THE ROAD TO MANDALAY – Gli schiavi del grande Mekong

THE ROAD TO MANDALAY è disponibile in streaming: WATCH NOW

 

Mae Nam Khong. In tao-laotiano vuol dire la Madre delle Acque, il Grande Mekong. Quattromila chilometri di acque navigabili attraversano Cina, Birmania, Cambogia, Laos, Thailandia, Vietnam.

Il Mediterraneo del sudest asiatico, solcato ogni giorno da migliaia di migranti clandestini.

Gli schiavi del XXI secolo. La regione del Grande Mekong detiene il triste primato della tratta di esseri umani. La Thailandia è la principale destinazione di uomini, donne e bambini molto spesso vittime di trafficanti senza scrupoli, indiscussi vincitori di una globalizzazione che, per una bizzarra eterogenesi dei fini, ci ha reso tutti prigionieri a casa nostra. Migliaia di vite schiavizzate nella rete di spietati intermediari del lavoro, specializzati in una “moderna” variante della divisione internazionale del lavoro. Servitù domestica, sfruttamento sessuale, lavoro forzato nei campi e nelle fabbriche.

THE ROAD TO MANDALAY del regista birmano Midi Z, è una di queste storie. Una storia vera. Presentato alle Giornate degli Autori della 73esima Mostra del Cinema di Venezia e all’ultimo Toronto Film Festival, THE ROAD TO MANDALAY è un film “realistico”, doloroso, disperato nella sua compostezza.

Un gruppo di giovani birmani parte in una notte d’estate dal fiume Ruak nella città di Tachileik, lungo la frontiera con la Thailandia. Un viaggio a più tappe. Ognuna segnata dall’esborso di denaro da distribuire alla filiera della corruzione. Poliziotti in testa.

Tra i giovani “viaggiatori” ci sono Gou e Lianqing. Dolce e premuroso lui, decisa e coraggiosa lei. Per Gou è “amore” a prima vista. Arrivati a Bangkok tra i due nasce qualcosa di simile a una relazione, un affetto nutrito più dalla miseria quotidiana che da una affinità elettiva. Sono molto diversi fra loro, Gou e Lianqing. Soprattutto hanno obiettivi diversi.

Dall’aspetto apparentemente fragile, con il suo zainetto pieno di conserve della mamma, Lianqing è una giovane donna estremamente tenace. Decisa a tutto. Bangkok è solo una tappa. Lei vuole andare lontano. Magari a Taiwan.

Gou e Lianqing lavorano in fabbrica, fuori città. Non sono nessuno. Non sono persone. Solo un numero sulla divisa.

“Da oggi tu non sei Lianqing. Sei il 369.”

Isolamento, alienazione, estorsioni. Fragilità. I clandestini sono fragili in ogni parte del mondo. Alla mercé di tutti. Gou si aiuta con le anfetamine (necessarie a reggere i ritmi della fabbrica), Lianqing con i suoi sogni. Incrollabili.

Le chiavi del suo paradiso hanno le fattezze di carte, documenti falsi. Gou asseconda Lianqing senza convinzione. Fosse per lui continuerebbe a lavorare in fabbrica, a mettere da parte quel milione di bath (circa venticinquemila euro) con cui aprire un negozio di vestiti in Myanmar.

“A che ti servono i documenti?” (Gou)

Potrei lavorare in città, avere un passaporto, andare a Taiwan.” (Lianqing)

Credi che lavorare a Taiwan sia meglio?” (Gou)

Truffata più volte con “finti” documenti falsi, Lianqing non si arrende fino a pensare (e a sognare, letteralmente, in una scene più suggestive del film) di vendere il suo corpo.

Alla platea delle Giornate degli Autori di Venezia 73 le parole del regista Midi Z, accompagnato dagli attori, Wu Ke-Xi (Lianqing) e Ko Kai (Gou), rendono la trama di THE ROAD TO MANDALAY ancora più crudamente reale.

Se non avessi avuto la possibilità di studiare a Taiwan avrei fatto la fine dei personaggi del mio film […]. Lianqing cerca la sicurezza nei documenti. Gou nell’amore.” (Midi Z)

E’ proprio questa differenza tra i due che darà alla trama del film una svolta tragica.

La Thailandia è un vero e proprio magnete nella regione del Grande Mekong. Le frontiere ufficiali possono essere attraversate facilmente a piedi, in barca o a bordo di motorini, grazie alla connivenza altamente organizzata tra trafficanti e pubblici ufficiali. La maggior parte dei migranti viaggia in piccoli gruppi, quattro o cinque persone, vengono dai villaggi e sono senza documenti.

Dai primi anni Novanta milioni di lavoratori (con una sostanziale parità di genere) sono emigrati in Thailandia a cercare occupazione, soprattutto nei settori, poco regolamentati, della pesca, dell’edilizia, del tessile. Il Myanmar/Birmania è la principale fonte di provenienza. Tra i lavoratori stranieri, illegali e non, circa due milioni sono birmani. Decenni di giunta militare e di isolamento internazionale hanno causato effetti molto perniciosi sulla economia del Paese.

La Birmania è ancora un paese povero malgrado i progressi degli ultimi anni. Il 70% della popolazione vive di agricoltura, spesso di sussistenza. I birmani che arrivano in Thailandia si concentrano soprattutto nel nord e nel sud del Paese. Non ci sono solo motivazioni economiche. L’escalation di discriminazioni e violenze anti-musulmane (avallate in oltre quarant’anni di potere dei militari) spingono migliaia di uomini e donne su imbarcazioni di fortuna dirette in Thailandia o in Malesia. Quest’ultima è la meta principale dei rohingya, una delle etnie più perseguitate al mondo.

Delle 94mila persone che nel 2014-2015, secondo dati UNCHR, hanno attraversato illegalmente la frontiera settentrionale lungo il confine con il Bangladesh, la maggior parte è di etnia rohingya.

Sono circa 800mila, concentrati prevalentemente nella Stato di Rakhine, a ovest del Paese, dove la segregazione è istituzionalizzata.

Ai rohingya, considerati stranieri del Bangladesh, il governo del Myanmar continua a negare la cittadinanza. Non votano, non possono lavorare fuori dai loro villaggi, non possono sposarsi o muoversi all’interno del Paese senza autorizzazione.

Le tensioni inter-etniche e religiose restano irrisolte nella Birmania di Aung San Suu Kyi, icona mondiale della non violenza.

THE ROAD TO MANDALAY ha il finale di un dramma d’amore. Sorprendente, silenzioso, asciutto.

“Ho fatto un film basandomi su una storia vera del 1992. Nella realtà, i due giovani tornano in Birmania. Lui la uccide per impedirle di tornare in Thailandia.” (Midi Z)

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