ZERO IMPUNITY – L’impunità della violenza sessuale nei contesti di guerra

C’è ancora troppo silenzio intorno alla violenza sulle donne. A qualsiasi longitudine e latitudine. Che sia in casa propria, nelle suite hollywoodiane o in contesti di guerra, la violenza sessuale contro le donne è spesso sottaciuta, poco denunciata e scarsamente perseguita.

C’è ancora troppa impunità, specie in scenari bellici dove la violenza sulle donne è un’arma, non il risultato di un (esecrabile) istinto sessuale, ma un’arma potente, a buon mercato, efficacissima nell’annientare il nemico, messa in atto nella maggior parte dei casi per ottenere obiettivi militari o politici, seminare terrore tra la popolazione, disgregare famiglie, distruggere comunità, cambiarne la composizione etnica. Perché le donne generano il futuro. Come in Ruanda, dove durante il genocidio del 1994 furono stuprate oltre 100 mila donne, 200 mila nei 12 anni di guerra nella Repubblica Democratica del Congo. Poi in Sierra Leone, in Liberia, nella ex Jugoslavia, fino ad arrivare alla recente Libia.

Lo stupro non è solo violenza sessuale ma crimine di guerra. Non è un “danno collaterale” ma un odioso crimine contro l’umanità. Non è “il bottino dei vincitori” ma un atto di guerra e come tale va sancito, condannato, punito. Va urlato, a squarciagola, magari davanti al mondo intero che siede tra i banchi della Assemblea generale delle Nazione Unite.

Come nella scena finale di ZERO IMPUNITY, documentario animato di Nicolas Blies e Stéphane Hueber-Blies presentato all’ultima edizione del Festival internazionale e Forum dei Diritti umani di Ginevra.

Realizzato secondo la tecnica, oramai frequente, di combinare animazione e interviste dal vero, ZERO IMPUNITY è parte della omonima campagna che a livello planetario attraverso un progetto multimediale a più tappe (inchiesta, documentario, petizioni, marcia interattiva in 3d) dà voce a tutte le donne (e non solo) vittime di violenza sessuale in contesti di guerra. Non solo. ZERO IMPUNITY va oltre. Oltre l’obiettivo (già di per sé meritevole) di una awareness raising campaign per guardare dentro un sistema generalizzato di impunità per gli autori di questi crimini. Come è possibile?

Un progetto giornalistico di portata internazionale, sei inchieste condotte da un team di undici giornalisti indipendenti cercano una risposta a questo drammatico interrogativo partendo da alcuni dei più drammatici teatri di guerra: Siria, Ucraina, Repubblica Centrafricana per finire nelle stanze del potere: le Nazioni Unite, gli Stati Uniti, la CIA, l’Eliseo.

Partiamo dalla Siria. Nora era una bambina di undici anni quando è stata torturata e abusata sessualmente nelle prigioni di Stato di Bashir al Assad. Ce l’hanno rinchiusa gli uomini del presidente, perché figlia di un presunto oppositore del regime. Definizione con la quale nella Siria degli ultimi otto anni sono stati etichettati praticamente tutti i siriani non fedelissimi del regime. Drogata e seviziata, Nora non ricorda quanti uomini hanno abusato di lei. Quando è uscita dalla cattività, racconta la madre, Nora sembrava avesse 25 anni. Non voleva tornare a scuola ma sposarsi, perché, diceva, “sono entrata nel mondo degli adulti”.
Come lei migliaia di bambini, ammette l’ex direttore della prigione di Aleppo Bassam al Aloulou.

“Tra gli 8000 prigionieri, circa 1000 erano minori. Da Damasco ci è arrivato l’ordine di non fare più differenza tra minori e adulti […]. I minori venivano stuprati dalle guardie […]. Ho solo eseguito gli ordini di Damasco di aprire le celle.”

Fin dall’inizio della guerra, i bambini sono stati bersaglio di violenza sessuale. Una procedura sistematizzata per colpire i membri delle famiglie dei cd. terroristi.

Ucraina e la storia di Alias.
In Ucraina, dove sotto la maschera dell’etno-nazionalismo si combatte da cinque anni una paludosa guerra politico-strategica, la violenza sessuale sulle donne è praticata da entrambe le parti. Alias si trova dalla parte sbagliata. Nel maggio del 2014, pochi giorni dopo il referendum per la secessione delle “Repubbliche del Popolo” di Donetsk e Lugansk (Ucraina orientale), Alias, che vive a Kiev, viene fermata a un posto di blocco dei separatisti russi. Sospettata di avere contatti con due attiviste ucraine la giovane donna viene interrogata per sei ore, condotta con la forza nell’appartamento di un miliziano e violentata (con una pallottola) per quattro giorni. Riuscita a fuggire dal suo sequestratore-aguzzino, Alias torna a Kiev. Inutile denunciarlo, il territorio è sotto il controllo dei separatisti.

Ma non sono solo le donne a dover essere tutelate contro la violenza sessuale. Per quanto vittime principali di stupri di massa, abusi sessuali sono perpetrati anche sugli uomini con l’obiettivo principale di ottenere informazioni. Non solo in Siria.

Violenza sessuale, sodomia, trattamenti degradanti. Tortura. Guantanamo, Abu Ghraib e altri laboratori di sperimentazione di nuove ed efficaci tecniche di interrogatorio che cambieranno per sempre il volto degli Stati Uniti. Dopo l’undici settembre, nella Guerra al terrore la CIA è diventata il braccio armato della Casa Bianca. L’amministrazione Bush ha legalizzato nuovi metodi di interrogatorio per i sospettati di terrorismo internazionale, presunte minacce alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. ZERO IMPUNITY si avvale delle testimonianze di uomini che a diverso titolo sono stati parte di quel sistema. Mark, un ex agente a Guantanamo, John Rizzo, ex consigliere generale della CIA, Lawrence Wilkerson, che ha ricoperto il ruolo di capo dello staff dell’ex segretario di Stato Colin Powell.

“Abbiamo preso il programma della Corea del Nord […] Sono utilizzati militari che non avevano mai condotto interrogatori non sapevano nulla del Medio Oriente”.

Wilkerson temeva che le tecniche della CIA si sarebbero diffuse tra l’esercito. Aveva ragione, nel giro di poco tempo, dall’autunno del 2002 l’esercito iniziò a ricorrere agli interrogatori rafforzati della CIA.

“L’umiliazione sessuale era una parte centrale del programma, serviva a spezzare la resistenza […], la nudità forzata umiliava, disorientava, spaventava. Le ispezioni rettali erano giustificate con ragioni di sicurezza medica […], nulla era legittimo o legale.”

È tortura, stupro. Tra il 2002 e il 2005, una routine guidata da Dick Cheney. Le foto di Abu Ghraib, con detenuti nudi, incappucciati, ammassati l’uno sull’altro, tenuti al guinzaglio, hanno creato uno shock in tutto il mondo, alimentato l’odio degli islamisti verso gli americani, senza tuttavia scalfire di un millimetro l’impunibilità dei militari americani autorizzati a torturare prigionieri di guerra. Malgrado le sbugiardate smentite di George W. Bush. Barack Obama, dal canto suo, si è rifiutato di declassificare molte di quelle foto di Abu Ghraib, mentre Donald Trump, fedele alla sua orgogliosa improvvisazione, ha manifestato ammirazione per i metodi della CIA senza immaginare nemmeno quali siano.

Sassi ha 37 anni, è padre di tre figli e lavora come ascensorista. Aveva 22 anni quando nel 2001 ha lasciato la Francia per andare in Pakistan. È finito in un campo di addestramento di Bin Laden ai confini con l’Afghanistan. Militari dell’esercito pakistano lo hanno catturato e consegnato agli americani al campo di Kandahar in Afghanistan.

“Usavano molte tecniche di umiliazione sessuale su uomini mediorientali”, racconta Sassi. “Uomini che non avevano mai avuto contatti con donne occidentali men che meno a scopo sessuale. Erano traumatizzati. Più che dalle percosse erano spaventati da queste pratiche, donne nude che si offrivano loro.” All’incirca un anno dopo, nel 2004, le foto degli abusi nella prigione irachena di Abu Ghraib fanno il giro del mondo. Gli americani ne sono schioccati. Il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld si affretta a parlare di “mele marce”, pochi militari a cui sarebbe sfuggita di mano la situazione e dal corpo l’onore della divisa.

SEA, “Sexual exploitation and abuses”. Nella Repubblica Centrafricana una task force delle Nazioni Unite ha portato alla luce casi di violenza e abusi sessuali su minorenni e bambini da parte di militari congolesi della missione di pace MINUSCA, intervenuta, nel 2014, con circa 13 mila peacekeeper nella feroce guerra civile tra le milizie musulmane Séléka, e le “anti-Balaka”, le milizie cristiane. L’indagine ha coinvolto anche militari francesi impegnati nella Operazione Sangaris, l’intervento della Francia approvato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel dicembre del 2013.

Con l’arrivo dei caschi blu la prostituzione nella Repubblica Centroafricana era aumenta. Spacciandosi per una parrucchiera, una giornalista del team di Zero Impunity riesce ad entrare in un hotel bordello di Bangui, abitualmente frequentato da militari francesi in missione. Molti i bambini (41 secondo i dati dell’inchiesta) vittime di violenza sessuale. Nessun militare francese è stato sottoposto a giudizio grazie ad un accordo firmato dai due governi sulla immunità dalla giurisdizione locale. La Repubblica Centroafricana ha di fatto rinunciato al suo diritto sovrano di giudicare persone accusate di aver commesso crimini nel proprio territorio nazionale.

Accordi sulla immunità tra Stato d’invio e Stato territoriale, oramai una prassi internazionale, rendono ancora più difficile combattere l’impunità della violenza sessuale in guerra. Nella maggior parte, anche grazie ad accordi di questo tipo, lo stupro viene fatto rientrare nella condotta militare, riprovevole quanto si vuole ma pur sempre una faccenda da sistemare a porte chiuse, davanti agli organi di giustizia militare. Crimini sottratti alla giustizia ordinaria e ancor più ai tribunali internazionali. Crimini impuniti, vittime senza nessuna possibilità di ottenere giustizia, in nessuna sede.

Unisciti al movimento #ZERO IMPUNITY.

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