WHEN THE MOON WAS FULL – Il terrorismo che colpisce in Iran

Il jihadismo contiguo ad Al Qaeda, che combatte gli sciiti prima di ogni altro “infedele”, alberga tra il Pakistan e l’Iran lungo i porosi confini del Sistan e Baluchistan, e in quella zona compie centinaia di attentati tra i civili e militari iraniani. È la storia del gruppo terroristico Jundallah, attivo tra il 2003 e il 2012 proprio in quella regione a maggioranza sunnita, a cui attinge il film WHEN THE MOON WAS FULL della regista iraniana Narges Abyar. Pluripremiato al Fajr Film Festival dello scorso febbraio e riproposto fuori concorso alla recente edizione internazionale dello stesso Festival, il film vuole però soprattutto evidenziare come l’ideologia e la religione, quando degenerano nel radicalismo, uccidono l’amore e la nostra stessa umanità.

A dare la chiave di lettura del film è la stessa regista, scrittrice e autrice di altri corti, documentari e film, spesso ispirati alla tragica e lunga guerra degli anni Ottanta tra Iran e Iraq – un fardello pesante nella memoria degli iraniani, con il suo bilancio di centinaia di migliaia di morti su entrambi i fronti, ma per la maggior parte su quello iraniano.

Il suo ultimo lungometraggio è basato fin quasi all’ultimo dettaglio su una storia vera, quella del leader di Jundallah Abdolmalek Rigi – catturato e giustiziato in Iran nel 2010 – e della sua famiglia. Una famiglia travolta nello stesso destino infernale, chi per averlo seguito nella sanguinosa deriva jihadista, chi per averne subito, impotente, le conseguenze. Ad aver fatto di Abdolmalek il proprio leader sono i fratelli, complici di un percorso criminale passato per il contrabbando e il traffico di armi e droga. Ed è in realtà uno di questi, Abdolhamid (Houtan Shakiba), il vero protagonista del film insieme alla bella Faezah (Elnaz Shakerdoost), ragazza di Teheran che si innamora di lui e lo sposa. Ma la volontà del giovane di tenersi fuori dalla strada imboccata dai fratelli (che si erano allontanati anche dal percorso più moderato della loro stessa tribù dei Rigi) cede gradualmente alla folle ideologia radicale del fratello Abdolmalek (Amin Ramihian), fino ad una completa, seppur tormentata, trasformazione della sua personalità in demone del male.

Ad essere vittime di quella scelta sono in particolare le tre donne protagoniste: la giovane Faezah (la cui graduale scoperta della realtà diventa una vera discesa negli inferi), la madre di lei rimasta a Teheran, e infine quella dei giovani criminali e terroristi (Fereshteh Sadr-Orafai) che nulla può fare, nel suo impietrito dolore, per fermare la tragica rovina della propria famiglia. Donne che per questi jihadisti valgono meno della terra che calpestano, ma che tuttavia si aggrappano all’amore materno come ultimo residuo di umanità.

Il film, appena uscito nelle sale iraniane e che punta nel contempo a qualche festival internazionale, ha un ritmo narrativo incalzante, anche nel seguire la trasformazione di Abdelhamid da uomo innamorato a terrorista senza scrupoli, come nelle scene di combattimenti. Ma al tempo stesso ha qualche riferimento più esplicito, rispetto alla media dei film iraniani, anche nelle scene d’amore. Attento al rispetto della realtà storica, è girato negli stessi luoghi in cui si svolge la vicenda, tra il Baluchistan iraniano e il Pakistan (dove tuttavia la troupe è stata ridotta al minimo, per i seri problemi di sicurezza di quella zona) e in Bangladesh per alcune scene.

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