UNAS PREGUNTAS – La pietra della democrazia

«Cosa è la pace per te? C’è la pace in Uruguay?»

Con queste domande cominciano le interviste raccolte in UNAS PREGUNTAS, documentario di Kristina Konrad composto con materiale d’archivio da lei stessa girato all’epoca dei fatti, tra il 1987 e il 1989. Un “bagno di folla”, testimonianze raccolte per le strade di Montevideo alla vigilia della storica consultazione referendaria per l’abrogazione della Ley de Caducidad, la controversa legge sulla amnistia per poliziotti e militari colpevoli di torture, violenze e sparizioni forzate durante gli anni bui della dittatura uruguayana (1973-1985).

Unas Preguntas è un documentario molto ricco. Oltre che autentico. 234 minuti di immagini, voci, interviste alla gente comune, alla società civile della neonata democrazia uruguaiana, lontana come dimostrerà il lavoro di Kristina Konrand, dall’essere pacificata. Ammesso che questo termine possa avere un significato concreto in un Paese da poco uscito da una dittatura militare che si è scagliata, secondo un consolidato copione contro i più giovani.

Costruito quasi interamente con testimonianze dirette, intervallate da spot elettorali dell’epoca, UNAS PREGUNTAS corre lungo il binario della analisi retrospettiva di quello che è stato un periodo fondamentale per la democrazia uruguaiana per poi trarne, attualizzandoli, una serie di interrogativi dirimenti per indagare sul presente e sul futuro del Paese.

Primo fra tutti, cosa intendiamo per pace? È solo l’assenza di guerra o anche qualcosa di meno tangibile? Cos’è la pace in una democrazia? E ciò che definiamo pace è compatibile con la giustizia?

Una legge che concede l’immunità ai membri di un regime di torturatori, sequestratori, sgherri senza scrupoli va conservata in nome della “pace sociale”?  O va contrastata, combattuta con ogni mezzo lecito in nome di una giustizia senza la quale non può esserci la Pace?

Sul sfondo di questi intricati interrogativi, la questione, attualissima nelle democrazie di oggi, del referendum, della sua funzione e della sua efficacia all’interno di un dibattito (e di una informazione) che possa definirsi realmente democratico, nel senso di aperta dialettica politica. Il documentario parte dalle prime manifestazioni di piazza contro la legge sull’amnistia. Contro l’oblio e l’impunità si mobilita l’indignazione.

Nel 1987 inizia la raccolta di firme per un referendum abrogativo. I numeri sono enormi: 634.702 firme, e anche se oltre 20 mila non saranno ritenute valide, il referendum a colori si farà. Il 16 aprile 1989. Gialli e Verdi si combattono rispettivamente sulla metà campo di chi, in nome di una improbabile riconciliazione nazionale (e per una sorta di mendace par condicio), vorrebbe per gli uomini dell’esercito lo stesso trattamento riservato agli ex prigionieri politici Tupamaros (amnistiati nel 1985), e chi invece chiede di votare SI alla cancellazione della amnistia perché la dittatura deve pagare per i suoi crimini.

Spacciandosi per una inviata di una televisione svizzera, Kristina Konrad, insieme ad altre tre persone, raccoglie con cinepresa e registratore le voci del popolo alla vigilia di un momento decisivo per la democrazia dell’Uruguay. Non importa sapere subito se la gente voterà per il SI o per il NO. L’approccio della regista va più a fondo, alla verità che c’è dietro la decisione di un SI o di un NO, di cancellare o mantenere “la legge sulla caducità dell’azione punitiva dello Stato”. Cosa pensano gli uruguayani, cosa sentono, cosa desiderano. E soprattutto cosa temono. Perché il senso di questo referendum, che in un crescendo di accesa polarizzazione vede la “cultura dell’impunità” scontrarsi con la “vendetta della Giustizia”, sta tutto nella paura di un popolo che stenta a ritornare alla normalità della sua tradizione democratica dopo la lunga notte della dittatura militare.

Inizia il 27 giugno 1973, con un semi-colpo di Stato, una alleanza tra il presidente democraticamente eletto Juan Maria Bordaberry del partito dei Colorados (di orientamento centrista), e le forze armate. Un lento processo di esautorazione delle istituzioni, compresa la presidenza, dagli esiti drammatici e tuttavia non imprevedibili.

Gli anni precedenti alla elezione di Bordaberry, durante la presidenza di Pacheco (1967-1972), erano stati prodromici al riguardo, con la messa al bando di partiti di sinistra, sindacati, professori, giornalisti. Anni di crescente oppressione e violazione delle libertà civili e costituzionali, di dilaganti ingiustizie e feroce repressione del dissenso. Anni che vedono la risposta rivoluzionaria dei Tupamoros, movimento filomarxista di ispirazione castrista. Tra i suoi dirigenti, il futuro presidente ‘Pepe Mujica

Nel 1985, le prime elezioni libere dopo la dittatura. Al governo sale Julio Maria Sanguinetti sostenuto da una coalizione di unità nazionale con il Frente Amplio, il raggruppamento dei partiti di sinistra guidati da Tabaré Vázquez. Di lì a poco, l’alleanza si infrange proprio sulla decisione del nuovo governo di portare avanti la legge sull’amnistia.

Favorevole al colpo di spugna dei crimini della dittatura, il centro destra dei Colorados e dei Blancos.

«Che faresti se tuo figlio fosse scomparso durante la dittatura?», è tra le domande che più spesso affiorano in Unas Pregundas. Il tema dei desaparecidos. Circa cinquemila prigionieri politici, oltre centonovanta detenuti politici scomparsi durante l’Operazione Condor pianificata per stroncare il dissenso. Non tutti rispondono, non tutti riescono a immedesimarsi. C’è addirittura chi nega o, peggio, dà la responsabilità alle vittime assolvendo i carnefici.

Spot elettorali, propaganda politica dei due schieramenti. Entrambi invocano la pace. A cambiare sono i toni e le richieste. I Gialli chiedono stabilità, alias conservare lo stato attuale delle cose. I Verdi, invece, propongono un cambiamento, invocando la giustizia come tassello fondamentale per una democrazia sana.

Dal fiume di immagini e interviste emerge il ritratto di un popolo vecchio, stanco e insicuro, vittima della propaganda di regime che alimenta paure irrazionali. «Qualcuno ha paura del cuco (dell’uomo nero)», dirà una signora per giustificare chi vota Giallo. La paura è dura a morire, pronta a riemergere ad ogni subdola sollecitazione, a rispondere a sordide manipolazioni. E se vincono i Verdi, dicono alcuni ragazzi seduti su una panchina in un parco pubblico, torneranno i rivoluzionari …

«Il popolo unito non sarà mai sconfitto», la celeberrima colonna sonora dei movimenti di lotta sudamericani riecheggia immancabilmente nella piazza di Montevideo che invoca il referendum. Ma quello che abbiamo di fronte non è il popolo unito simbolo della canzone di Sergio Ortega (compositore cileno degli anni Settanta). È un popolo frammentato che ha un’idea del proprio Paese in bilico tra la guerra e la pace, perennemente sul baratro dell’orrore.

«La pace ci sarà se vincerà il Verde», la Giustizia. C’è chi è convinto che l’Uruguay ci sia guerra per colpa della criminalità e della mancanza di lavoro. Chi non crede nelle ragioni del voto Verde semplicemente perché non percepisce la differenza tra democrazia e dittatura, in alcuni casi addirittura rimpianta.

La notte del 16 aprile 1989 decreta la vittoria dei Gialli con il 55,95% dei consensi. Il referendum abrogativo è sconfitto, l’amnistia è salva. La pietra della democrazia sui crimini dei militari è posta. Non ci sarà nessuna rivoluzione né garanzia di pace. Quello che resta è un Paese che non trova giustizia. E che forse non la vuole.

Le ultimi immagini di Unas Preguntas mostrano le ore precedenti e successive allo scrutinio: lo sfogo finale di un giovane stufo del suo paese e desideroso di andare altrove,  mentre una attivista dichiara la propria soddisfazione di essere almeno arrivata al referendum. Non ci sono festeggiamenti per la vittoria dei Gialli, come se a vincere è stato il Paese che dorme.

Nel 2010 il Frente Amplio di Tabaré Vásquez, al potere dal 2005, promette al popolo di far chiarezza sui crimini commessi durante la dittatura. Si farà promotore dello stesso referendum. Il risultato sarà uguale a quello del 1989.

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