo del Venerdì Santo, per i protestanti unionisti è l’Accordo di Belfast. Per gli storici è l’Accordo di Stormont, dove l’11 aprile 1998 si celebra uno dei più importanti compromessi internazionali della storia contemporanea.

Londra riconosce l’autonomia della popolazione nordirlandese, Dublino rinuncia alla indivisibilità dell’Irlanda, il Sinn Fein accetta (fino a tempi migliori) l’appartenenza dell’Ulster al Regno Unito. In cambio i cattolici dell’Ulster entrano nel governo. La frangia più estremista dell’IRA non si arrende, riprende a colpire con una serie di attentati che, sebbene isolati, mettono in stallo per alcuni anni la road map per la pace, le cui tappe fondamentali sono il disarmo dell’IRA e la nascita di un Parlamento autonomo e rappresentativo delle opposte fazioni.

È Tony Blair l’uomo del disgelo, colui che riesce a mettere Ian Pasley e Martin McGuiness per la prima volta uno di fronte all’altro.

“Sente il peso della storia sulle spalle Prime Minister?” (George Mitchell, Inviato speciale  americano per il processo di pace)

“È come se avessi davanti a me la Terra promessa e fossi dall’altra parte del telescopio.” (Tony Blair)

“Questa volta c’è una possibilità.” (George Mitchell)

“Ha detto cosi ad ogni Primo Ministro?” (Tony Blair)

“Si, ma questa volta ci credo.” (George Mitchell)

I negoziati cadono il giorno del cinquantesimo anniversario di matrimonio di Ian Paisley, circostanza che gli impone di essere a Belfast in serata. Lo accompagna a bordo di uno jet privato Martin McGuinness. Cosi impongono ragioni di “protocollo”.

“Cosa???” tuona Paisley, “Non crederete mica che vi attaccheremo con missili terra-aria?”

Pare fosse una prassi in quei bloody years che i politici irlandesi di fazioni opposte si accompagnassero durante gli spostamenti all’estero. Una astuta trovata per mettersi al sicuro da imprevedibili attentati. Molto più plausibilmente, a muovere McGuiness è il timore che in “patria” l’anziano Reverendo Paisley possa essere dissuaso dal tornare al tavolo dei negoziati. I due partono insieme in un tempestoso pomeriggio di ottobre del 2006 da St. Andrew alla volta di Belfast.

Cosa si siano detti i due leader durante quel viaggio, nessuno lo sa. Qui inizia la finzione, la ricostruzione fittizia di una storia vera, che finisce col perdere il suo “verismo”, affogata in troppa retorica e sarcasmo. Eccessiva la dose caricaturale dei personaggi, in particolare la figura di Paisley, a danno della indubbia bravura di Timothy Spill.

Il dialogo immaginario messo in scena da Nick Hamm si svolge in auto, in una chiesa abbandonata, in una stazione di benzina, in un bosco, sotto l’occhio vigile di un apparentemente (e poco realisticamente) sprovveduto giovane autista. In realtà, è un agente di Sua Maestà con il compito ben preciso di prolungare il viaggio il più possibile ricorrendo a prevedibili trovate. Un finto incidete in cui investe un cervo (vero), una ruota bucata, l’auto a secco di carburante.

Paisley è in una posizione di forza rispetto a McGuinness, a tratti nervoso, impacciato ma deciso a stanare l’atavico avversario.

“Stiamo facendo qualcosa per cui tutto il mondo ci applaudirà, ma che sarà un tradimento per la nostra gente.” (Martin McGuinness)

Entrambi sono ben consapevoli che sulle loro teste pende un Piano B tra il governo britannico e quello irlandese, pronto ad entrare in azione in caso di fallimento dei negoziati. Circostanza che deve aver avuto il suo peso. Fatto sta che i due nemici diventano (e questa è storia) protagonisti di una miracolosa quanto formidabile collaborazione politica, che li porta nel 2007 alla guida del primo governo autonomo dell’Irlanda del Nord, nel ruolo, rispettivamente di Primo Ministro e di Vice Primo Ministro.

THE JOURNEY è il viaggio degli irlandesi verso la pace, attraverso i suoi principali protagonisti, Ian Paisley e Martin McGuinness. È la celebrazione del compromesso contro ogni plausibile previsione. Un messaggio tanto più prezioso in un momento di forte radicalizzazione degli estremismi.

Credo che una Irlanda unita sia inevitabile. Ma potrà accadere solo democraticamente. Nessun conflitto nel mondo può essere risolto senza una leadership coraggiosa […]. Non è stato facile per me e per Paisley fare quello che abbiamo fatto. Questa è stata leadership.” (McGuiness)

Share your thoughts