THE WAR SHOW – Frammenti di Siria nel grande massacro

Who is going to end the show at the theater of war?” Una domanda, questa della coraggiosissima giornalista radiofonica Obaidah Zytoon, a cui nessuno può e vuole dare risposta. È dura guardare THE WAR SHOW, vincitore alle Giornate degli Autori alla ultima Mostra internazionale del cinema di Venezia. Getta sale sulle nostre ferite. O almeno dovrebbe.

Le immagini che Obaidah Zytoon ci restituisce ripercorrono, in sette capitoli, la discesa all’inferno del popolo siriano, dalle pacifiche proteste anti-regime alle sanguinarie repressioni dei giorni nostri.

Un documentario di guerra, un war road-movie in presa diretta, immagini amatoriali trasformate dal regista danese Andreas Dalsgaard nelle commoventi storie di vita di un gruppo di giovani siriani che decidono di vivere e raccontare, insieme a Obaidah Zytoon, la primavera siriana.

Un inferno rovente quello siriano, altro che primavera.

La più grande tragedia umanitaria dai tempi della seconda guerra mondiale, una guerra civile diventata progressivamente una guerra per procura, fino ad assumere la postura di una Guerra fredda regionale con risvolti globali. Tutti i player in partita concordano sul fatto di essere in disaccordo. Ambiziosi (e inadeguati) micro imperialismi si scontrano, con al seguito clienti e accoliti, su una terra spappolata da cinque anni di ininterrotta mattanza, complice una diplomazia mondiale (?) sempre più ambigua e divisa.

Nel frattempo il popolo siriano si è estinto. Disgregato, frantumato, atomizzato.

Ha senso continuare a snocciolare numeri? Algidi, virtualizzati dal vorace flusso delle informazioni. Mezzo milione di morti, di cui sessantamila seviziati (secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani). Undici milioni di sfollati. Praticamente tutto il popolo siriano.

Un popolo che dopo cinque anni di martiri si vorrebbe dividere secondo le linee etniche e religiose di un Nuovo Medio Oriente (definizione ora in voga) in qualche modo ispirato al “precedente jugoslavo“; una partizione in stile balcanico, se in chiave federale o confederale, non è ancora chiaro. Una operazione che metterebbe mano anche l’Iraq, di fatto diviso tra sunniti e sciiti e privo di un assetto stabile dopo l’invasione del 2003.

Una rimaneggiamento del vituperatissimo assetto Sykes-Picot con la nascita di un micro feudo alauita intorno a Damasco lungo la costa, un grande Stato sunnita con Aleppo Homs, Mosul fino a Baghdad, uno Stato sciita nel sud dell’Iraq e uno Stato curdo esteso dal nord della Siria all’attuale Kurdistan. Un vulnus alla intangibilità delle frontiere, essenza del diritto internazionale moderno, nonché agli assetti mondiali postbellici. Comunque ci ha pensato Putin con la Crimea a dimostrare che il vaso di Pandora si può aprire.

È dura guardare THE WAR SHOW perchè Lulu, Amal, Houssam, Rabea e Argha alla fine dei 140 minuti non ci saranno più, spazzati via con i loro sorrisi, i loro progetti, il loro coraggio bruciante. Polverizzati sotto il cumulo di macerie, cadaveri e cinismo che oggi ricopre la Siria.

Obaidah Zytoon ce la presenta, ce la racconta questa gioventù, “[…] la famiglia che mi sono scelta. […] Argha, presto dentista, Rabea il vero rivoluzionario, il più esperto fra noi in fatto di repressione degli Assad, già arrestato negli anni Novanta, l’incarnazione del perfetto oppositore. Non amava i canti delle proteste, Rabea, troppo simili a quelli del regime. Lui suonava heavy metal. Houssam, studente modello di architettura, si occupava dei nostri video. La mia anima gemella. E poi Hisham, per lui la rivoluzione non significava molto, lui era un poeta e Lulu era il suo mondo.”

Ho iniziato a pensare ad una rivolta nel 2009, continuerò a protestare fino a quando il regime non cadrà. Se sarò arrestato sarò in mezzo agli amici.” (Houssam)

Perché avete bisogno di una rivoluzione? La Siria sembra un paese in pace.

I siriani fingono di essere felici. Hanno aspettato in silenzio per 40 anni. Non è abbastanza?” (Houssam)

La videocamera di Obaidah Zytoon cattura ogni momento pubblico e privato, come le immagini di Hisham e Lulu al mare, su quelle spiagge che oggi sono il bastione di Bashar al Assad; ritorneranno quelle immagini, ritorneranno alla fine de 140 minuti a squartarci il cuore.

La Rivoluzione

Andare in onda era come ballare su un campo minato .. la mia trasmissione ci metteva tutti sulla stessa frequenza. Abbiamo iniziato a documentare tutto quello che accadeva intorno a noi.” (Obaidah Zytoon)

Zabadani, 2011, insieme alle donne con il niqab, a manifestare contro Assad.

“Come on Bashar leave, come on Bashar leave…

“Perché non ti sei coperta il viso?” chiede Obaidah a Nawarah, una ragazzina “politicamente impegnata” da quando hanno arrestato il fratello.

“Perché non ho paura, ho paura solo di Dio. Non sto manifestando per essere soffocata ma per respirare!”

La paura più grande del regime erano i manifestanti con le telecamere e a volto scoperto come Amal. A Damasco, le contro-manifestazioni per Bashar al-Assad.

“Sono solo tre i nostri fratelli, Iraq, Libano e Algeria. E solo quattro amici, Russia, Cina, Iran e Venezuela.”  dice un uomo davanti alla telecamera.

Repressione

La rivoluzione diventa guerra tra regime e ribelli. Le manifestazioni lasciano sempre più il posto ai funerali. O con la rivoluzione o con il regime. Non c’è alternativa. Le riprese di Obaidah Zytoon e dei suoi amici si spostano nei luoghi caldi della ribellione, a Homs, a Zabadani, la sua città d’origine. Città fantasma, abbandonate tra sporcizia e macerie, in mano ai cecchini, dove i bambini imparano a usare il kalashnikov. Il regime inventa la sua narrazione, la televisione di Stato riprende le “manifestazioni nere”, giovani che inneggiano al Califfato, mentre dall’altra parte di quella che fu una piazza avanzano i laici.

La Resistenza

La resistenza si è trasformata in difesa armata. La tragedia della morte quotidiana è iniziata. Immagini e testimonianze delle torture sui corpi. Zabadani è tra le città più colpite, è su una rotta strategica per i rifornimenti di Hezbollah; una città arsenale di armi sponsorizzato dalla mafia di Assad. Una donna spinge i figli davanti alla televisione di Stato. “Riprendeteli, sono gli orfani dei martiri.

L’Assedio

Homs, la città più coraggiosa di tutte le altre. Sulla capitale della rivoluzione albeggia il nuovo anno tra cumuli di macerie e cecchini sui civili.

Homs era l’occhio della verità.”

Obaidah ne percorre un pezzo in auto. “Questa strada è chiamata la strada dei martiri. Più di duecento venivano da qui.”

Memorie

Estate 2011. Kassab, 60 km a nord di Latakia, lungo il confine con la Turchia. Un tempo non troppo lontano una delle top location per le vacanze dei siriani.

C’è bisogno di uscire da questa disumanità. C’è bisogno di natura. La natura è la salvezza. Il mare ci parla.”

Tutti insieme, al mare. L’ultima volta. Il cerchio della morte è iniziato. 2012, l’anno del terrore. Rabea viene colpito a morte nella sua auto. Il regime ha vietato i funerali. Hishamm viene rapito ad un checkpoint a Damasco. Argha viene arrestato. Houssein si presenta spontaneamente alla polizia per farsi interrogare. Dopo undici giorni hanno avvisato i familiari di ritirare il suo cadavere al famigerato ospedale militare 601. La famiglia è stata costretta a firmare una dichiarazione secondo cui Houssein è un terrorista catturato tra le fila degli oppositori a Jobar.

È stato torturato, Houssein, gli hanno strappato le unghie e la pelle.

Il Fronte

La nostra ostinazione è aumentata, la morte ha afferrato ogni aspetto delle nostre esistenze ma ci ha rafforzato. Homs, Zabadani, tutta la Siria un cumulo di macerie e rifiuti. Dinanzi ai nostri occhi una lunga sequenza di cadaveri, uomini in fuga, il fragore dei mortai, il lampeggiare dei bombardamenti.

Estremismo

Febbraio 2013. Afamia. C’è uno dei più importanti siti archeologi di tutto il Mediterraneo, noto per i resti di un anfiteatro romano da ventimila posti.

Il nostro obiettivo è far cadere il regime di Assad , aprire alla democrazia con libere elezioni, ogni partito con la sua agenda politica. Il fenomeno islamico è una moda passeggera. Come se non ci fosse stato l’Islam prima della rivoluzione. Il nostro problema è che la nuova generazione è provocatoria, segue gli estremisti. L’essenza dell’Islam è qualcosa di completamente diverso, è preghiera. Il regime di Assad alimenta l’estremismo per crearsi un alibi con l’Occidente, ha etichettato tutti gli oppositori come estremisti fomentati da paesi nemici; ha rilasciato criminali dalle carceri per alimentare i disordini, diffondere paura e sospetto verso la rivoluzione e la religione.” (Consiglio dei moderati di Afamia)

Epilogo

Antakya, Turchia. Come migliaia di siriani Argha e Hisham sono in carcere. Lo loro assenza ha reso le nostre vite prive di significato. Lulu ora soffre di traumi di guerra. Dalla Giordania è andata in Turchia e di lì in Europa a chiedere asilo.

Le foto di “Caesar“, il fotografo delle carceri di Assad, (55mila scatti tra il 2011 e il 2013) fanno il giro del mondo. Circa sedicimila cadaveri, torture aberranti doviziosamente documentate. Lulu ha cercato il volto di Hisham fra centinaia di foto. Il suo viso deformato si sovrappone alle immagini al mare con Lulu, era il suo mondo…

A Istanbul Obaidah ritrova Argha. È stato in carcere due anni. “Per me incontrarlo è stato come riconciliarmi con la vita.”

There is no cure, no condolence. Only crime remains.”

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